Meravigliamoci

Sul sito metanexus.net ho letto alcune considerazioni dell’americano Todd Duncan secondo cui la scienza e la tecnologia moderne offrirebbero una visione “cosmica” capace di scardinare punti di vista troppo ristretti su di sé e le proprie vicende.
Tutt’altro che contrario, salvo…

In tempi ormai lontani qualcuno compose il salmo ottavo e credo che l’autore non fosse molto informato delle conoscenze babilonesi sul cielo; si trattava perciò di uno stupore che allargava di molto la visione, che faceva irrompere la maestà infinita nella vita umana, che secondo me era mossa dal medesimo atteggiamento di Duncan, ma che non fruiva di altra conoscenza che quella disponibile a un padre di famiglia dotato di vista, oltreché dell’ormai rara disponibilità di un cielo serale non inquinato da luci artificiali.
Assai meno lontani sono tempi in cui lo sguardo calato su una formula matematica o un microscopio erano citati a esempio della proficuità di un atteggiamento meno incline a farsi commuovere (sì: commuovere!). Già, perché si è tanto abusato del sentimento in ambiente religioso che è parso ragionevole espellerlo nelle vite “laiche”, salvo poi dare occasione, a sentimenti ed emozioni di altro genere, di prendere il suo posto. Perché non si può dire che la Rivoluzione Scientifica e l’Illuminismo abbiano reso più razionali gli umani.
Inoltre è stato facile accusare le “anime beate” che guardavano per aria, mentre le persone “razionali” ritenevano che si dovesse fare qualcosa di concreto. La risposta appare ovvia oggi, quando un Duncan ci arriva per un’altra via: chi è capace di guardare ciò che è infinitamente[grande|piccolo] ha uno sguardo migliore anche nelle vie di mezzo. Risposta non documentata, non facile da calcolare; un tipo di risposta insoddisfacente per molte persone che credono nelle capacità esplicative della scienza: fino a poco tempo fa, chiunque avesse espresso concetti del genere sarebbe stato deriso dagli scienziati, finché fra costoro non ce ne furono molti che si appassionarono a certi pensieri mutuati dall’Oriente.
Inoltre sembra tanto simile a quello che molte persone intelligenti risponderebbero alla domanda: “Perché credi?”. Se “le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute”, allora è necessaria la meraviglia come parte della fede; si può avere, e mantenere, una simile meraviglia senza approfondirla? Perché altrimenti somiglia a tanto sentimentalismo ignorante che va in direzione esattamente contraria alla scienza ma anche a una religione come si deve.

Lo stupore alla vista delle fotografie spaziali non mi abbandona ancora. La vista del primo ornitorinco impagliato dev’essere stata altrettanto stupefacente, visto che pensarono a un inganno; se ci pensi una giraffa e un elefante, insieme, potrebbero essere lo sfondo a qualche filmetto futuristico di quart’ordine, giusto per fare colore, e invece esistono davvero; da piccolo guardavo il cruscotto nell’automobile del mio babbo, magari mentre passavamo ad alta velocità in una galleria illuminata da luci gialle, e mi sentivo di vivere nella fantascienza.
Poi ci si abitua, si mantiene la nostalgia per le emozioni provate senza mantenere la capacità di riprovarle. Alcuni cominciano a fingere esaltazioni per un malinteso senso di fedeltà: a se stessi o a quello che si era pensato fondamentale. Bisogna invece che l’emozione lasci spazio a un impegno lucido.
Non c’è nulla che possa porsi come definitivo nell’emozione e giustamente le emozioni non possono essere addotte a dimostrazione di alcunché, e nemmeno usate per sostenere l’utilità della scienza. È possibile immaginare che la scienza fornisca perennemente motivi di stupore? E infine, passata l’emozione, avremo forse un motivo in meno per indagare scientificamente?

Insomma, do il benvenuto a questa nuova occasione per godere l’infinita bellezza dell’universo: le foto dello spazio si uniscono ai portenti della chimica, ai prodigi dell’elettricità… ma pensa a cosa abbia significato, per un contemporaneo di Volta, vedere la luce!
Quando Shakespeare parlava di “filosofia” intendeva “conoscenza”, cioè: per quante meraviglie il tuo sapere tragga, sempre altro c’è da trarre. Non c’è alcuna opposizione tra conoscenza e meraviglia, anzi si rinforzano a vicenda: dallo stupore sgorga il desiderio di sapere come stanno le cose e dalla conoscenza viene uno stupore autentico.

Purché il sentimento religioso non si limiti a questo, esso è un ingrediente del tutto lecito così come lo è per l’interesse scientifico, e non è detto che i due orientamenti siano inconciliabili. Anzi, questa comunanza orienta a pensare il contrario.
Il discorso è questo: chi è capace di meraviglia ne prova da tempi forse anteriori alla storia, certo anteriori alla scienza come intesa oggi. Non è “dimostrabile”, non è abbastanza razionale da soddisfare le pretese di chi vuole credere solo a cose calcolabili ed esplicite, ma è un fatto abbastanza umano da farmi pensare che l’umanità non possa farne senza e che nessun umano che conduca una vita degna di questo nome, per quanto ignorante, ne sia privo.

Per la cronaca: si racconta che una contadina si prese gioco di Talete che, impegnato a guardare le stelle, finì in un fosso. Sembra dunque che la “sana praticità” non sia sempre connessa alla sana curiosità, né scientifica né speculativa in genere.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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