Sogni, ma quali?

Leggo qui una considerazione su cui vorrei polemizzare alquanto.
Ebbene sì, anch’io sono dell’idea che la crisi irachena attuale dovrebbe risvegliare dal sogno, ma dirò adesso da quale, o meglio da quali sogni.

  • dal sogno che si viva nella parte equa del pianeta. Credo che non esista una parte simile oggi, se mai è esistita. Questa è la parte in cui milioni di persone si sono battute per ottenere forme di equità diverse, a volte in contrasto fra loro; in cui potentati e tabù sono stati scossi dalla critica, dalla ragione, a volte da qualche credo ideologico non migliore di quelli che attaccava.
    È un patrimonio storico, culturale e sociale che non dovrebbe andare disperso sotto i colpi, ormai insistenti, di veti incrociati (alla faccia di chi parlava di “fine delle ideologie”), di revisioni e nostalgie di oscuro intento.
    Se questa parte del mondo può vantare qualcosa a fianco delle altre, è questo patrimonio culturale e non i modi in cui certe idee sono state usate. Per esempio: non ha senso istituire di sana pianta un sistema elettorale che ne scimmiotti uno di qui, in Paesi in cui si ragiona ancora per contrapposizioni di tribù o religione; si otterrebbe solo di dare argomenti a chi questo sistema criticasse, tenendo presente che anche qui le contrapposizioni di parte sono responsabili di tanto mancato progresso.
    Consideriamo quanto stenti a farsi strada una cosa tanto ovvia come il commercio equo e solidale, sulla base di neppur consapevoli motivazioni che alla fine si riducono tutte a questo discorso: “non posso permettermi di rinunziare al lavoro degli schiavi”. Pensiamo poi a come in Italia, oggi, si possa ironizzare ipocritamente sull’esistenza di “lavoratori di serie A e di serie B”, stante il debole impegno profuso anche da quelli “di serie A” nell’estensione dei loro benefici;
  • dal sogno che si viva nella parte pacifica del pianeta. Si è semplicemente sostituita la guerra tradizionale con altre forme di lotta, apparentemente meno cruente. Mi piace qui, ad esempio, citare il modo in cui l’Italia fu sbattuta fuori dalla competizione per il reperimento delle risorse energetiche, tramite un “incidente” che ci privò di Enrico Mattei. Le guerre nei Balcani sono state fatte, combattute, finanziate, sfruttate in varia misura da Paesi che magari non vi hanno sparato direttamente un solo colpo.
    La maggior parte delle guerre nel mondo, da molti decenni, vedeva parti interessate che fornivano sostegni più o meno palesi per una partita a scacchi di portata globale.
    Se gli elettori di qui ne sono inconsapevoli, non lo sono i governi che essi eleggono. I suddetti elettori poi, nel privato, hanno sviluppato forme di conflitto fra poveri, dalla carriera al consumo, dalle tifoserie ai campanilismi;
  • dal sogno che le istituzioni possano, da sole, migliorare le cose. Se non bastasse quanto detto sopra, basterebbe considerare come le istituzioni dei Paesi europei non sono sufficienti a garantire il benessere, inteso non come disponibilità economica ma: lavoro disponibile e protetto, difesa da scossoni finanziari, redditività d’impresa. Non parliamo del fatto che i vari Paesi, ciascuno tirando in questo l’acqua al proprio mulino, usano anche delle istituzioni per la “non guerra” di cui sopra;
  • dal sogno che le porcate fatte in casa d’altri non sarebbero ricadute qui. I Paesi in cui sono guerra e miseria soffrono mali non imputabili a qualche antropologica minorità degli abitanti (fermo restando quanto detto a proposito del retaggio culturale), ma a una serie di minorità diverse. Pensiamo a come molte economie subiscano i contraccolpi di variazioni nel cambio del Franco CFA, non decisi da loro; di come le risorse di molte siano sfruttate a beneficio di aziende straniere e tiranni locali, che le usano per l’acquisto di armi. Per un Saddam Hussein sostenuto dagli Stati Uniti, abbiamo avuto instabilità; per un altro Saddam Hussein (perché non mi direte che era lo stesso!) che gli Stati Uniti hanno avuto il bisogno di abbattere, abbiamo ottenuto ben di peggio.
    Oggi Isis è la vittoria di Bush che cercava un nemico a favore di “forse sappiamo chi”, e non siamo noi né i cittadini statunitensi;
  • dal sogno che ci si possa rinchiudere nel privato egoismo. Nell’egoismo di Stati, corporazioni, famiglie, singoli. L’inquinamento filtra anche attraverso le finestre chiuse, la radioattività colpisce duro, gli OGM sono venduti e milioni di disgraziati cercano, realisticamente o meno non importa, qualcosa di meglio da queste parti. Si fa fatica a difendersi dal vicino importuno, ma l’unica difesa dal crollo della società è quella preventiva.

E pensiamo di risolvere tutto armandoci? Ma per favore!
Bisogna armarsi di giustizia, senso civico, governi credibili, economia lecita. I nemici dell’occidente sono in primo luogo dentro i suoi confini e contro di essi gli F35 non servono; contro quelli fuori ci si arma meglio diventando credibili. Un’Europa efficiente e dotata di solide idee sarà meglio difesa di una che mandi allo sbando la società ma foraggi eserciti e venditori di armi.
Eccolo qui: un altro ingenuo“, dirà qualcuno. Certo, nessuna argomentazione e nemmeno mole di dati può convincere chi crede che “laggiù” ci siano solo incivili violenti e disonesti: sì, c’è gente per cui gli stranieri sono uguali a quegli italiani che rubano, godono di appoggi alla loro incompetenza, ammazzano donne, spacciano, truffano, ingannano.
Ma vogliamo dire che il possente esercito statunitense è inadeguato a combattere qualche migliaio di persone bombardandole? Chi vogliono prendere in giro? Quanti criminali hanno assediato Kobane, che qualche decina di aerei pieni di bombe non potessero sterminare? Viene quasi il sospetto che si voglia prima aspettare che quelli distruggano i curdi, come i Russi attesero che i nazisti sterminassero gli ebrei di Stalingrado.
Sì, bisogna uscire da sogni che trasformano il mondo in un incubo e tornare a sognare cose degne.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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