Per un’altra economia 2/3

Le cose di cui abbiamo *davvero* bisogno sono poche, rispetto a quelle che abbiamo a disposizione. Per produrle, date le conoscenze scientifiche e tecniche a disposizione, possiamo adibire una quantità ridotta di risorse umane e strumentali, lasciando nell’ozio tutte le persone. La percentuale di “lavoranti del necessario” può variare entro due limiti: il minimo corrispondente a un sovraccarico degli addetti; il massimo corrispondente a una quantità di lavoro che non sia ridicola. Comunque sia, di che vivrebbero gli altri, visto che “chi non lavora non mangia” e non certo per una raggiunta equità? Bisogna perciò fare in modo che tutti lavorino anche riducendo la produzione.
La ridistribuzione del lavoro non può avvenire certo per iniziativa dei datori di lavoro attuali, che tendono a pagare sempre meno, per un numero calante di persone, per un lavoro sempre maggiore.
Ecco che ci vorrebbero iniziative dei governi ma vista la pochezza degli attuali non mi sogno nemmeno di proporle.
I sindacati, prima di trasformarsi definitivamente in cadaveri ambulanti, avevano provato a proporre un “Lavorare meno, lavorare tutti” ma ovviamente non piaceva a un corpo lavorativo che doveva pagarsi le vacanze, cambiare frigorifero e, anche se ancora non lo sapeva, comprare alcune iDiozie, e quindi l’idea di guadagnare meno durò poco; ora che a questo ci hanno già pensato altri, varrebbe la pena recuperare l’altra metà dell’idea e lanciare un salvagente a tutti quelli che non hanno un contratto e che perciò non richiamavano (errore!) l’attenzione sindacale già concentrata sull’esistente. Si chiama solidarietà, parola in bocca a tanti.
Un altro possibile attore è nella società, sotto forma di associazioni e cooperative. Anzi meglio: di cooperative rette da associazioni, dal momento che la parola ‘cooperativa’ sta diventando sinonimo di ‘sfruttamento’ in molti ambiti.

La grande distribuzione ha senso quando c’è molto da distribuire. Se ci sono molte persone o se quelle che ci sono chiedono molto. Ridurre il grande fiume a una molteplicità di ruscelli avrebbe una serie di vantaggi.
Il trasporto. Non è più conveniente far andare un camion da Saronno a Origgio, per rifornire negozi, che far andare tutte le macchine di Origgio a Saronno per fare acquisti?
La varietà. Che l’intera popolazione europea sia rifornita di speck della Valtellina e olive ascolane è ridicolo e rende quasi inutile recarsi in Valtellina o ad Ascoli.
L’occupazione. Non nel senso che ci sia più lavoro, ma che il lavoro è diffuso e rappresenta una presa di responsabilità personale e non l’adesione a regole standard.
L’abitabilità. Perché le cittadine e i quartieri delle città smettano di trasformarsi in deserti e dormitori.
Ma ridurre lo strapotere dell’industria quantitativa significherebbe anche ridurre sbilanciamenti politici.

Ecco che devono esserci negozi e botteghe artigiane.
Ma la forza del singolo è quella che è, rischiare quanto resta dopo avere perso il lavoro non è facile e io personalmente non mi sento così imprenditore da saperlo fare, men che meno in tempi critici.
Un’attività che chiude perché il titolare è anziano o perché chiedono un affitto duplicato è un fatto capace di attirare l’attenzione di ogni amministrazione comunale che avesse a cuore i propri elettori e un’organizzazione economica che fornisse supporto organizzativo e tecnico potrebbe essere fondamentale: da una parte per stimolare il vecchio personale o reperire altri soci, dall’altra per richiamare le azioni pubbliche eventualmente necessarie.
Anche le organizzazioni dei commercianti di un paese come Rapallo (per Origgio forse è tardi) potrebbero far sentire la loro voce contro il rincaro degli affitti o per facilitazioni gestionali, sia per il loro interesse privato che per quello di *ogni* negozio, ma un’organizzazione che lo facesse senza avere il commercio tra i propri scopi, come non è commerciale lo scopo del …. commercio equo e solidale, offrirebbe più garanzie contro derive di corporazione.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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