Documentaristi leghisti

Quando si parla di cultura, bisogna vedere se siamo dei letterati, degli scienziati, o degli antropologi. Nel caso 1 saprò dire qualcosa su La Montagna Incantata di Thomas Mann (tanto per citare a cavolo una delle millanta cose che ignoro), nel secondo potrò ragionare sulla Materia Oscura (tpcacudmcci…), nel terzo caso… descriverò il modo in cui i pizzoccheri sono preparati a Montagna in Valtellina!
Vabbe’, questo non è un blog serio…
Però ammettiamolo: nel panorama politico attuale, i documentaristi hanno delle colpe, avendo dato retta agli antropologi, e vado a spiegarti perché.
Passo davanti alla tv e c’è un documentario su, diciamo, la Birmania. Mica ti raccontano la Storia (con la S maiuscola, mi raccomando), per farti capire che non sono tutti dei trogloditi; mica ti descrivono l’arte, giusto per chiarire che il gusto ha forme autorevoli anche altrove; mica ti spiegano le religioni, magari in modo da non farle sembrare stupide superstizioni (ma forse il documentarista la pensa così anche della TUA).
No, scopo principale di tanti documentari sembra mostrare i lavori del contadino che si alza, munge la mucca, sposta il fieno, raccoglie le erbe, fa il formaggio, prepara le ricette tipiche. Il tutto in un panorama mozzafiato dove, chissà come, non piove quasi mai.
Ora, se devo spendere soldi per andare a mangiare un’insalata di foglie di te, penso di continuare a vivere a casina mia e godermi una italianissima frittata.
Il giorno dopo, qualcuno fa un documentario su, che dire: il Peru. Gli Inca se ne stanno ampiamente in sottofondo, la poco nota Storia di quei popoli è citata appena, le conoscenze matematiche e astronomiche neppure. Stavolta il contadino va dai suoi lama, sposta non ricordo più quale foraggio, raccoglie erbe, fa il formaggio, prepara differenti ricette tipiche. Tutto condito anche qui da paesaggi stupendi e climi favorevoli.
Io non ho l’animo del turista; sarà per questo che non mi sento particolarmente ansioso di rimanere in meditazione a guardar panorami e sbocconcellare una papa o un rocoto.
E non solo televisione. Capito su una pagina web e trovo scritto: “nei nostri viaggi il cibo ricopre una posizione di rilievo. Adoriamo scoprire nuovi sapori, … Solo facendo così riuscirai ad immergerti del tutto nella cultura locale.”
Ecco: a loro non importa sapere chi sono o da dove vengono gli abitanti di quei luoghi…
“Ehi, aspetta un momento, come sarebbe a dire DA DOVE VENGO? Io abito qui, sei TU che arrivi dall’Italia!”
“No, dico da dove arriva la tua vita: a me, che tu mangi questo o quello interessa poco, voglio sapere i perché e i percome. Voglio che tu mi spieghi che non sei frutto del caso; che il tuo mangiare, e il tuo vestire, e il tuo parlare, hanno origini più complesse e più UMANE del ruminare delle tue mucche, e del loro scodinzolare, e del loro muggire. Perché quando il tuo vicino scenderà dall’Aconcagua e verrà a Cinisello Balsamo per lavorare come tornitore, porti pure uno smilzo bagaglio a mano, ma sappia mostrarmi di essere diverso dal lama della fotografia che ha con sé.”
Quei documentari non mi fanno sapere se l’adunconaso occhisottili che mi offre un te condito col burro di yak è figlio di qualcuno che si è stabilito lì di recente, e in tal caso come mai, o se la terra intorno fu concimata dai resti delle precedenti quindici generazioni, o un misto delle due cose con battagliare annesso. Non mi informano dell’impianto cognitivo della neropelle macropigia signora, a capire che due parole tradotte in italiano mai e poi mai si riterrebbero imparentabili nella sua lingua natia. Non mi ricordano il pregresso predare dell’occhicerulo biondicrinato che intaglia un troll.
Vorrei che la collettanea serie di bipedi, che vedo monotonamente fabbricare utensili e provvedere vivande al godimento d’unu cronista, riportassero in vita, o meglio mantenessero vive, le arti e filosofie del mondo allo stesso modo in cui sono incoraggiati a ravvivare gli aromi del pasto.
E non me la prendo solo col cibo ma con tutte le folkloristiche espressioni del continuum etnico.
Gli antropologi chiamano “cultura”, non senza ragione, anche due vasi sbeccati o un resto di coperta. Mi va bene, come di sineddoche in mancanza d’altre evidenze: dietro quei vasi, quella coperta, sappiamo stare vite e storie con tutto ciò che comportano. Si studia quel poco così scoprendo molto. Il problema è quando resta solo il poco.
L’orgoglio di un popolo non sta nel brasato con polenta o nella pasta cu li sardi. Non sta neppure in un dialetto, se usato per l’ordinario.
Invece vedo documentari che si accontentano di mostrare la ripetitiva giornata di qualcuno che porta le pecore su e giù.

Poi ci stupiamo se c’è gente che divide il mondo in “noi” e “loro”, non avendo in realtà nessun modo per descrivere il “noi” che vanta: non conosce storia e arte propria, se non per qualche spolverata mal digerita a scuola; men che meno è in grado di confrontarle con quelle altrui. E naturalmente ci scontriamo collo stesso problema dall’altra parte, dal momento che pari latitanza sta nelle menti in tutto il mondo.
I documentaristi vorrebbero esaltare la bellezza di tutti i posti, di tutte le vite, di tutte le persone. Invece ci sono persone che vantano le loro radici fatte di cassoeula anziché di Cesare Beccaria.

Tutta colpa dei documentaristi che danno retta agli antropologi, ecco.

Informazioni su ribaldi

Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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Una risposta a Documentaristi leghisti

  1. Miriam Bonazzoli ha detto:

    secondo me hai l’anima dell’antroplogo, quello vero però! ciao

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