Starship

Quand’ero un ragazzino, ebbi la febbre. Avevo un libro con racconti di fantascienza e lo lessi in quei giorni. Ecco, prova a immaginarti l’effetto di febbre e fantascienza insieme… ci sei?
Quando crebbi, scoprii il rock psichedelico. A una certa età si può essere idealisti, ottimisti, rivoluzionari, depressi, sognatori… Ecco, io ero un sognatore, mi piaceva l’idea di sogni multicolori che toccassero la mente e, attraverso questa, i sentimenti e il corpo. Che esaltassero quelli e guarissero questo. Miracoli lisergici.
La fortuna volle che non morissi di overdose; certe musiche divennero parte di una personale mitologia e, senza conoscerne bene il contesto, me ne finsi uno a piacimento. Di quella mitologia ipotizzata, mai mi descrissi i particolari, mai ne feci storie possibili e infine mai ne feci lo stile della mia vita. Sì, è capitato che apparissi un tantinello originale, ma ciò è stato compensato dal grigiore complessivo. Insomma, l’estetica “syxties” mi è scivolata addosso senza colorarmi.
Però ho sempre immaginato che un giorno, da qualche parte, avvenissero atterraggi di alieni; altrove si scoprissero magie tecnologiche, la fantascienza come la versione moderna del mito; altrove ancora si creasse una comunità tanto alternativa da non trovare altro spazio che… lo spazio. E su quell’astronave sa il cielo quante volte ho immaginato di vivere. D’altronde, erano tempi in cui la “corsa allo spazio” sembrava poter davvero essere una corsa e portarci nello spazio, non una serie di saltuari saltelli… Ma loro sono scienza, non fantascienza.

Ahimè, l’ho lasciata partire. Non ho cercato abbastanza e quando i rombanti razzi l’hanno elevata da questa palla di sterco di lombrico io non ero a bordo.
Posso soltanto biasimare me stesso. Forse.
O forse si trattava di fare una strada imprevista, arrivare a una casa strana, incontrarne un abitante… ma non mi sono mosso mai molto, fisicamente, e se di viaggio fisico parliamo, troppo scarse erano le possibilità di imbattermi in quel posto.
Quanto alla mente, non l’ho allenata a sufficienza perché desse vita a quel po’ di sostanza che mancava al sogno.
Quanto ai sentimenti, non ci ho creduto e questo, scoprii tardi, era invece un ingrediente essenziale.

Oggi ho messo in riproduzione uno dei miei dischi. Uno adattissimo a descrivere, con le sue note, il mondo che immaginavo. Non è la prima volta che mi rendo conto di un fallimento epocale: quali che fossero le idee di quelle musiche, sono state seppellite da generazioni di altre cronache, di esse immemori.
Sarà l’età, il pensionamento… oggi ho trovato insopportabile l’idea che certe cose siano svanite. Non ho trovato opportuno continuare l’ascolto. Oggi ho un’altra vita, piena di cose che meritano di esistere, intorno a me. Dovendo scegliere, non porterei all’esistenza una comunità di hippy galattici, se ciò significasse la perdita di minuscole schegge di bontà da cui sono circondato, oggi.

Mi si conceda però un lieve porcatroia, mentre vi racconto cosa mi accadde, in un tempo del mai, in un altro universo:
At first, I was iridescent / then, I became transparent / finally, I was absent.” (a circa 5′.12”)

Informazioni su ribaldi

Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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