Pena per chi

Ah, che brutto effetto fa, la musica!
Sento un brano, colonna sonora di un film, né l’uno né l’altro tali da scombussolarmi, ma poi mi viene in mente una persona che ha visto quel film decinaia di volte, sempre commuovendosi, e lo sa a memoria.
E mi sono immaginato quella persona, da sola mentre lo guardava. Un individuo della specie umana disperatamente solo, che in solitudine vive le sue emozioni: così lo vedevo. Persona fra le tante che faticano a trarre affetto, anche a causa dell’altrui incapacità a darne.
Mi è venuto da piangere. Avrei voluto essere un fantasma, di quelli che in certe favole sono capaci di carezzare un vivente per dargli sollievo.
Un fantasma, per non essere coinvolto. Io, persona in carne e ossa, ho troppo gravato di litigi e incomprensioni la nostra conoscenza. Come chi volesse far dono di una somma di denaro a qualcunu, ma lo facesse in modo anonimo perché il regalo non fosse rifiutato per orgoglio o, peggio, per passati risentimenti.
Sì, qualche volta non solo ho pensato di non meritare affetto, ma perfino mi sono sentito indegno di offrine, troppe le dimostrazioni date in contrario.

Mi è venuta in mente la volta in cui ho detto a una nipote, per me troppo incline a definirsi socialmente, che le cose importanti della vita sono quelle che vivrà da sola. Ne sono convinto, e intendo: un libro che forma, una canzone che trasforma, un sogno che conforma, un dolore che deforma. Un bagaglio di fatti irripetibili: perché non si possono riprodurre a volontà e anzi è pure dannoso; e perché avvengono in un interno irraggiungibile per chiunque altro. Il tesoro prezioso di esperienze che sole posson dare, sperabilmente, l’idea di avere avuto una vita significativa.

E di che piangere, dunque, all’immagine di una di tali esperienze? È la solitudine, non del fatto in sé, ma del fatto come icona. La solitudine del dopo: fatta esperienza, che altro puoi se non guardarti intorno a cercare con chi condividerla? Ma qui mi contraddico: non dicevo irraggiungibile, il tepore prodotto, simile alle calorie d’un cibo? E come questo che, mangiato, non può essere d’altri, così l’esperienza vissuta, sia apprendimento o emozione o visione o dolore, si fa assimilare e anzi certe volte, quanto più mi sforzavo di rappresentare il dettaglio del vissuto, tanto più difficile mi risultava trasmetterne il senso.
Ma il mio corpo, nutrito, cerca dove spendere l’energia raccolta; così un cuore gonfio e grato riverserebbe spontaneamente di sé altrove, posto che un altrove fosse possibile.
Mi capitò, in un’epoca pessima, di consolarmi constatando la ricchezza e il privilegio di certe esperienze godute. Ma tutte le ricchezze di una caverna, non le offriresti con piacere per un po’ di sole?
E non è questa la prima volta in cui, pensando di qualcuno l’interiorità, ho pianto la scarsità dei suoi contatti.

Dei suoi, o non dei miei? Era una funzione di specchio a farmi capire la condizione altrui, come sembra facciano certi neuroni nel cervello; o più banalmente specchiavo qualche paturnia mia nell’altrui somiglianza? Di chi ho pena, in definitiva?

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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Una risposta a Pena per chi

  1. Miriam N Bonazzoli ha detto:

    come sempre, riesci a spiazzarmi!!! ho capito solo in parte quello che hai scritto, ho però trattenuto la domanda finale ” di chi ho pena”, cioè di chi mi devo dolere, soffrire…. beh, già uno che si fa la domanda è avanti!!! e certe volte non è sbagliato avere pena di se stessi.

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