“There’s a sign on the wall”

Vietato oltrepassare la linea gialla
Do not cross the yellow line

Frase che vedo infinite volte in metro oppure alla rèiluèi stescion. Mi pare tradotta correttamente in Inglese, contrariamente allo stile mmerigano di altre comunicazioni. Tradurre, per esempio, “It is forbitten to cross…”, come ho visto da qualche parte, è sbagliato perché gli anglo-americani “non parlano così, non pensano così”: sappiamo bene che ogni lingua costruisce le frasi in maniera tipica.
Precisiamo: benché sia cresciuto a “pane e Crosby, Stills & Nash”, non sono infatuato di una cultura non mia e non sono nemmeno come tanti miei connazionali che giudicano buono solo ciò che viene dall’estero, da ben precise parti di “estero” coi soldi.
Ora: cosa merita, la frase in questione, del mio arzigogolare?
In Italiano si evoca un divieto, in Inglese si dà una disposizione; in Italiano ci si appella a un principio, in Inglese si fa valere un’autorità.
Naturalmente, ciò non significa che gli Italiani credano tutti nei principi: figurati, prima dovrebbero accordarsi su quali… Non significa nemmeno che gli an-am abbiamo il culto dell’autorità. E allora si consideri quello che segue un puro arbitrio mio.

A me sembra interessante che in Italia, per ottenere qualcosa, si debba richiamare un principio:
“Mi scusi, sa… fosse per me, figuriamoci… per me, come le pare… ma sono gli ordini…”
“Gli ordini di chi? Come si permette? Ma lo sa, quello lì, chi sono?”
“Ma non è colpa sua… ha ricevuto disposizioni…”
“Disposizioni? E chi si è azzardato?”
“Ma non è voluto, sa… esigenze prevalenti…”
Insomma, nessuna autorità abbastanza autorevole, ci si deve appellare a Superiori Istanze.
È a tali principi che ci si appella quando si fa la Carboneria, il Risorgimento, l’Unità, la Resistenza, le cui maiuscole non servono solo a distinguere un nome proprio da un nome comune, ma anche la ferialità dall’imprescindibile. Dovrebbero quindi funzionare anche aspettando un treno.
Nulla in contrario ai principi, perché sono un po’ dei fari, buoni ad evitarci incagli. Il problema sorge quando sono richiamati in vece di più ordinarie, ma non meno significative, necessità e, a forza di evocarli, l’evocazione stessa perde forza.
Così non ci si può accontentare di snocciolare Sacri Doveri, da contemplare come un bimbo si rimira un palloncino ma, come questo con un filo rimane attaccato ai Terreni altrimenti vola via e non lo vedi più, così quelli devono mantenere un legame coll’esperienza umana, altrimenti rimaniamo con parole che prima rappresentano qualcosa distaccato, irraggiungibile e già insignificante, poi ricordano esperienze estranee, poco interessanti, quindi al massimo forniscono materiale per qualche citazione.
Serve, dunque, che il Principio resti presente come qualcosa di vivo. Serve pure chi lo incarni degnamente e forse il problema sta qui:
“Sì, proprio tu mi fai la predica… con che coraggio…”
Perché a chiedere dev’essere persona credibile, altrimenti… altrimenti si deve richiamare il babau:
“Non siamo certo noi a importi cosa fare, è la Norma.”
Purché sia ancora capace di intimorire:
“E un bel chissenefrega, non vogliamo dirlo?”

Infatti, un prete di qualunque religione può minacciare un inferno ma nu vigile, ammettiamolo, non può.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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2 risposte a “There’s a sign on the wall”

  1. emauri1958 ha detto:

    Ammettiamolo

    Attettiamolo

    Alluittiamolo

    Annoittiamolo

    Avvoittiamolo

    Allorottiamolo

    voci de verbo ehm, ammetterialare…

    Ad majora M

    ________________________________

  2. mariateresa270363@tiscali.it ha detto:

    VERITIERO E GUSTOSO. Mi PIACE E LO CAPISCO PURE. AL PROSSIMO

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