Patologie

È una malattia tanto grave, quella che affligge l’umanità?
Ci sono medicine che curano un determinato malessere finché questo non viene meno, dopodiché non è più necessario prenderla; altre medicine si prendono a vita per fronteggiare una carenza cronica, per esempio i medicinali presi da chi non ha la tiroide funzionante: per quanto si prendano, non risolveranno mai la carenza. Poi ci possono essere problemi di allergie o altri disturbi legati alle sostanze assunte.
Finché la medicina viene dall’esterno, il problema ricade sul portafoglio del paziente o sui fondi del servizio sanitario. Se invece la cura viene dal corpo stesso, come a volte accade, la fatica è sopportata in un modo o nell’altro dal sistema tutto. Se c’è guarigione, il costo risulta in una serie di effetti: dimagrimento, spossatezza. Si rimedia col cibo, in genere.
Se consideriamo l’umanità come un corpo, non c’è dubbio che abbia dei problemi seri di salute. A meno di considerare le perdite di esseri umani come si considerano la forfora o la desquamazione della pelle.
La povertà, le differenze sociali, i disagi dell’esistenza, sono un male o no? È un fatto funzionale alla vita di questo essere, e in tal caso è inevitabile, o non c’è modo di avere un “equilibrio metabolico” diverso?
Mi domando se la povertà, le fatiche di molte persone e interi popoli, le malattie, i conflitti, siano un problema. Perché se non lo sono, ovviamente, non lo sono i miei problemi personali, quali che siano.
Certo, non si può acquisire distacco senza un certo allenamento e il Discorso della Montagna è un invito al distacco, ma il Vangelo ha stimolato troppi movimenti sociali per affermare che non ci sia un legame.
Dunque, ho nel Vangelo una spinta ad occuparmi della povertà, delle malattie, dei malesseri umani, presumibilmente per porvi rimedio. Duemila anni di pratiche caritative, per non parlare dell’egemonia istituzionale, dimostrano, secondo me, il fallimento del cristianesimo come opzione sociale.
Non mi voglio occupare delle cause di questo fallimento, ma che sia fallimento è innegabile. Ci sono enti benefici con una storia secolare che continuano a lavorare per… che cosa?
Non sto discutendo i risultati: intere zone d’Italia sono state trasformate in meglio per il fatto che c’era un vescovo, una comunità monastica, un santo e sono sicuro che potremmo stare giorni interi a elencare benefici di vario genere.
Però, duemila anni!

Bisogna stare attenti che la malattia non ne produca altre, dicevo. Viene da chiedersi quali altri mali si possano mai produrre ma preferisco non indulgere in scenari fantacatastrofici. Può darsi che l’umanità debba convivere con i suoi propri mali e che non ci sia nulla da fare. Tutte le utopie di un mondo migliore fallite: non c’è religione, ideologia, scienza che abbiano saputo far fronte alla violenza, all’ingiustizia, alle malattie.
Ripeto: non solo il cristianesimo non ha modificato visibilmente le precarie condizioni umane nel suo complesso, ma nessuna idea intercorsa successivamente ha mostrato di averne la possibilità. Nessuno mi venga a raccontare che un ipotetico diffondersi del pensiero razionale, l’intervento sociale, l’esotismo confessionale, il miglioramento delle condizioni di vita, possano fare di meglio. Io sono un convinto sostenitore del metodo sperimentale e credo fuor di discussione che ogni tentativo si sia rivelato insufficiente.
Se un corpo ha poche piastrine, il sangue non coagula; se ci sono pochi anticorpi, l’infezione non è combattuta sufficientemente. Se uno dei pensieri di progresso è cura, nell’umanità come entità vivente non ce n’è abbastanza.

Ma c’è di più. Di solito una malattia ha un decorso, ma quale decorso ravvisare nel male dell’umanità? Certamente molte cose sono cambiate, ma secondo me i cambiamenti significativi risalgono al neolitico, oppure a quando furono costruite le prime città; niente dopo. Da allora ai nostri tempi la Storia è fatta di vita grama e guerre. Oggi un progresso tecnico fuori controllo ci lega assieme quanti miliardi siamo, i modi di vivere e le mentalità si sono rimescolati dando vita a ibridi imprevisti, ma niente dà a vedere che una qualsiasi delle novità intorno a noi portino un cambiamento.
E se anche un cambiamento avverrà, è ben dura riferirlo a quanto finora.

Insomma, di fronte ai nostri mali siamo perdenti e nessuna opzione sociale si profila a dare speranze.
Se dunque la situazione è questa, perché me la prendo col cristianesimo? Forse perché, di tutte le opzioni, mi pareva la più adatta a curare la malattia.
Andiamo a leggerci Luca 18. Anche un giudice disonesto farà giustizia per togliersi un incomodo, quanto più il Padreterno farà giustizia ai suoi. E lo farà prontamente.

Duemila anni.

È evidente che la giustizia avverrà nel paradiso. Mi può anche star bene, ma allora dimentichiamoci che qualcosa di significativo possa arrivare prima.

Ma questa è solo la prima puntata.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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Una risposta a Patologie

  1. maurizio era ha detto:

    che hai fatto? il pieno di ottimismo? ok avendo letto la tua lunga prima puntata ti voglio scrivere 2 parole di incoraggiamento prima che tu prenda qualche scorciatoia per arrivare prima in quel del paradiso.
    Il segreto: scoprire problemi e bisogni del tempo in cui si vive
    Anticipare i bisogni di tutti: ecco il ruolo degli inventori
    Per diventare musicista, pittore, architetto, scrittore, scienziato devi prima imparare ciò che hanno già fatto i tuoi predecessori, capire come hanno risolto loro i problemi. Nelle fasi più avanzate dello studio, tanto nella grande scienza come nel grande artigianato, impari analizzando le opere dei maestri classici o contemporanei. Intanto i tuoi insegnanti ti indicano che testi approfondire, quali ricerche compiere, quali esperimenti fare, che problemi affrontare e per crescere, per perfezionarti, devi seguire le loro indicazioni.
    Però se vuoi realizzare qualcosa di veramente originale, viene sempre un momento in cui ti devi distaccare tanto dai maestri del passato come da quelli del presente. Perché ogni epoca genera nuove tensioni, nuovi drammi, nuovi conflitti, nuovi dilemmi, nuovi bisogni, fa nascere nuovi problemi e richiede nuove risposte. Ed è questo il compito dell’inventore, di chi fa progredire la società: sentire, capire in anticipo cosa è cambiato, cosa serve e trovare le nuove soluzioni. Per questo uno deve staccarsi dal vecchio e spesso rifiutare anche l’opinione dei maestri.
    E come fa un individuo a scoprire i problemi del suo tempo? Vivendoli in se stesso come curiosità, dubbio, dilemma, ponendosi le domande che nessuno si è ancora posto e resistendo all’opinione corrente che è sempre conformista e gli dice che sbaglia, che perde tempo. È questo che hanno fatto tutti i grandi imprenditori: hanno vissuto in se stessi le esigenze della propria epoca e intuito ciò che poteva esser richiesto dal pubblico. È così che sono stati inventati i nuovi prodotti, il grande cinema, la grande moda.
    Tutte le opere importanti nascono quando l’individuo vive in sé il dramma e il sogno del suo mondo. I grandi scrittori, i grandi musicisti e i grandi registi hanno dato delle risposte alla loro epoca. Il Werther di Goethe alla gioventù romantica, Guerra e pace di Tolstoj a quella russa, la musica di Verdi ai patrioti italiani, quella di Wagner ai tedeschi. Il film «La dolce vita», già nel 1960, mostrava che stava avvenendo una rivoluzione del costume.
    E oggi? Oggi, a causa della globalizzazione non c’è nessuna figura eminente che interpreta le tendenze generali. Vi sono troppe spinte in contrasto, troppe differenze culturali. Ma sono convinto che un po’ dovunque stanno già nascendo idee e concezioni completamente nuove che per ora non arrivano ai grandi mezzi, ma che fra non molto sbocceranno lasciandoci stupefatti.
    Non ti stupire, non sono mie parole, ma è l’articolo che ha scritto oggi Alberoni sul Corriere della Sera, te lo riporto pari pari perchè “casca a fagiolo” o “come il cacio sui maccheroni” e dopo averlo letto ho pensato che riproponedotelo “prendevo 2 piccioni con una fava” “cogliendo la palla al balzo” e saremmo riusciti io & Francesco A. (il merito è più suo che mio lo so già da me) ad alleggerirti un po l’animo, in ogni caso resto in attesa della seconda puntata

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