A che pro? – conclusione

Ma ti dico io quale, secondo me, è la causa principale di certa assenza.
Non il fastidio di cose note e non più rimaneggiabili.
Non l’immersione in universi a questo impermeabili.
Neppure la mancanza di informazioni urgenti da consegnare ai viventi.
Come avrai notato, non prendo in considerazione la banale possibilità dell’insussistenza post mortem, soprattutto perché non mi avrebbe permesso i precedenti arzigogoli. Anche il più sicuro ateismo deve convenire sulla fecondità letteraria delle religioni.

È il disgusto per la falsità.

  • – Laggiù si è nella verità, quella condizione scomoda per tutti e non sempre accettata, di cui si dà una definizione che è precisa in modo inversamente proporzionale alla vastità delle esperienze perché nemmeno si hanno, qui, gli strumenti concettuali necessari a cogliere la complessità. E se ti sfugge qualcosa, di quel che resta non cogli il senso giusto. Disgusto, per tanti e troppo creduti fraintendimenti.
  • – Laggiù si è nella conoscenza. Ti sarà capitato di accorgerti di non avere nemmeno la maniera di spiegare qualcosa di evidente, figuriamoci la difficoltà a dire, per chi tutto sa, a chi nulla capisce. Ma immagina se dovessi spiegare la gravitazione a medievale scolastico, o il motore a scoppio a pur avveduto fabbro Khmer. Che dir, che non richieda troppa spiegazione?
  • – Laggiù si è nell’eternità, una condizione che esclude le modalità narrative che conosciamo. La relazione di causa-effetto assume aspetti diversi per cui nessun caveat suona come noi lo comprenderemmo. Anche per questo i fratelli di Epulone non possono salvarsi.

Insomma, troppa la distanza fra quello che diventi e quello che resta qua. Se ti riveli in sogno, a dire di una condizione via via più straniera, trovi attenzioni obnubilate, fissazioni e traumi ripercorsi senza frutto. Se entri nei pensieri di veglia, trovi mura che più imprigionano che difendono; menzogne ostinate a coltivare squallidi giardinetti privati, scelti a preferenza di prelibate immensità collettive; paure che impediscono dialoghi coi vivi, che a capacità di comprendere son peggio dei morti.
Per non parlare del fatto che, forse, la condizione del fantasma è quella di chi vede ma non è visto, per un tempo sufficiente a scoprire le meschinità da noi sempre ricoperte.
Mentre un’anima sente il bisogno di sgravarsi delle proprie cattive abitudini, capisce sicuramente che non potrà alleggerirsi finché continueranno le frequentazioni in cui le cattive sue abitudini si erano generate e giustificate.
Allora per l’etereo si presenta un dilemma abbastanza netto. Rimanere fissato alla melma di manie, timori, falsità e fraintendimenti, fingere a se stesso di non sapere altro che la propria ignoranza?

Laggiù si è nella verità. Il disgusto per la passata inconoscenza farà senz’altro parte del nostro purgatorio, ma ci sarà poca voglia di rivivere, in tutta la sua pienezza, la falsità di questo mondo.
Qui si fa finta di niente, accettando di lasciarsi accecare nel chiuso di questi sensi incompleti, di questo peso che ci tiene vincolati ad un “qui” tanto angusto, al paraocchi di bisogni che dissuadono dal guardarsi attorno. Ma quando c’è visione, libertà e possibilità, chi vorrebbe rimanere nel chiuso puzzolente di un mondo infangato?

Per questo, penso ragionevole la scelta dei nostri predecessori, di non farsi vedere più.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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Una risposta a A che pro? – conclusione

  1. maria intagliata ha detto:

    Grande Riccardo!! Bravo davvero!!

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