Purificazione

Le esigenze di purezza legale di una religione, per quanto possano essere fondate, danno occasione a fraintendimenti per cui “passa un levita, vede il ferito e va oltre”: ne aveva motivo ma stava ignorando un’esigenza superiore.
Benissimo: abbandoniamo l’idea che ci si debba cautelare da possibili contaminazioni; si può sempre cercare una buona ragione per non ottemperare ad un precetto… e ciò renderà la mia religione più o meno ridicola, o più o meno ipocrita, agli occhi di un ateo.
Però anche un ateo si rende perfettamente conto che non bisogna andare con lo zoppo; bene, è con occasioni di zoppia che abbiamo a che fare!
Mi spiego: se rimango a lungo in mezzo a gente che ritiene poca cosa prendere a schiaffi qualcuno, sarà più difficile per me evitare la violenza.
E via dicendo.
Così, chi si ponga il problema di liberare il comportamento da tutti i difetti ravvisati intorno (chiedete a un giovane, quanto siano carenti le persone intorno…!) ma anche in sé (chiedete a un vecchio, quanti ne abbia scoperti…!), bisognerà che si sforzi di evitare frequentazioni dannose.
Ma non solo di persone mi preoccupo: anche di pensieri, luoghi, segni. Questo perché i pensieri sono humus dei gesti, i luoghi inducono ripetizioni, i segni equivalgono a propaganda.
Proprio di segni voglio parlare, perché un gesto di palese dissociazione potrà anche essere visto con sospetto da chi sospetta di me, ma a tutti gli altri sembrerà quantomeno coerente e a me pare sintomo che le mie posizioni abbiano una sostanza che le rende vere.
Sento che scoprono un arsenale, dietro un altare, in una chiesa di Napoli. Segno, questo, che il luogo è facilmente e costantemente frequentato da delinquenti che ne fanno uso.
Ebbene, il segno di dissociazione che propongo è questo:

sconsacrare la chiesa.

Ci saranno complicazioni legate al bisogno di trovare un altro luogo di culto ma penso che sia un problema secondario (come la purezza rituale del levita di cui sopra) rispetto alla necessità di proclamare un messaggio chiaro e cioè che chi pratica certi strumenti criminali non ha nulla a che fare con le chiese. E anzi meglio: che chi pratica le chiese non può avere nulla a che fare con la delinquenza.
In questo secondo senso avremmo sia un umanissimo gesto di rifiuto, che un religiosissimo atto di purificazione. Non la purificazione del luogo (già lo sento, chi non ci crede: “Sì, vabbe’, un po’ d’acqua santa e se la cavano…“) ma la purificazione nostra che in quel luogo siamo stati.
Insomma: l’orrore per certi atti deve necessariamente condurre a un allontanamento anche fisico da essi. Questo senza mettere in discussione l’accoglienza dovuta proprio alle persone che quegli atti compiono ma si deve anche indurre, in essi, un minimo di nozione che in certi luoghi” non si possono fare “certe cose: non si fermeranno tutti ma alcuni ne saranno rallentati.
Qualcuno potrà anche insinuare che il parroco di quella chiesa sia connivente, ma non si potrà dire altrettanto del vescovo che ne bolli il trasloco.

Già di un’altra chiesa volevo proporre la sconsacrazione:

la chiesa della Trinità di Potenza,

che fu per anni tomba di Elisa Claps, dopo essere stato luogo dell’omicidio.
Qui è ancora peggio perché il luogo è, per così dire, fisicamente contaminato. Per non parlare di tutte quelle elevazioni che puntavano là dove un cadavere era in attesa di giustizia; come si potrà non pensarlo durante tutte le messe a venire?
Propongo, in questo caso, di trasformare lo stabile in museo diocesano intitolato alla ragazza che per ultima entrò in quel luogo quando aveva un valore sacro.

Spero che, per uno strano rivolgimento del continuum spazio-temporale, nelle segreterie dei vescovi di Napoli e Potenza i computer si sintonizzino su questa pagina.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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