In morte di Robin Williams

Caro signor Williams, che dire? L’ultimo suo gesto, l’unico autentico? Ha salvato anime dannate, ha soccorso bambini malati, sostenuto giovani inquieti; coltivato, con l’amorevole cura d’un giardiniere, le altrui aspirazioni artistiche. E diffuso una quantità di ottimismi, speranze, coraggi, pazienze.
Non s’è trovato, tutt’intorno, qualcuno che facesse altrettanto con lei. “Medico, cura te stesso”, recita un proverbio che io, personalmente, non ho mai sentito pronunciare. Ma la medicina dell’anima sembra richiedere un ingrediente che solo il dio dei cristiani è capace di darsi da sé: la relazione. Tutti gli altri devono aspettare un fornitore esterno.
Difficile trovarlo, quando si ha davanti un pubblico anziché una persona. Hanno fatto vedere l’ultima sua intervista a un italiano: non ha detto nulla, di sé o d’altro, ma ha gigioneggiato simpaticamente, coll’intervistatore che non poteva far altro che ridacchiare. Un muro amichevole frapposto fra lei e il resto del mondo.
Ora che ci penso, mi dispiacque pure il suo stile educativo quando, travestito da donna, faceva la governante ai suoi cinematografici figli, per l’eccesso di disimpegno contro cui nessuna donna seria poteva competere, certo, ma dal cui solo apporto nessun figlio poteva essere cresciuto.
Ma i film, ormai è certo, sono pura finzione: con tutta la plausibilità di certe ambientazioni (L’attimo fuggente), la sperabilità di certe occasioni (Al di là dei sogni), l’esemplarità di certe esperienze (Patch Adams), il riferimento a tematiche reali pur nella fantasia (Toys), non c’era più verità che nel Mago di Oz, o Guerre Stellari. Pregevoli produzioni cinematografiche, sicuramente, un modo onesto di passare due ore allegre, ma niente altro. E lei, non diversamente sciagurato della vera Judy Garland o del fittizio, tenero Anakin piombato nell’ombra.
Come stavano le cose, anzi: come STANNO per noi le cose, non è riuscito più a tacerlo e ce l’ha fatto sapere brutalmente infine, mediante uno scossone però non sufficiente a risvegliare i più dal sogno che sia possibile un mondo in cui la speranza superi in efficacia ogni malattia.

Auguro a lei di avere, come in un film, qualcuno che finalmente le faccia oltrepassare i muri della sua casa interiore.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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Una risposta a In morte di Robin Williams

  1. Miriam Bonazzoli ha detto:

    la speranza non è un sogno, ma una certezza: in questo mi sento di controbatterti, per il resto è vero che ad alcuni livelli si vive di finzione e di apparenza e questo non può bastare alla vita che, prima o poi, chiede il conto. d’altra parte è la storia dei clowns (non in senso dispregiativo, anzi), quella di far apparire la realtà come non è, forse per primi a loro stessi. alcuni suoi films mi sono piaciuti, l’attimo fuggente penso che sia uno dei peggiori film sulla scuola e il rapporto educativo: il capitano, mio capitano in questione ha legato a se i ragazzi, ma non ha saputo dare le ragioni profonde e durature (quindi vedi, anche qui) della ribellione, e quando il ragazzo si è suicidato non ha saputo dire niente. io gli auguro che Dio, nella sua grandezza e nel suo amore, gli cauterizzi tutte quelle ferite, anche profonde, che lo hanno portato al gesto estremo.

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