Ci sentite?

La Terra vista dalla LunaSiamo tutti qui, in questa pallina. Siamo piccoli, siamo pochi: più piccoli di molti asteroidi, e un nulla rispetto al numero di stelle. Eppure, a guardarci qui, ci sembra di essere numerosi; tanto è limitata la nostra percezione. Non abbiamo altri orizzonti che quello del pianeta e l’altro, parimenti vicino, della nostra fine. Tutto perciò ci appare enorme: i pesi da spostare, i pericoli a cui scampare, le emozioni provate e i dolori.
Oh, i dolori! Che ci impastano la vita e la modellano. Ma li sentite, i gridi, i lamenti? Che c’escono di bocca notte e giorno. Ai più non c’è risposta e, quando c’è, è spesso un aumento di pena.

Sembra incredibile che il nostro pianetino non ne venga sbriciolato, da tutto l’agitarci per fuggire i nostri mali. Parlo dei più sofferenti; altri s’agitano a vuoto per fantasie immotivate, che non danno loro alcun vantaggio tranne, alle volte, un anticipo di morte. Di quante morti soffriamo! Le paure, le perdite di speranze deluse; e i nostri simili, spesso vittime di malattie letali che li inducono a guerreggiare fra loro e contro gli altri: una distruzione capace solo di perpetuarsi, mentre le generazioni si succedono allo sterminio.

Oh, i dolori! Tanto piccini siamo, che ognuno ci squassa. È da poco che ne facciamo urli da spedirvi, e non abbiamo neppure il coraggio di parlarne. Per paura continuiamo a raccontarci storie bellissime, raccogliamo cataloghi di meraviglie con cui alcuni si ritemprano lo spirito fingendo che sia nulla, che non veniamo quasi tutti schiacciati, gli uni dagli altri e dal destino. Trasformiamo la vita grama in simboli; tanta la fantasia da elaborare corpose mitologie. Di ogni esperienza facciamo cultura da ripeterci, finendo coll’addensare nuove difficoltà su noi, colla speranza di carpire sensi elevati alla realtà spremendo ogni possibile significato alle nostre invenzioni, come se aver detto qualcosa lo rendesse vero. Come se potessimo anche noi, detto un verbo, farne esistenza. Oh, quante mai tragedie, per avere fatto reale quanto immaginato! Sempre però con qualche guasto irrimediabile che, di un bene raggiunto, ce ne amareggiava il gusto.

E sì: vi abbiamo inviato voci, ma anche queste finte, piene dei nostri sogni, e di ciò che ne pensiamo, più che del nostro stato: riuscite a cogliere, al di sotto, tutti i nostri pianti? No? Forse perché sono le voci di alcuni apparentemente fortunati, i quali possono permettersi le migliori allegorie.
O il segnale non ha ancora fatto strada abbastanza, troppo debole per giungere ovunque sia, che venga ascoltato: siete molto grandi e la nostra mente vacilla al pensiero. O forse ancora tutto il nostro affaticarci non è che infinitesimo vibrar di un mare che ben maggiori onde conosce. Tutto il nostro divenire insignificante.

D’altronde, anche per noi è chiara la vacuità del tutto: un barbaglio di tempo e, degli strazi passati, chi serba memoria? Non si farebbe a tempo, giacché subito di nuovi si fanno e le generazioni si avvicendano alla fatica di sopportarli.
Sarebbe di consolazione, questo svanire, se non s’accompagnasse al nostro, sì che non possiamo nemmeno aspettarci un sollievo: passata la tempesta, nessuno rimane a far festa.
Così fa poco se ci sentite, dal momento che ormai non saremo e nulla ce ne verrà. Seppelliti nel tempo e nello spazio come coltri mortifere per noi, mentre l’universo continua la sua danza ribollente, di noi ignaro.

Di questo ribollire figli, in esso annichiliti, ad esso estranei, persi nel nostro poco, solleviamo un pensiero di cui non si spiega il fine, rifiutandoci al nulla, continuamente levando l’appello: ci sentite?

Informazioni su ribaldi

Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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