Ramificare

Quando Pitagora si rese conto che le relazioni più semplici fra le note potevano essere rappresentate da proporzioni semplici, costruì un sistema musicale basato su queste proporzioni. Fino al giorno prima, l’orecchio dei musicisti era bastato; dopo, bisognava che le note fossero allineate alle frequenze corrette. Qualcuno sa come si facesse a misurare la frequenza di una nota, ai tempi di Pitagora? vabbe’…
Sta di fatto che la cosa non andò esente da problemi: le modulazioni erano limitate perché queste proporzioni “perfette” si scontravano con sottili divergenze. Se ti allontanavi dalla tonalità di base, che so: La, e sulla stessa accordatura suonavi in Sol, ecco che i corrispondenti intervalli non mantenevano le proporzioni teoriche e suonavano male.
Infatti, il Fa# e il Solb non sono uguali, per esempio negli strumenti ad arco o a fiato. Ma su un clavicembalo, un organo o un liuto è così e non ci si poteva avventurare tanto in giro.

Siccome le proporzioni più semplici erano ritenute le migliori, ecco qualcuno stabilire che la polifonia doveva essere basata sugli intervalli principali. Così la musica medievale è piena di armonie che suonano quantomeno strane e personalmente le trovo ingessate (anche se il risultato è bello!).
Ci volle che dall’Inghilterra qualcuno desse retta al suo gusto perché la musica si arricchisse di intervalli diversi e la scienza dell’armonia spiccasse il volo nella direzione che conosciamo.
Qualcun altro poi decise di potare il sistema delle scale. Benedetto Marcello polemizzava con quanti (Vivaldi?) secondo lui si limitavano a mettere una terza maggiore o minore e tutta la loro armonia si fermava lì.
Nel frattempo altri costruivano musiche complicatissime, basate su una matematica raffinata e facenti riferimento a teorie altrettanto profonde sulla natura dell’universo.

Insomma, un po’ si complica e un po’ si semplifica. In entrambi i casi ci sarà chi critica. Si coglie una nuova regolarità e si crede che l’universo stia tutto là. Sorgono impreviste complicazioni e il mondo si divide in due fazioni: qui, chi disprezza e irride; là, chi le novità condivide. Alle cesoie mette mano uno scaltro per divisare il giusto dall’altro. Si sceglie a caso o per i propri gusti senza capire quali atti sian giusti. Alla fine ognuno s’è fatto un universo fatto a modo suo e nel quale si è perso.

La fiducia che l’universo sia regolato e conoscibile ha origini mistiche, nel cercare conferme si trovano regolarità e si prova un incontenibile entusiasmo, oltre al fatto che grazie a quella scoperta si possano capire altre cose e ottenere risultati concreti.
Siccome però l’universo è un tantino più complesso della nostra filosofia, ecco che mentre mi attengo attentamente attorno a quanto elaborato attardandomici, a rischio d’attediare con un sistema che nelle mie intenzioni dovrebbe spiegare **tutto**, cominciano a sfuggire eccezioni per ogni dove.
Si potrà dichiarare eretico, o revisionista, chiunque ponga obiezioni di completezza a una summa, ma non si può dichiarare eretica o revisionista la realtà, alla quale prima o poi l’umanità si piega. A quel punto le scelte sono due: o gettare **tutto** alle ortiche o prendere una strada leggermente diversa, come fanno i rami dell’albero.
La tentazione di fare summae, o teorie complete, è sempre forte e qualche volta sono perfino utili. È però contro le summae esistenti che spesso ci si deve muovere per fare un altro passo.

A forza di tentativi il ramo diventa frondoso, la musica acquista nuove voci, il pensiero fa un altro passo alle soglie del mistero.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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