Luca, 13.1-9

Credete voi che quellej, uccisej da terroristi mentr’erano a un concerto, fossero più disonestej di ogni altru? O credete che coloro che un terremoto uccise perché le loro case insicure crollarono, fossero meno volenterosej? O quellej, un insieme eterogeneo e casuale, che precipitarono in uno sfacelo di cemento nel crollo di un ponte, erano forse lej meno buonej del Paese?
No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tuttej allo stesso modo.

Quando Giovanni andò a battezzare nel deserto, chiese forse che fossero indette celebrazioni speciali, che si facessero novene, riti? No: tutto quello che chiedeva era che compissero il loro dovere: la condivisione innanzitutto (quindi chi sbeffeggia i buonisti andrà all’inferno), l’onestà, la correttezza.

Oggi moltej vantano la loro discendenza, una nazionalità che non hanno meritato e che anzi in molti casi è disonorata, ma se anche avessimo “per padre Abramo” non meriteremmo per questo uno scampo, perché molti temevano per la loro vita, ma Geremia non rassicurò che Ebed Melech, eunuco e straniero: non per ciò che era, ma per ciò che fece.

E ogni volta c’è qualcuno che parla di “un sussulto”, perché giustamente non si può restare indifferenti, e anzi sono contento di essere stato al supermercato quando fecero un minuto di raccoglimento. Abbiamo visto commozione a Lampedusa, qualche anno fa; ad Amatrice, in altro momento; a Parigi, in troppe occasioni. Mi guardo bene dal dire che non ci fosse sincerità: questo insinua chi ha piacere di ridurre tutto al minimo comune misero; di affermare che “fan tutti così” per giustificare la propria disonestà.
Ma non si può reagire, in modo pur sensato, solo in risposta all’agenda delle attenzioni poste da altri, e domani ricominciare come niente fosse a parlare di migranti e ballerini, a seguire le polemiche artefatte dei politicanti, interrogando e commentando certo con acume ma degno di miglior causa.
Non si può lasciare solo a qualche “pasionariu” specializzatu di fare giornalismo sulle cose da fare, e su chi fa o non fa il proprio dovere. Non si può riempire giornali e televisioni delle sparate folcloristiche di chi lucra sulle mode e i pruriti del popolino.

Ma non solo di giornalismo voglio parlare. Per evitare che cada un altro ponte, che un’altra inondazione esageri, un terremoto infierisca, un delinquente colpisca, bisogna lavorare. Anche tu devi lavorare, come tuttej.

Sentire il bisogno di fare bene, di occuparsi di cose che valgano affinché, quando il ponte crollerà, quando il terremoto o il terrorista mi porteranno via, si possa dire che ho vissuto a sufficienza, e perché le morti causate da quel ponte, quel terremoto o terrorista non portino anche la mia piccola firma.

Informazioni su ribaldi

Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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