Continuità

“Dopo una pausa lavorativa di quarantatré anni, sono tornato come quel ragazzo che sognava ad occhi aperti, leggeva e ascoltava musica.”

Nel giovanilismo imperante, capita di sentir dire “un ragazzo di trent’anni”, quindi si può essere indotti ad apprezzare la frase. M’era uscita spontanea, parlando con una collega del mio recente pensionamento. Al momento, m’era parso un bene.
Ma io non credo sia bene, ultrasessantenne, fare il ragazzino: qualcosa m’avrà pure insegnato, qualcosa m’avrà pure dato, qualcosa mi sarò pur preso, mentre facevo quella pausa, no?
Per esempio: ho conosciuto molta musica in più, ho letto altri libri, ho fatto sogni nuovi.
Ma non basta. Già allora, ma soprattutto adesso, pensavo che una vita dovesse portare uno zaino con sé, ripieno di risultati.
Qui comincerebbe il mesto capitolo dei bilanci, e poco resta da rimestare, in un brodo sciapo e lungo.

Nessun panico: non intendo somministrare la patetica, e oltremodo inutile, litania delle personali paturnie. Il caso è generale e, se ha un interesse, prescinde dai casi particolari di chi guarda il proprio ombelico.
Le cose sono tanto importanti, fino a una certa età, e c’è occasione per tragedie o entusiasmi. Credo che la strada per la saggezza comporti ridurre l’importanza delle cose e porre tutto in un panorama di infinito.
L’unica risposta che l’universo mi sembra dare è la vertigine di un cielo stellato. Contemplandolo, portando il mondo intero a meno di un granello nella spiaggia infinita del cosmo, sfilano via le parole che ne descrivono i palpiti. Nessuna emozione che possa scuotere le galassie, nessun grido abbastanza alto per raggiungere le nebulose. Sembra prossimo il momento in cui ci si risveglia e si è presi da un leggero riso per l’esiguità dei turbamenti del sogno.
Questa condizione stride con la medesima nozione che ho di esserci. Pensare a me significa includere scosse, tensioni, fame e sete, odio e paura. Come condurre a unità i due estremi?
Si può provare compassione nel distacco, empatia nell’imperturbabilità?
E si può continuare a compiere gli atti del vivere: leggere e scrivere, fare la spesa e lavarsi i denti?
Giacché mi so bene incapace di salire su una colonna, rinchiudermi in una caverna, concentrarmi nella meditazione, i casi sono due: o la mia contemplazione è stata simile al levar di muso di una mucca, intenta a nient’altro che al suo ruminare, o ci si illumina per un impercettibile inocularsi di infinito nel corpo, il quale mantiene somiglianza con sé nel cambiare di una qualità.
Che lo zaino sia pieno, è forse certezza non concessa a chi lo porta.

Informazioni su ribaldi

Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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