Stratificazioni

It’s easy to get buried in the past
when you try to make a good thing last
È facile finire sepolti nel passato
cercando di far durare una cosa bella

Neil Young – Ambulance blues

Le cose sono una transitoria aggregazione nel divenire. Poiché queste aggregazioni producono effetti, cioè continuano a essere parte del divenire, sue manifestazioni localizzate, se ne può parlare proprio in riferimento a quelle manifestazioni: la localizzazione spaziale, che è una relazione col resto; massa e aspetti fisici, a loro volta definibili in termini comparativi con altre aggregazioni.
Le cose si trasformano, potremmo dire, ma è il divenire che muta in ogni sua parte.

-°O°-

Un museo è un luogo in cui alcuni oggetti sono sottratti, per un tempo maggiore, al divenire. Si possono continuare a vedere reperti nelle stesse condizioni in cui si trovano da anni, secoli, millenni. Si va in un museo per integrare la propria conoscenza di situazioni che non sono più. Se tali situazioni fossero dotate di entità a parte, se fossero espressione di un che, preesistente e permanente, ci si dovrebbe interrogare sulla causa del venire meno. Se fossero episodi casuali non legati a un divenire più o meno ordinato, benché di questo ordine possiamo cogliere solo qualche barlume e resti tutto sommato un’ipotesi metafisica, avrebbe poca utilità la loro indagine, a parte qualche ora di sano divertimento.

-°O°-

Non posso fare a meno di relazionarmi con le cose che sono il modo in cui il divenire costruisce l’universo che conosco; anche il mio conoscere è il modo in cui alcuni aggregati interagiscono con altri. Io stesso, però, divengo né posso evitarlo; anzi tradirei me stesso se non lo facessi e non lo facessi nel modo a me specifico: se anche decidessi di legarmi mani e piedi, isolarmi dal mondo, privarmi di occasioni ed esperienze, nondimeno vivrei la situazione a modo mio benché, riducendo l’ampiezza dell’azione, un aggregato perda molte delle sue caratteristiche comparative e un essere umano finisca per essere quasi indistinguibile da un altro.
Di certe relazioni non si può fare a meno, com’è ovvio: il mio corpo necessita di cibo, cioè un aggregato di cui prendere parti che prima sono altro da me e poi diventano me; lo stesso dicasi dell’aria, da cui traggo parti preziose del me che sarà tra poco.
Così capita per molti altri esempi. Per esempio tendo a far durare, e riprodurre, stati di benessere indotti da musiche, cibi, persone.
Capita anche a queste sensazioni di cambiare; com’è ovvio, dal momento che cambia almeno uno dei termini della relazione. Come un giorno la mostarda prese improvvisamente a piacermi e ora, che è diventato impossibile trovarne piccante, non mi dà più la stessa soddisfazione, così ci sono pezzi di musica che non mi piacevano e ora sì, o viceversa.
Se cercassi di riprodurre, ingannando me stesso, il medesimo piacere di una volta, sarebbe come se pretendessi di ridiventare la medesima persona di allora ma non solo: come se volessi l’universo intero tornato ad un’epoca particolare.
Capita che si cerchi di perpetuare effetti che ci erano piaciuti. Faccio un esempio: che voglia proporre, dopo quarant’anni, il godimento di una certa canzone per ciò che mi rappresentava. Ma i simboli sono sostituiti continuamente; i fatti conducono me a condizioni diverse da quelle a cui hanno condotto te e perciò ne elaboriamo opinioni differenti; i suoni perdono la carica più rapidamente dei colori: si è smorzato l’accordo tragico di Mozart più che il rosso Tiziano.
Riprendere una canzone, così, rischia di farmi perdere l’aggancio con le interazioni che oggi sono disponibili, magari, con luoghi e persone già notei ma oggi avviatei, nella costante trasformazione, a nuove fasi della trasformazione, nuove offrendone a me pure.
Se immagino il tempo, posso pensarlo come strati disordinati di eventi che si sovrappongono ai precedenti, mutando le raggrumazioni che chiamiamo cose. Uno di quei grumi ero io, là sotto, e se volessi tornare così dovrei allora farmi seppellire dal tempo che passa, privando il futuro di ciò che potrei essere domani.

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Della civiltà minoica conosciamo oggi la scrittura, la “lineare B”, e quindi la lingua e molte usanze. Lo si deve a Michael Ventris e John Chadwick, oltre al lavoro di altri, che hanno decifrato la gran quantità di tavolette d’argilla trovate in Grecia. Il libro di Chadwick non lo dice, ma lo deduco dai fatti: le tavolette sono l’ultima fotografia di una civiltà, prima che fosse travolta dall’incendio dell’invasione. Questo perché i Minoici non usavano cuocere l’argilla, una volta compilata, per archiviare i dati come facevano in Asia Minore: erano tenute per la durata dell’anno contabile e poi riciclate. Non si poté riciclare più nulla, quando le città furono distrutte, e le ultime scritture amministrative, attestanti il conto delle provviste e degli armamenti, vennero indurite dalla fiamma devastatrice, e le sabbie del tempo ricoprirono letteralmente ciò che restava. A noi non sarà mai dato sapere se il conto di carri, ruote di scorta e scudi rappresentasse quantità ordinarie, e ordinariamente riportate, o sia testimonianza dello sforzo bellico, insufficientemente disposto ad evitare la fine.

-°O°-

Stasera, al Rosario per una persona nota, c’erano diverse persone che avevano contatti con quella famiglia; alcune trasferite da tempo. Si sono ricostituite aggregazioni di ventennale memoria, ricordandomi un qualche aroma di tempi che furono. Come per tutti i tempi, si è ovviamente fatto meno di quanto immaginabile: mentre frequento alcune persone non posso frequentarne simultaneamente altre, per esempio. Rimane dunque la sensazione di non avere scavato abbastanza le ricchissime miniere, disseminate fra le pieghe del tempo; quei giacimenti di minerali preziosi che la tettonica del divenire universale conduce a radunarsi: l’oro di un’amicizia cordiale, il rame di un pensiero acuto, il ferro di una tenacia  ammirevole, l’ambra di un amore tenero, la creta di vite difficili vissute creativamente.
È forse questa la causa dell’istintiva nostalgia per il passato, comunque vissuto; il motivo per cui le auto d’epoca sono sempre belle e certe canzoni, mai apprezzate un tempo, pure si rivestono della suggestiva ruggine del ricordo.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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Una risposta a Stratificazioni

  1. emauri1958 ha detto:

    Non riesco nemmeno ad immaginare dove vai a pescare cose così profonde (almeno per me) per poi farle emergere dandoci la possibilità di rifletterci sopra (o ponzare per benino) ma grazie a te la mia mente parte per lontane tangenti che mi riportano a me…

    Intanto che ti leggevo stavo ascoltando questo pezzo di cui devo ancora leggere la traduzione completa e te lo voglio qui regalare https://youtu.be/r4LdjEObjGo , ciao

    [https://i.ytimg.com/vi/r4LdjEObjGo/hqdefault.jpg]

    Gillian Welch – Revelator youtu.be From the CD Time (The Revelator) Darling remember from when you come to me that Im the pretender, Im not what Im supposed to be but who could know, lf Im a t…

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