La mia testa è una nuvola

Io cerco di non immaginare nulla che non sia alla mia portata e, siccome la mia portata è ridottissima, non immagino quasi niente.
Molto entusiasmo giunge vedendo cose **grandi**: nel senso dello spazio, della potenza, della complessità.
All’entusiasmo si aggiunge l’immedesimazione: mi piace la grandezza, ma ancor di più diventare grande; la potenza, ma ancor di più essere potente; la complessità, ma ancor di più saperla dominare.
Io, che ho sognato di **possedere** molte nozioni, deluso, negligo le poche raccattate. Ho da tempo imparato a non immaginarmi poteri che non ho. In realtà, la complessità mi infastidisce perché ho un modo piuttosto elementare di procedere.
Spesso l’immedesimazione è indiretta per cui qualcuno celebra le altrui meraviglie più che se fossero le proprie. Gioca anche una finzione d’altruismo nel porre fuori di sé i valori ma mi sembra che sia la versione sbagliata, per cui non c’è vantaggio per il quale sacrificarsi; in genere infatti i destinatari di queste esaltazioni sono tutt’altro che bisognosi di sostegno: sono presunti ideali, ipotizzati salvatori, supposte necessità utili solo a sé.
Altre volte si celebra una cosa parlando d’altro. Quando Aronne rizzò il vitello, lo chiamò: “colui che ti ha fatto uscire dall’Egitto”, ma i contorcimenti pseudofilosofici non impedirono il castigo; a forza di unire simbolo a simbolo, idea ad associazione di idee, si arriva a chiamare giorno la notte e notte il giorno.

È fin banale associare il cielo a certi concetti e la luce ad altri, ma esiste un cielo orrido e una luce devastatrice. Io stesso ebbi un sussulto, una volta, quando riconobbi in superstizioni misteriche, del tipo che aborro, l’origine di espressioni poetiche quali mi sarebbe piaciuto associare ai miei sogni. C’è in me tale sentire di rifuggevoli oscurantismi?, mi domandai, e venne automaticamente la disconocenza dei restanti motori d’entusiasmo.
Ora, ancora fresco d’un cielo di nuvole sparse percepito come da sempre in attesa che io ne sapessi costruire la restante ambientazione, eppure godendone la bellezza cioè l’aderenza ad un sentire mio che, nato con me, ho ritrovato costantemente… altro lo penserebbe chiamata costante d’un Altro che mi è destino io, che non sono superstizioso, lo definisco ripetersi delle solite fantasie, riflesso condizionato intrufolatosi nelle superiori capacità contemplative… sono dispiaciuto a rinnegarlo come parte di me, io che tutto mi sento rinnegabile meritoriamente, e almeno mi concedo di avere ripetutamente espresso il piacimento.
Tutto qui? Un po’ d’inutile bellezza, immotivata e intrasmissibile?
“Siamo un lampo di cieli altrui, festa di elettroni casualmente riuniti che, nella loro vitalità esplosiva, mutano il collettivo in individuo e di restare vivi favoleggiano”?
E solamente un passatempo occasionale, passione di giochi presi sul serio, impedisce che l’inedia della mancanza di scopo ci lasci morir di fame? E per questo si fanno le guerre e gli affreschi, le nuove leggi e le emigrazioni? Non stupirebbe il fatto che alcuni Buddha si sfondino dalle risa.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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