Cose che valgano

Oggi una donna si è buttata dal settimo piano ed è morta. Ho sentito qualcuno che la conosceva: solare, sapeva recitare… non se l’aspettavano.
E mi chiedo: a chi toccherà domani?
Perché suppongo che ci siano altre persone, nelle stesse condizioni, che domani potrebbero lanciarsi dal settimo piano, buttarsi sotto un tram, esagerare coi sonniferi, spararsi. Con tutti i conoscenti costernati.
Stasera consideravo le persone che erano con me nel treno che mi portava verso casa: dalle facce, da quanto facevano (il poco che facevano) non si poteva capire molto delle aspirazioni, dei bisogni. E nemmeno dei dolori. Tutti con lo sguardo neutro, verso il nulla o un telefonino, qualcuno verso un libro. Mi domandavo che faccia avesse quella donna, mentre si avviava al luogo di lavoro per l’ultima volta.
Sembriamo tutti normali, fino a quando non compiamo un gesto ufficialmente non normale.
Come mai una cosa tanto importante da causare la morte non è saltata fuori? Non era oggetto dei suoi discorsi, non determinava il suo comportamento; ciò è del tutto plausibile: al lavoro si parla di lavoro; con lej conoscenti, colleghej compresej, si parla di televisione, di calcio, banalità di quella che ha detto così e allora lui ha detto cosà perché lei pensa che io ma io sono fatta così perché lui vorrebbe che lei…; e le cose importanti, in definitiva, sono determinate da altre persone, da principi generici, da doveri ingrigiti di ordinarietà. Le uniche proposte con un minimo di serietà per superare certi mali vengono da religioni, filosofie o psicanalisi; disgraziatamente, arrivano anche contraffazioni che peggiorano i problemi.
C’è un antidoto a tutto ciò? C’è un comportamento possibile che scardini la serratura della gabbia?
Forse bisognerebbe che i nostri mali venissero a galla, ma come?
Si può pensare alle attività quotidiane come a chi si attacca alla bottiglia per dimenticare. Non è un’azione compiuta scientemente, come non lo è passare il tempo in attività di nullo valore formativo. Può darsi che ci sia una qualche distorsione del pensiero, trasferita nelle generazioni; un condizionamento dato sia dalle persone che troviamo intorno, sia da società deformi. O è la conseguenza di un difetto progettuale dell’umano, chissà. Sembriamo tutti normali o forse siamo tutti egualmente sedati, egualmente ipnotizzati, egualmente ubriachi.
E allora proviamo: a scacciare almeno una parte delle insulsaggini, a imparare a riconoscere il vuoto nei discorsi, a cercare temi degni d’attenzione, a pensare in grande.
Rifuggiamo la facile retorica delle piccole grandi cose: le cose o sono grandi o sono piccole: non confondiamo la quantità con la qualità.
Parlare, ma di quello che conta per me; agire, per ottenere quello che conta per me. Ottenutolo, non sentirò la voglia di rinunciare alla vita.
E cos’è quello che conta per me? La risposta autentica richiede tempo e pensiero, impone che si persegua la verità. È possibile farlo, in un mondo da sempre affogato nella finzione? Ancora una volta: pare che certi profeti e filosofi abbiano saputo farlo e la conoscenza dei tempi moderni dovrebbe aiutarci.
È un impegno decisamente degno di sforzi: salvare vite dal suicidio, ripulire un pezzo di mondo dalle scorie e portare luce nella propria vita.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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