Non l’ultima volta, ma…

Non l’ultima volta, ma in occasione di altre proteste di tassistei ho sentito parlare di “servizio pubblico”.
Non l’ultima volta, dirai, e allora che tiri fuori? Il fatto è che se ne può parlare utilmente, quindi siediti e prendi nota…

Lu tassista non svolge un servizio pubblico; non più deu gelataiu, deu fruttivendolu, deu farmacista.
Il servizio pubblico è, innanzitutto, un servizio, non un commercio. Per commercio intendo anche quelli, fatti da privatei, come le consulenze, i servizi di orientamento professionale, le barberie… insomma, tutte le attività che io svolgo per procurarmi i beni e le risorse per vivere e agire: cibo, vestiti, dischi dei Gentle Giant, una gita al Sacro Monte di Domodossola, il biglietto per vedere The Hateful Eight.
Un servizio pubblico è quando un ente pubblico mette i soldi perché sia fatto qualcosa: lu conducente del tram svolge un servizio pubblico: ha un commercio col Comune per il quale si impegna a condurre il tram e trasportare gente. Fa poca differenza la percentuale di soldi che io pago colle tasse rispetto a quella che pago col biglietto.
Però…
…nella misura in cui sono disposto a chiamare “pubblico” il servizio dei tassistei, posso definire tale anche quello dei gelatai, dei fruttivendolei, dei farmacistei. Cosa c’è di pubblico, chiederai, nel guadagnare soldi? Niente; questo è il modo in cui una persona si procaccia onestamente le risorse per il ragù pronto, per un maglione, per l’anello di fidanzamento, per un telescopio amatoriale. Però.

Perché lu verduraiu già riesce a malapena a fornire ai clientei tutta la frutta richiesta, tra forniturei, affitto e bollette, pulizie; come trova il tempo e i materiali per fabbricarsi un computer, edificare una casa, scriversi i manuali di aerobica?
Ecco che per fortuna c’è altrettanta gente disposta a fare quelle cose. S’intende: a pagamento. È giusto così: non avevo detto che io svolgo un’attività per comprare dischi? Meno male che c’è chi ne produce; ammetterai che mi svolga un prezioso servizio, altrimenti mi ritroverei con dei soldi inutili in mano a canticchiare fra me brani che meriterebbero migliore esecuzione… fino al giorno in cui mi chiederei perché mai abbia passato tutto quel tempo a fabbricare palline da ping pong per guadagnare soldi inutili; smetterei e qualcuno dovrebbe smettere di giocare. Un effetto domino devastante; tutto perché nessuno vende più il mio disco preferito!

Così, ecco spiegata la ragione per cui, dopo avere portato la mia bocca a nu dentista, paghi il servizio e poi dica grazie. Non per quello che mi ha fatto, dal momento che l’ho pagato e bene, ma per il valore aggiunto di un servizio alla mia esistenza.

Per convincersi del fatto che tutto questo discorso meriti attenzione, invito a un semplice esperimento mentale. Andiamo in certi quartieri-dormitorio, con palazzoni enormi e nessun negozio; oppure in cittadine senza più esercizi, “tanto c’è il centro commerciale a venti minuti”. Quindi spostiamoci in quartieri o cittadine dove siano la speçiàia, il bezagnìn, il tabacànte, lo spegasìn, (http://www.zeneize.net/itze/main.asp) e ditemi se non si viva meglio.

Ecco dunque in che senso si può dire che un privato, nel suo commercio, svolga un servizio pubblico: nel qualcosa di più che si attacca fra la merce ceduta o il servizio prestato, e il denaro ottenuto.
È anche un modo per capire se la Pubblica Amministrazione debba incoraggiare o meno certe attività. Sono scelte che fanno una differenza: basare un’idea di assetto urbano sul fatturato o sulla costruzione sociale. Ché il primo è solo l’egoismo privato anche se a guadagnarci è quella che giuridicamente si chiama una “società”. Nel secondo caso, bisogna valutare l’impatto di un’attività privata sul tessuto sociale.
Prendiamo il caso della sanità. Ritenendo necessario migliorare la salute degli italiani, si creò il Servizio Sanitario Nazionale. Si sarebbe potuto finanziare l’apertura di centri privati, con incentivi e rimborsi, e si è fatto anche questo. Si poteva scoraggiare qualche abitudine dannosa alla salute, per esempio tassando alcuni prodotti; o si potevano finanziare facilitazioni a consumi salutari. Tutte iniziative già prese, in un modo o nell’altro.
Naturalmente si deve verificare il risultato: se una Regione spende meno con un intervento che dà risultati buoni, mentre un’altra spende tanto con poca efficacia, allora ricade sull’Amministrazione la responsabilità delle scelte. Queste sono le informazioni che dovremmo avere, per poter votare.
Purtroppo, anche chi può vantare effetti positivi preferisce affidarsi al teatrino delle accuse incrociate, così non ci capiamo niente.

Se, personalmente, sono favorevole al coinvolgimento diretto dei governi in certe attività come trasporti e sanità, ritengo però che l’iniziativa privata non sia, di per sé, un’azione antisociale. Si tratta di sapere cosa favorire.
Tempo fa, lessi di una polemica sulla difesa del patrimonio boschivo. In una foresta, le piante più antiche erano difese per farle durare. Qualcuno sostenne che ciò impediva che la foresta si modificasse liberamente, a detrimento del suo sviluppo e a rischio della sua stessa conservazione. Argomenti che richiedono competenze specifiche e ricerche rigorose e indipendenti.

Certe argomentazioni andrebbero valutate in modo serio. Parlare di “caste” in riferimento a notai, tassisti, gestori di stabilimenti balneari, è un conto; ma bisogna domandarsi se la continuità del servizio non sia un modo per garantire la sua esistenza. Per esempio: se dall’oggi al domani l’esercizio di un’attività accessoria a un bene pubblico (stabilimento balneare, bar annesso a stazione ferroviaria) può essere revocato, allora si può mettere in difficoltà una persona che lo seguiva; una tale insicurezza potrebbe essere affrontata, al massimo, da qualche grossa impresa con molteplici interessi e così ci troviamo a domandarci come preferiamo sia il lavoro: se una quantità di piccole iniziative indipendenti o un’appendice alla finanza anonima. Domande a cui non si può pretendere risposta che occasionale, da parte di un Comune o delle Ferrovie, ma che un partito politico deve considerare e che i cittadini dovrebbero poter valutare. Domande, tengo a notare, che non escludono la possibilità di un disboscamento, quando i vantaggi di privati fossero come funghi e rampicanti che soffocano il bosco (e forse un approccio di tipo ecologico darebbe utili concetti per le risposte).

Perché si possa parlare di “società”, in contrapposizione per esempio ad “alveare”, è necessaria una partecipazione decisionale di qualche tipo. Mentre le api operaie o i fuchi, ma anche la regina, così si trovano a essere e così si conducono, la società dovrebbe essere composta da umani, in cui la percentuale di determinismo e volontà è tuttora questione dibattuta al punto che potrei, come faccio, affermare che in condizioni non estreme c’è ampia libertà di scelta del proprio destino. Ci sono, insomma, diversi protagonisti di questo associarsi: tutti gli individui capaci di sé.

Alcune delle scelte possibili riguardano il valore da aggiungere al proprio lavoro, un valore aggiunto capace di fondare una Repubblica.

Niccolò Fabi – Ha perso la città

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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2 risposte a Non l’ultima volta, ma…

  1. miriam bonazzoli ha detto:

    Oddio, mi sono persa! forse vuoi dire che sto’ macello che fanno i taxisti per avere l’esclusiva di un lavoro ben pagato è ingiusto, e che pure i tassisti privati hanno il diritto di lavorare procurando un servizio alla gente?

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