Ipotesi di bufala

AVVISO AI LETTUREI: QUANTO STANNO PER LEGGERE È PURA INVENZIONE

Belli, i papaveri, vero?
Col loro colore che risalta nel verde intenso del grano in germoglio… così adatti ad accompagnare l’oro delle spighe… così velenosi per noi!

Ma cominciamo da lontano, parlando di una piaga sociale. Milioni di persone un tutto il mondo si rovinano e muoiono consumando oppio. L’oppio, vale la pena ricordarlo, genera dipendenza. Anche a piccole dosi. I suoi principi attivi sono uguali a quelli dell’eroina.
Ora, l’oppio è una sostanza naturalmente contenuta nel papavero di cui, da sempre, si fa uso alimentare.
Ma cosa succede se l’uso diventa continuato? Succede che gli effetti pur blandi possono sommarsi, con l’accumulo di sostante tossiche nell’organismo, fino a conseguenze devastanti.

Qualcuno penserà che , siccome non assume alcuna sostanza psicotropa, non corre rischi, e invece non è così. Ci sarà chi crede di stare al sicuro perché ha cura di consumare alimenti biologici, ottenuti senza uso di diserbanti e concimi chimici; ma il pericolo è comunque alto. Il papavero è considerato una pianta infestante, spunta rapidamente e i suoi germogli possono comparire ovunque; i semi possono restare in quiescenza per diversi decenni, nell’attesa di condizioni favorevoli alla germinazione. Le sostanze rilasciate possono essere comunque presenti e produrre effetti.

Ebbene sì, perché fra quella risorsa alimentare che tutti conosciamo e i fiori di papavero avviene un continuo scambio di sostanze. In particolare, gli alcaloidi contenuti dei semi del papavero sono diffusi nell’aria e disciolti nel terreno. Sostanze che non perdono i loro effetti per cui, assunti attraverso semi di papavero o di grano, il risultato è lo stesso.

Qualcuno ricorda la favola “Il mago di Oz”? Ebbene la protagonista, Dorothy, deve ad un certo punto attraversare un campo di papaveri e il risultato è che si addormenta profondamente. Solo per esserci passata in mezzo, figuriamoci se ne avesse assaggiati!

Ma noi, in realtà, è come se ci nutrissimo in continuazione di quei pericolosi semi. Ad ogni folata di vento, ad ogni scroscio di pioggia, piccole quantità vengono disperse e il grano, attraverso gli organi aerei o le radici, li raccoglie e poi, dal momento che non fanno parte del suo metabolismo normale, le accumula. Ciò che non viene raccolto dai coltivatori è ridistribuito nel terreno per andare a gonfiare le ingombranti scorte della produzione seguente.
Così, un raccolto dopo l’altro, veniamo esposti ai deleteri effetti di oppiacei, giunti a noi in modo del tutto imprevedibile e che sembra inevitabile.
Qualcuno, anzi, ha avanzato l’ipotesi che l’aumento di sindromi celiache sia da mettere in relazione al sovraddosaggio di alcaloidi da papavero.

Che fare, dunque, per evitare danni? In primo luogo, è del tutto evidente che bisogna, SUBITO e TOTALMENTE, abolire pane e farinacei dalla propria dieta. Ma non solo: sappiamo che l’uso di granaglie è comune nell’alimentazione animale. È noto l’uso di estrogeni e altri ingredienti chimici, usati da allevatori senza scrupoli per gonfiare le povere bestie; non si è fatta abbastanza informazione, invece, sulle conseguenze che possono sorgere da sostanze, lo ripetiamo, assolutamente naturali, benché alcune ricerche abbiano già dato indicazioni in proposito.
Anche in questo caso dobbiamo ricrederci sulla bontà dell’allevamento naturale perché, paradossalmente, è quello in cui gli alcaloidi assassini possono meglio diffondersi.

Al momento, gli unici alimenti sui quali possiamo contare sono quelli confezionati all’origine. È dimostrato infatti che il tasso di alcaloidi contenuti, per esempio, nelle merendine dei distributori automatici è sensibilmente inferiore alla soglia tossica.
Un’altra risorsa è data dalle catene alimentari specializzate in fast food: notoriamente infatti, produzione e confezionamento avvengono lontano dai luoghi di diffusione della pericolosa pianta.

In conclusione, qualche volta l’apparenza inganna e ciò che gratifica gli occhi può non essere altrettanto gradito al nostro corpo. Fortunatamente abbiamo gli strumenti per difenderlo, con un po’ d’attenzione.

– – – – – –

Ebbene, vi è piaciuto? Ho cercato di scrivere nel più bieco stile bufalaro. Espressioni come: “qualcuno ha avanzato l’ipotesi”, “è dimostrato che” e altre, senza uno straccio di documentazione, dimostrano che si parla per sentito dire o addirittura si sta mentendo. L’uso di termini appena ai margini dello scientifico, come “quiescenza” o “germinazione”, serve per dare parvenza seria a un testo che non lo è o a compiacere chi scrive, oltre a dimostrare che ho scopiazzato da qualche parte. Dovrebbe poi essere prevista la galera per chi scrive “alcaloidi assassini”.
Si usa anche un passaggio di una favola come argomentazione.
Se poi si conclude incoraggiando l’uso di merendine e panini di dubbia fama, il sospetto deve per forza venire… ma magari no.

L’idea mi è venuta passando di fianco a un campo bellissimo, verde e rosso. Chiedo scusa alla natura per l’uso che ne ho fatto.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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2 risposte a Ipotesi di bufala

  1. emauri1958 ha detto:

    Ma noti savevi che i papaveri xè alti, alti, alti e ti ti xè piccenin…?

  2. miriam bonazzoli ha detto:

    meno male, ero già in crisi perchè tutte queste cose non le sapevo…….ma si, quante cavolate ci propinano sugli alimenti (alcune vere per carità) e poi ti accorgi che l’uomo (in senso generale) spesso si avvelena da solo e pensa di essere furbo. Giustamente la bimba di una mia collega, dopo l’ennesima notizia di disastro cibario: il mercurio nel pesce, la mucca pazza, l’aviaria, gli estrogeni nella carne, gli effetti di Chernobyl sulla nostra frutta e verdura e in fine il latte contraffatto ha chiesto a sua mamma: “ma allora noi cosa possiamo mangiare?” i bambini ci superano. ciao

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