Risposte non richieste

A questo indirizzo si trova un articolo in cui un dilettante pone domande filosofiche nientemeno che al Papa. Siccome non sono il Papa non le pongono a me, ma ti pare che mi manchi la voglia di dire la mia?

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Prima domanda: se una persona non ha fede né la cerca, ma commette quello che per la Chiesa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?

Il peccato non è rimesso per la fede (presunta, dichiarata, creduta) del peccatore, ma per la misericordia divina. Quindi il non credente è salvato come il credente.

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Seconda domanda: il credente crede nella verità rivelata, il non credente pensa che non esista alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma una serie di verità relative e soggettive. Questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?

Non ritengo che il non credente pensi che esistano solo verità relative e soggettive. A parte certe novità della fisica recente, l’oggettività forse non sarà una conquista garantita, ma rimane una meta auspicabile: pensiamo a un processo per omicidio o ai calcoli necessari a costruire un ponte che regga. È nel “quindi” che non ci intendiamo: se per assoluto intendiamo una divinità, questa può non esistere ma ciò non impedirà che si creda qualcosa indipendentemente dai gusti personali. Se dico che l’attrazione gravitazionale diminuisce col quadrato della distanza, o che aumenta col logaritmo in base due, sono affermazioni che si possono verificare o confutare sperimentalmente e questo non ha niente a che fare con l’esistenza di una divinità assoluta o di tante divinità. Contrariamente alle speranze di qualche ingenuo positivista dei secoli passati, la verità tutta quanta si è rivelata non a portata di mano: non è bastato fare appello alla nostra razionalità e anzi il mondo, che appariva tutto sommato semplice, ha scoperto complessità, misteri e fatti controintuitivi in quasi ogni aspetto; è comprensibile il disorientamento, ma non facciamone un metodo.
Se però tiriamo via il “soggettive” possiamo ragionare; tutto sta nell’intendersi su cosa significhi “relative”. Che il tempo sia relativo non impedisce che scorra in maniera precisa, relativamente a un certo sistema inerziale; anzi il fatto che si possano ottenere misurazioni diverse in sistemi diversi può essere considerato un dato oggettivo: la relatività non è relativa. Certamente ci sono molte cose da capire ma queste non confuteranno, semmai amplieranno, quelle che sappiamo già, almeno in linea generale; i calcoli di Newton non si sono rivelati falsi, o frutto di gusti personali, solo perché la fisica ha fatto progressi. Anzi, se ogni nuova teoria abbattesse tutto il precedente, non potremmo neppure parlare di progressi.

Il *libero pensiero* di un tempo tendeva a conoscere “la verità” e si opponeva a verità precostituite che non ammettevano critica, replica, neppure verifica. Era contrario a un tipo di autorità che impedisse la conoscenza. Oggi invece, in nome della libertà di pensiero, si invoca l’inesistente diritto a credere quel che si vuole, rifiutando la dimostrazione altrui come un’indebita ingerenza nei fatti propri: l’esatto contrario del pensiero di un Galileo, per esempio. A dare retta a suggestioni e sentimenti si finisce col credere proprio a idee di tipo oscurantista ma presentate con lo stile *alternativo* di moda. Chiamano “tradizionale” la medicina scientifica, che invece è un’invenzione recente, anziché la serie di rimedi provenienti da ere passate e spacciate per novità.
È curioso notare come la mancanza di fede fosse un tempo motivata con la possibilità di scoprire fatti veri, mentre oggi si basa sulla non motivata credenza che i fatti veri non esistano, ripiombando nell’oscurità da cui non eravamo ancora del tutto usciti, e a questo punto fa poca differenza Chiesa o Soka Gakkai, Aleister Crowley o Dalai Lama o erborista del negozio sotto casa, tranne i gusti personali in nome dei quali tanti *(nonproprio)liberipensatori* odierni lanciano virulenti anatemi nei confronti delle credenze altrui.

Se io so qualcosa di geometria, è perché ci sono persone assai più intelligenti di me che ne hanno spiegato gli aspetti. È ben vero che posso capire certe dimostrazioni ma per alcune, a causa di poco tempo, poca intelligenza, scarsa preparazione, sono costretto a fidarmi del parere di qualcuno. Questa è una versione *debole* del principio di autorità e credo che sia difficilmente criticabile salvo per i casi in cui serva a giustificare la pigrizia. La comunità scientifica è proprio quella cosa di cui tutti, in linea di principio, facciamo parte e che dovrebbe garantire che ogni affermazione sia messa alla prova da almeno qualcuno dei suoi membri.
Le “verità rivelate” sono, per definizione, non verificabili: se dovevamo aspettare Galileo, come si arrivava a proposizioni sulla Trinità? Attenzione: non fa nessuna differenza la verità di una proposizione; sto parlando del metodo. Posto che rivelazione sia possibile, può riguardare fatti non ancora conoscibili o l’esistenza di (e mi si perdoni se il termine è impreciso) fatti inconoscibili. Questi ultimi riguardano una sfera che comprenderebbe, trascendendolo, il mondo fenomenico e che quindi non può essere desunto a partire dai fenomeni. La notizia che esista un simile ambito è al contempo rivelata e inconoscibile; credere a una tale notizia è una questione soggettiva, con grande gioia di Scalfari, dal momento che, nell’ambito fenomenologico, è quantomeno una proposizione indecidibile. Spiacente per tutti coloro che pensavano, guardando in un microscopio, di confutare l’esistenza divina; va a loro vanto di avere confutato molte false divinità.

In conclusione: non giudico se per la Chiesa il ragionamento della seconda domanda sia un peccato o un errore, ma sicuramente lo è nell’ambito della razionalità umana dal punto di vista sia scientifico che filosofico, che è poi la stessa cosa.

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Terza domanda: Papa Francesco ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la nostra specie perirà come tutte le cose che hanno un inizio e una fine. Anch’io penso allo stesso modo, ma penso anche che con la scomparsa della nostra specie scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio e che quindi, quando la nostra specie scomparirà, allora scomparirà anche Dio perché nessuno sarà più in grado di pensarlo. Il Papa ha certamente una sua risposta a questo tema e a me piacerebbe molto conoscerla.

Le *cose* non esistono solo se qualcuno le pensa e questo è un equivoco nel quale invece cadono fior di filosofi e perciò in Scalfari è un peccato veniale, nel modo in cui uso il termine “peccato” nell’ultimo paragrafo della risposta precedente, ma anche qui è necessario argomentare.
Se una divinità esiste fintantoché la si pensa, allora esistono tante divinità quante sono le idee umane in merito, con buona pace di Aristotele e del *terzo escluso* dal momento che alcune si escludono vicendevolmente.
Se la nozione di stelle come fucine cosmiche è vera solo da quando l’abbiamo concepita, mi si spieghi da dove, e come, è arrivato tutto l’oro sulla Terra.
E poi, che ne sappiamo di alieni o altre specie terrestri che, dopo di noi, elaboreranno un concetto di divinità? Ma questa cautela è superata dall’argomentazione precedente, oltre ad essere evidentemente fuori dalla portata di chi identifica la verità con ciò che pensa, e questo plasmato solo intorno a ciò che vede.

Non è possibile dare risposta a una domanda basata su presupposti erronei.

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