Sentiti ossequi

Ieri il presentatore di un Tg si è congedato con queste parole: “La redazione vi ringrazia di aver scelto il nostro giornale”.

I ringraziamenti ci sono sempre, ma questa volta li ho sentiti inutilmente ossequiosi. Mi è sembrato non di passare da un programma all’altro, ma di stare uscendo da qualche bottega d’altri tempi: una sartoria, magari, che ti lascia nel naso un sentore di stoffe; nelle orecchie i rumori ovattati dall’effetto fonoassorbente dei molti abiti esposti, oltreché dai modi signorilmente contenuti dei commessi; negli occhi la varietà di tagli e cuciture e foderami e modelli; sulle dita la sensazione di morbidezza delle pregiate stoffe che una solerte incaricata ha sciorinato.
Tutto il contrario d’un Tg, in generale, e dei servizi visti ieri, in particolare.
Lo considero solo un tentativo, inconsapevole e pure goffo, verso la riduzione d’ogni cosa a commercio, laddove pure le notizie vanno vendute bene affinché siano gradite, nella linea peraltro dell’atteggiamento secondo cui le notizie da dare sono scelte con criteri tutt’altro che obiettivi: quelle che susciteranno clamore; quelle di cui già si parla; quelle capaci di stuzzicare la pancia del pubblico.

Non tralascio l’usanza, per me strana, di troncare il verbo ‘avere’ sempre e comunque. L’italica eufonia tanto è contraria all’ammassarsi di consonanti, basti ascoltare certi dialetti pieni di vocali o notare certi inciampi della parlata come in chi dice “ìnnepese” per intendere la Previdenza Sociale. Invece escono questi ingranaggi poco oliati di erre ed esse e ti, messe insieme; secondo me per la suggestione dell’avere imparato qualche parola di lingue straniere.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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Una risposta a Sentiti ossequi

  1. emauri1958 ha detto:

    il mio babbo che sardo era, per INPS pronunciava: impisi ________________________________

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