Un colpo e via

Ho paura di dire cose che possano offendere qualcuno; se così sarà, chiedo scusa perché il mio scopo non è giudicare.

C’è stato un ennesimo suicidio per problemi economici. Capisco il suicidio, capisco la disperazione, ma vorrei dire qualcosa sulla causa.
Non vorrei, cioè, che tutte queste morti si riducessero a lanciare un messaggio del tipo: “sono fallito economicamente, quindi sono fallito completamente”.
Le persone il cui gesto ci comunicano non sono autrici di scelte avventate, di errori marchiani, di vizi che le abbiano rovinate, ma di condizioni che le travolgono; avrebbero potuto, e hanno, travolto altri; avrebbero potuto non travolgere loro.
Dunque, il suicidio non sembra un gesto di autopunizione, ma pare più simile al gesto di chi butti qualcosa che si è rotto: io non funziono più, quindi mi butto. Potrebbe, più che un atto meditato, essere un gesto di fastidio? Un “non gioco più” nei confronti della vita? Solo che coi compagni di gioco si può ricominciare a giocare…
Con ciò non intendo discutere le ragioni personali: in verità, queste potrebbero restare ignote ai più; sto parlando della vulgata televisiva dei fatti per la quale la relazione tra le difficoltà economiche e il suicidio non riconosce terzietà.
Il fastidio mi nasce da quanto adesso descriverò, senza volerlo legare alle persone coinvolte.
Sembra che la difficoltà economica *naturalmente* debba produrre suicidi. In epoche in cui la povertà era ben più diffusa, forse solo qualche benestante poteva pensare di morire per un rovescio finanziario. Certamente un tempo poteva essere sopportato qualcosa a cui non si vedeva alternativa; ci sono stati grandi progressi, nelle idee se non nella prassi, quanto a diritti e benefici diffusi e il fatto che io possa distribuire queste mie parole ne è un esempio. Ciò ha reso inaccettabili avvenimenti che nel passato erano comuni forse più di oggi.
Fra gli eventi che potremmo definire inaccettabili sono certo un repentino impoverimento o una persistente difficoltà economica, ma quale conseguenza, per eventi simili? Perché fare ricadere le conseguenze dell’evento su chi ne è stato vittima?
Sì, vittima.

Suicidarsi in segno di protesta non è normale. Lo fece Jan Palach, lo fanno i bonzi nel Tibet prigioniero della Cina (qui e qui), ma farlo perché si è poveri, scusate, mi pare assurdo. La sproporzione tra la situazione e il gesto è enorme e non c’è un movimento, una lotta, di cui diventare simbolo. Mi sembra frutto di questa società televisiva, che reca ai dubbi onori dello schermo storie sempre meno significative a cui i partecipanti s’appigliano come a faccende di portata storica.
Sembra che valga la pena vivere solo a certe condizioni, con certi risultati. Assistiamo ad altri casi in cui la morte è l’unica risposta a un insuccesso: brutti voti a scuola, le prese in giro dei bulli, un divorzio (magari portandosi dietro qualcuno), una malattia che ancora non si è fatta grave. Forse addirittura si vede la vita come un fastidio, un tempo in cui si deve compiere una quantità di azioni per ottenere risultati senza i quali non vale la pena vivere: passare ogni esame, trovare un buon lavoro, avere amore, fare sesso, bella casa bella macchina bei vestiti… Se tutto ciò non arriva, come minimo è la depressione.
Una specie di conseguenza negativa di un principio che sembra favorevole: se ogni umano ha dei diritti, non ottenere la loro realizzazione è un insuccesso personale. Il diritto diventa un dovere; se questa società offre molte opportunità, non coglierle è una tragedia.
Insomma, sembra rovesciato il rapporto fra le persone e le cose: queste sono la misura di quelle.

Un altro atteggiamento mi pare di cogliere, ed è quello di sentirsi utente della vita anziché artefice. Senza il fatalismo, che da una parte frena il cambiamento ma dall’altra aumenta la resistenza; senza il potere di essere il padrone delle proprie vicende (cosa ben diversa dall’essere padroni di sé), si apre l’atteggiamento consumistico anche in questi avvenimenti e ci si aspetta che i fatti positivi arrivino come pratiche disbrigate da un destino burocratico al quale lanciare improperi in caso di inadempienza, come una raccomandata di protesta a un ministero. Un elemento di ricchezza personale e sociale, cioè la lecita aspettativa di bene, diventa causa di una delusione che non si sa più sopportare.
Una società di lustrini e paillettes che nasconde frutti marci a persone sempre meno cittadini e sempre più clienti di uno spettacolo tutto compreso; una società di persone sempre meno capaci di sé.

La persona che fa certi gesti non trova, presumo, supporto alla propria difficoltà. La nostra società si è sentita celebrare a lungo un ideale di solitarie vincite in cui l’unico tipo di rapporto sociale è quello fra concorrenti, la propria soddisfazione prevede la partecipazione altrui solo nel ruolo di ammiratori presumibilmente colmi d’invidia e c’è da stupirsi a pensare quanta parte di questa società sia ancora attenta a costruire e sostenere la solidarietà.
Altrettanto soli sono coloro che vanno cercando lavoro e sempre più spesso ne trovano, se mai, mal pagato, in nero, a termine, a cattive condizioni. A suo tempo si scrissero libri, si fecero scioperi, si presero schioppettate e si fondarono partiti e sindacati, per vincere questa solitudine; tutto da rifare, si direbbe. Sembra mancare, di quei tempi, anche un senso di rivalsa nel cercare le cause del proprio male e la voglia che su quelle ricadano, se possibile, le conseguenze.
Così, avvenimenti di carattere sociale e collettivo, fenomeni che interessano nazioni e continenti arrivano a singoli che si sentono toccati personalmente, isolati, e in un’ottica di isolamento reagiscono chiudendosi tutte le porte alle spalle.

Annunci

Informazioni su ribaldi

Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
Questa voce è stata pubblicata in Cogitazioni e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...