Tutti al mare

La rigidità di un sistema binario “buoni-cattivi” impedisce a chi si vuole progressista di affrontare utilmente la questione del burkini, quell’abito che permetterebbe a donne musulmane di andare al mare senza spogliarsi.
In Francia alcuni Comuni l’hanno vietato. Mi risulta che in Francia viga una legge che vieta l’esposizione di simboli religiosi. L’indumento contrassegna non solo l’identità religiosa, ma anche l’aderenza a prescrizioni che qualcuno associa a una certa religione, come l’uso del velo e nascondere il corpo umano; è del tutto conseguente che lo si vieti. Mi domando se siano vietati gli abiti delle suore.
Hanno riportato un’intervista all’inventrice del burkini la quale diceva, al netto di errori nella traduzione, che l’idea le venne guardando la figlia che al mare era scomoda col normale velo. Dunque si tratterebbe di un abito concepito e utilizzato proprio per aderire a prescrizioni religiose; chi lo indossa, dunque, manifesta senza ambiguità il suo credo.

Invece, certe dichiarazioni sulla difesa della “cultura francese”, mi sembrano castronerie: in quel caso si dovrebbe vietare il turbante ai Sikh o il kimono alle giapponesi, ma sono sicuro che non si fa. Ma quand’anche, sarebbe meglio difendere quella cultura con un’istruzione capillare e interventi a sostegno; peccato che l’ignoranza faccia comodo a troppi, e l’identità sia invocata da tante persone che non sanno di che parlino.
Quando uscì la famosa legge sui simboli religiosi, mi pare che nessuno abbia protestato in nome della libertà, a parte quelle persone religiose che li avrebbero voluti permettere.
Ora invece si vuole vedere, nel divieto, una limitazione della libertà delle donne e si fanno paragoni con bikini e minigonne.

Comincerei ricordando che in Iran, prima di Khomeini, le donne andavano in giro come volevano e solo ora, faticosamente, si stanno recuperando certe libertà. Laggiù, veli e tuniche sono una coercizione, indipendentemente dalla possibilità che qualcuna li voglia davvero indossare. Le donne iraniane hanno lesa la loro libertà, e così tutte le donne straniere che, andando là, sono costrette a mettere un velo che altrimenti non userebbero.
Quale libertà verrebbe dunque violata, vietando il burkini? Quella di rispettare una specifica prescrizione religiosa. Il corpo delle donne, semmai, c’entrerebbe in quanto non lo si vuole costretto, al contrario di Paesi in cui invece costretto è.

Poniamo che in Tumbolandia si decidesse di obbligare le donne a indossare fasce sulla fronte, sanzionando le inadempienti: sarebbe una violazione della loro libertà. Se poi qualcuno in Francia imponesse a mogli/sorelle/figlie di indossarla, sarebbe una pari violazione e il governo francese, e non qualche sindaco, dovrebbe intervenire non tanto per vietare le fasce quanto per vietare l’imposizione.
Se invece qualche sindaco decidesse che la fascia è sconveniente per qualche motivo e decidesse di vietarla, allora sì sarebbe una limitazione della libertà. Ma per ricondurre le cose a dimensioni di raziocinio, ricordo che sicuramente c’è qualche norma che vieta la nudità nei centri abitati, e nessuno grida al liberticidio per questo.
Insomma, chi si oppone al divieto oggi e chi si oppose all’eliminazione dei simboli religiosi sono esattamente due campi opposti e mi viene da dire: ohibò. Sembra che i principi ci debbano seguire, anziché essere seguiti.

-°O°-

Le cose non sono così semplici. Personalmente ritengo ci sia un modo sensato di esporre simboli religiosi; se io ne tengo, non è per fare polemica o proselitismo, ma perché è una cosa normale per i credenti. Così possiamo anche considerare che un tipo di indumento possa far parte dei normali segni di religiosità.
Non tutti gli abitanti del mondo hanno la nudità, anche parziale, fra le proprie abitudini. È quindi comprensibile che a molte donne piaccia l’idea di un vestimento che le faccia sentire a loro agio, inoltre le modelle che ho visto stavano proprio bene. Non dimentichiamo che decenni fa i costumi da bagno erano più castigati dei vestiti estivi di oggi e ricordo, da bambino, mia mamma che commentava con giusto una punta di perplessità la comparsa di abiti con le braccia tutte scoperte.

Un’altra questione è quella legata al “rispetto delle altrui identità”. Nessuno è stato così rispettoso nel proprio Paese, quando si trattava appunto di andare contro le opinioni e il sentire di una controparte bollata come reazionaria, codina, perbenista (ipocritamente, era il sicuro assunto).
Sarà che “si nasce incendiari e si muore pompieri” ma tutto quel furore scatenato contro i fatti di casa propria mi sembra contrastare con l’atteggiamento fin troppo possibilista, decenni dopo, per tradizioni estere.
Ma un’idea ce l’ho. Siccome l’attuale controparte è contro le altrui espressioni, culturali prima che religiose, allora bisogna difenderle. Sono d’accordo che certe critiche nascono da ignoranza, prevenzione, nazionalismo di bassa… lega… ma non è un buon motivo per eccedere nel senso opposto.
Ma ho l’impressione che l’abitudine a fare i contestatori abbia inibito l’attitudine alla proposta, almeno sui grandi numeri.

-°O°-

Insomma, attualmente non sono né contro né a favore del burkini, perché troppi sono gli elementi da considerare e il dibattito, in argomenti del genere, è troppo polarizzato e semplicistico. Si sarà notato che riconosco alle autorità francesi il diritto di vietarlo, se ciò è in accordo con quelle che mi risultano leggi vigenti, mentre ritengo ridicoli motivi di “decoro” o “rispetto della cultura francese”.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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2 risposte a Tutti al mare

  1. Flavio ha detto:

    Continuo a chiedermi cosa succederebbe se avvenisse l’esatto contrario (donne Europee in costume da bagno in una spiaggia del golfo persico).

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