Orsù votiamo

Dunque si vota. Già buono questo; teniamocelo caro, questo voto di cui già molti non capiscono lo scopo, come d’altronde non vedono la necessità di fare politica. Non che io ne abbia fatta, nelle maniere canoniche, perciò non posso criticare; ma il voto no, non ne voglio fare a meno.
Certo è una cosa da fare “bene”. Perché “bene”? E in che modo?
Il perché si dice in fretta: ne va del futuro del Paese, bisogna avere almeno la speranza che il proprio voto vada a qualcuno che governerebbe bene. In pratica si tratta dell’imperativo kantiano: “agisci secondo quel principio che puoi volere come legge universale”. Tradotto: vota quellu candidatu/partito che secondo te meriterebbe di governare.
Così elimino certi ragionamenti, del tipo: “voto quello perché è contro quell’altro”; oppure: “voto quello perché ha più possibilità di vincere, anche se sarebbe meglio quell’altro”.
Non il primo, perché un governo non si può fondare sul RIFIUTO di qualcosa, ma sulla PROPOSTA di qualcos’altro. Finché, cioè, mi fermo alla critica, non posso presentarmi come alternativa credibile a ciò che critico; quando invece la mia critica fa nascere l’enunciazione di principi (la loro creazione, ma anche solo la loro giustificazione) e comporta decisioni operative per la loro realizzazione, allora ho un’identità, un ruolo e obiettivi da indicare. Metto cioè in grado l’elettorato di esercitare sulla mia opzione l’imperativo già detto.
Non il secondo, per il medesimo imperativo: non è moralmente (nel senso kantiano) che io sostenga chi non è meritevole, secondo il mio giudizio razionale, di governare.
In questo modo valuto anche i discorsi di chi si presenta: se basati su un continuo “Lui è peggio di me” oppure “Gli altri gnaa fanno”, non mi danno buoni motivi di voto.

Messa così, però, rischio di non votare affatto: è assai facile che nessun candidatu/partito aderisca perfettamente alle mie aspettative, in un’epoca come questa in cui, dopo l’entusiasmo per la fine delle ideologie, non abbiamo ancora trovato qualcosa che le sostituisca. Un principio di realtà richiede però che prenda atto di alcuni fatti.
Qualcuno andrà al governo.
Che io voti o meno, qualcuno voterà. I discorsi del tipo “Se tutti…” con un seguito qualsiasi: si astenessero, fossero onesti, facessero bene il proprio lavoro, eccetera, hanno un difetto: che certe cose non si realizzeranno. Siccome “gli amici degli amici” voteranno, posso solo scegliere se lasciare a loro la totalità delle preferenze, facendo del Parlamento uno specchio dei feudi in Italia, o modificare gli equilibri con un voto non venduto. O crediamo davvero che, qualora votassero in pochissimi, qualcuno degli eletti si ritirerebbe o farebbe ammenda?
Non sono tutti uguali.
Non parlo dei capintesta, di quelli costantemente in televisione. Molti partiti sono ancora composti, fra l’altro, da persone serie ed è su queste che devo contare. I sostenitori hanno mestieri, svolgono attività extralavorative, hanno un’idea di società. Ci si guarda intorno e magari si scoprono delle costanti: che ci sono, per esempio, forme di religiosità rivolte a diversi ambiti sociali e con diversi referenti politici; che ci sono somiglianze fra interessi per una questione, poniamo sociale, finanziaria, produttiva o delle infrastrutture, e partiti di riferimento. Posso non avere opinione alcuna sulla povertà, sue cause e modi di affrontarla; o sulle fonti energetiche; o sull’assetto idrogeologico; o su uno qualsiasi dei temi che sono, o dovrebbero essere, oggetto di azione politica. In tal caso andrà bene che mi astenga, ma se ho a cuore uno degli argomenti descritti, allora votare è il mio piccolo contributo perché sia affrontato nel modo che spero.
Non è ancora il momento di arrendersi.
Sarà un mio atto di fede, ma la penso così. Ho l’impressione che la società abbia fermenti, alcuni che condivido. Questi hanno corrispettivo nei partiti… qualche volta.

Già, ma in televisione si sente parlare quasi solo dei maggiori partiti e in particolare degli interventi più folkloristici, roba da discuterne al banco di un bar, bevendo un bianchino; è a queste persone che dovrei dare il mio voto? Ecco, dobbiamo premiare chi è diverso, a questo dovrebbero servire le preferenze. Lo so, non le abbiamo alle prossime votazioni; magari qualcuno sta proponendo il loro ritorno: vale la pena informarsi.

E in tutto ciò devo ammettere di non essermi dato da fare molto, in materia. Ciò non mi esime dal dovere di esercitare questo mio piccolo diritto, che non esaurisce i miei doveri sociali ma ne fa parte.

Qui la mappa dei nuovi collegi elettorali.

E qui si possono trovare le schede dei diversi collegi della Lombardia.

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Nuovi prodotti, o forse no

Dopo mesi in cui qualcuno ci ha triturato la pazienza spiegandoci che la sua acqua era straordinariamente priva di minerali, al punto di farmi pensare che potesse usarsi anche per il radiatore dell’auto, ecco che ne esce una a spiegarci che la sua acqua serve… “Per bere!” direte voi, e invece no: serve per nutrirsi. Con un’acqua tanto piena di calcio che nemmeno Biscardi, puoi smettere di bere latte (che, ci spiega un’altra pubblicità, non è digeribile).
Tralasciamo le tante volte in cui mi sento dire che l’acqua ha “zero calorie”. Grazie per l’informazione…

Intanto qualcuno cerca di convincermi a comprare un’auto perché con essa posso ascoltare la musica. Sempre meglio di chi mi fa vedere che basta montare sul suo prodotto perché il noioso viaggio per portare figliu a scuola e se stessu al lavoro si trasformi in una Parigi-Pechino o in un’incursione spaziale a Curvatura 15.

Intanto, un attore fa un sacco di versacci mentre una voce spiega che (era ora, direi!) non vi saremo più costretti grazie a un nuovo rasoio che segue i contorni del viso… la stessa cosa che ricordo di avere sentito nelle pubblicità di trenta o quarant’anni fa. Evidentemente i produttori di rasoi, finora, ci avevano ingannato. “No, ma questa volta è vero!…”

Come fatto per un tempo uguale dai produttori di pannoloni per bambini e assorbenti femminili, i quali solo ora, veniamo a sapere, sono in grado di offrire prodotti che assorbono molto e rapidamente. No, dico: perché se fossero trenta o quarant’anni che accadeva, non sarebbe il caso di annunciarlo con tale enfasi. Si è celebrato Charles Lindbergh, mica ogni pilota che in poco più di sette ore fa New York- Parigi ogni giorno.

Ma ci prendete in giro? sì…

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M’illumino di meno

23 febbraio: una nuova edizione dell’iniziativa “M’illumino di meno”, volta presumibilmente a recuperare un decimo di quanto consumato in luminarie natalizie. Per poche ore si spegneranno le luci di alcuni luoghi storici o turistici, quelli che rimangono illuminati a giorno per tutto il resto dell’anno.
È un po’ come quello che si ripete ogni Natale, che certi valori dovrebbero esserci presenti tutto l’anno. Ecco.

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Giu le mani!

Il terrorista che ha colpito a Macerata, mentre si è fatto prendere, era in due pose che, secondo lui, avrebbero dovuto esprimere la sua posizione: il saluto romano e un tricolore al collo.
Ora, sul primo niente da eccepire: che l’uomo capace per razzismo di sparare a innocenti in mezzo alla strada sia un fascista, è piuttosto ovvio e infatti a casa sua hanno trovato la paccottiglia solita.
Il problema è il tricolore, che l’impronto avrebbe dovuto sentir bruciare come un vampiro la luce solare. Infatti, è la bandiera della Repubblica nata dalla Resistenza e che rappresenta tuttei lei italianei, certo, ma se sono repubblicanei e antifascistei. Non sarebbe certo il caso di togliere la cittadinanza a chi si esprimesse per la monarchia (al limite gli si potrebbe togliere il saluto), ma con il fascismo direi che la cosa è un tanto diversa: non c’è stata una conta per sapere le opinioni e poi si è deciso a maggioranza di vietare la ricostituzione del Partito Fascista; no, la Costituzione è stata scritta dai rappresentanti di forze che avevano combattuto contro i fascisti. Detta in tono semplicistico: hanno vinto e dichiarato che in Italia non si poteva più essere fascisti.
Un po’ per certi interessi, un po’ perché fortunatamente non si pratica (ancora) il lavaggio del cervello in stile ‘1984’, così è rimasta tanta gente fascista. Vabbe’, si possono fare tante cose: tenere un negozio, dipingere quadri, fare l’operaio o l’impiegato, studiare fisica: chi lo dice che una persona fascista non possa esserne capace? Però non si può (potrebbe) ricostituire il Partito né si può (potrebbe) farne propaganda.
E qui cominciano le domande: i libri trovati in casa dell’uomo erano di propaganda fascista; chi produce bandiere nere con su la croce celtica lo fa per propaganda fascista (quando è invece un luminoso simbolo della fede con cui dall’Irlanda si è predicato il Vangelo nelle Isole Britanniche e poi in tutto il mondo), lo stesso dicasi di tutti quegli altri simboli trovati.
Qualcuno perseguirà gli autori di tale propaganda? Credo di no.
Ma la bandiera della Repubblica italiana è il simbolo degli italiani riuniti nella Repubblica antifascista. Unire questo tricolore agli altri simboli vuol dire, semplicemente, farne vilipendio.
Sarà, almeno questo, perseguito? Credo di no, come non sono stati perseguiti i leghisti negli anni passati.
È anche a causa di queste omissioni che oggi possono succedere fatti come quello di Macerata e di più gravi, temo, ne accadranno.
Nel silenzio di Istituzioni, che dovrebbero muoversi per principio, Forze dell’Ordine, che dovrebbero farlo per lavoro, Magistratura, che dovrebbe farlo e basta, Sindacati, che (ma mi scappa da ridere), società civile, di cui in teoria fa ancora parte qualche persona per bene, giornalisti, che (rido di nuovo), mi ritrovo da solo, pateticamente, a dire:

giù le mani, tu usa pure tutti quei simboli raccattati, ma quella bandiera è MIA e non è tua!

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Tutti a casa!

Un capannone abbandonato era meta di scarichi non autorizzati, sindaci fanno esposti ma nulla accade, finché a qualcuno non fa comodo mandare tutto a fuoco per ragioni che nessuno indagherà.
Il territorio non è presidiato e ognuno fa quello che gli pare.
Sia rimosso il prefetto, sia rimosso il questore, sia rimosso il capo della polizia, sia rimosso il capo dei carabinieri.
Chiedo troppo?

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Buzz Lightyears

Un giocattolo. Non sei un astronauta, ma un giocattolo; ciò che ricordi è un falso, il personaggio che hanno inventato per te. Non esiste alcuna missione spaziale, non c’è un Quartier Generale Galattico a cui fare rapporto; nessuno si aspetta che tu salvi alcunché.
C’era motivo di sentirsi orgliosamente ansiosi per la responsabilità che un incarico simile ti imponeva, il tipo di sfida che può solo essere accettato da nu giovane pienu di ormoni ed energie, ancora incapace di credere che il mondo possa rifiutarsi di obbedirgli.
Il tipo di eventi capaci di far cadere le braccia a persone più esperte ma anche provate da fallimenti e fatiche. Tu no, tu credi che il fallimento sia un’ipotesi doverosa ma solo teorica, o un insulto del cieco mondo, da vendicare quanto prima; e ti piace faticare, attingere a risorse di energia sempre disponibili e sufficienti.
Sembra un risveglio duro. Scopri solo vuote dichiarazioni anziché risorse, obiettivi inesistenti. Il cielo che si ritaglia solo un piccolo riquadro di finestra non ospita un Quartier Generale, non si aprirà ad una missione che nessuno ha programmato.
Sei un giocattolo, Buzz. Chi ti ha messo in testa certe idee?
Devi affrontare altri compiti, ora. All’inizio, ricostruire te stesso. Benché la tua corazza sia priva degli straordinari dispositivi creduti, devi garantirtene l’efficienza per agire.
Perché sì, Buzz: il tuo intervento è ancora richiesto. Svegliati, non è tempo di farsi domande oziose ma, da veri umani d’azione, agire tempestivamente e con decisione. L’obiettivo, stavolta, è sicuro; qualcuno ha davvero bisogno di te: un bambino, un essere grande come una galassia dentro cui si agitano mille soli di entusiasmo, speranza e amore. Salvane uno, e avrai salvato tutto.
Parti, Buzz. Corri per affrontare un mondo troppo grande. Non sei il più potente tra gli eroi ma il più piccolo fra i giusti, quello che farà la differenza tra una delusione e il conforto.
Tu, supereroe di plastica e cartone, metti in campo le tue risorse per salvare un mondo, e te con esso. Da qualche parte, in un lontano Quartier Generale, saranno fieri di te.

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Prete che canta

Girava, i giorni scorsi, un video in cui uno vestito da prete cantava (male, benché con impegno apprezzabile) una canzonetta d’oggidì, con testo modificato in senso “religioso”.
Se detto testo fosse stato divertente, dato che lui è simpatico e la canzone carina, avrei apprezzato. Quando però si cambia il testo a una canzone, bisognerebbe infarcirlo d’arguzie, giochi di parole… invece niente. Siccome è roba religiosa, mi sarei aspettato bei pensieri edificanti in uno stile attuale e creativo, invece l’ho trovato moscerello. E allora via colla polemica!

Vorrei ricordare a quel prete che ci insegnano: non pronunciare il nome di Dio invano. Ebbene, se non è vana questa occasione, mi domando quale lo sia.
E vorrei ricordargli anche il significato di ‘sacro’.
Quando Mosè si avvicinò al roveto, la prima cosa che gli fu detta fu: “togliti i calzari, perché questo luogo è sacro”. Cosa, cioè, da non calpestare ma con cui prendere contatto.
E quando gli Israeliti arrivarono al monte che era coperto di caligine, la Voce ordinò che nessuno si avvicinasse e, se anche un animale fosse salito, che venisse lapidato. Ciò non per colpire gli animali e il loro agire libero, ma per inculcare a un popolo di dura cervice il “timor di Dio”.
Quando infine fu concesso agli anziani di salire con Mosè e mangiare, non è che poi si siano messi a cantare “quel mazzolin di fiori” per rallegrare l’occasione.
Per chiarire l’idea, quando Nadab e Abiu si inventarono un rito non prescritto, il fuoco li divorò e quando Uzzà stese la mano sull’Arca che si piegava, fu stecchito all’istante.
È vero che la Lettera agli Ebrei dice: “non vi siete accostati a un fuoco ardente … ma all’adunanza festosa…”, ma non perché fosse ridotta a una burla. Ma quale non credente potrebbe essere indotto a fare “ah, però…” vedendo il video, o quale fede stanca ne sarebbe ravvivata? Invece in varie parti si dà mandato di convincere i dubbiosi e rinfrancare gli esausti. Se qualcuno stesse ancora cercando una voce a cui credere, in cui valesse la pena di scommettere, non la troverebbe in quella.

E allora che sia rimosso. Di preti così non c’è bisogno; forse c’è bisogno di animatori così negli oratori o alle gite dei Boy Scout, per tenere su il morale e intrattenere, ma con testi profani.

Ora, precisiamo: non è che io sia di quelli tutti austeri, che fanno della religione un motivo per tenere il labbro corrucciato, la fronte aggrottata nell’occhieggiare coloro (tutti gli altri, alla fine) che non sono abbastanza devoti. Non mi prodigo perché siano fatte novene e litanie; non esorto alla liturgia h24. Anzi, diffido di chi conta su “prescrizioni umane”, “che rende un culto fatto di usi umani”; “norma su norma, precetto su precetto, un po’ qui, un po’ là”. E non sono neppure di quelli che credono di essere esauditi “a forza di parole”.

Fra un estremo all’altro, c’è spazio per essere seri e per divertirsi come matti.

Questo il corpo del reato.

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Storia di ordinaria informanzia

La mia dolce metà voleva rinnovare un abbonamento e mi inoltra il messaggio ricevuto: “entra nel sito con questo codice…”.
Bene: dall’ufficio decido di sfruttare la pausa per questa “semplice” operazione. Entro col codice e mi si apre una finestra per inserire dati, fra cui indirizzo postel e parola d’accesso. Faccio tutto; messaggio: “esiste già questo indirizzo”. Certo, imbecille d’un sito! Mi hai scritto…
“accedere dal tasto [accedi]” ma va! Premo e mi si apre: “postel e passi”. Disperando che la mia bimbina si sia segnato il passi, non la chiamo e decido di scegliere “passi scordato”.
“ti abbiamo scritto”… alla casella del tesoro mio.
Siccome però IO RICORDO i passi, entro senza problemi, leggo il messaggio e attivo il permesso di modificare il passi.
Riaccedo, metto i dati … “devi accettare i cuki”.
Ecco: nonostante l’abbia fatto decinaia di volte, non ricordo (già…) dove farlo con quel programma e non ho voglia di sbatacchiare a caso, però ricordo che ieri sono andato su una pagina che lo spiegava. Apri una nuova finestra; cronologia; leggi; datti del pirla; chiudi; opera.
Finalmente dentro, scelgo la rivista e clicco per pagare. “bollettino o carta?” carta, certo: più facile.
Mi si apre il sito di Paypal. Poiché in fondo sono solo umano, molti passi sono registrati. Apri il file; copia e incolla postel e passi; “postel inesistente”; mi ero dimenticato di aggiornare la registrazione in ufficio; scrivo l’indirizzo corretto; salvo; spedisco a casa anche il nuovo passi dell’editore.
Mi sorge un dubbio: avevo rinpinguato la carta collegata? Entro nel sito del mio conto o meglio, ci provo: “devi accettare i cuki!”. Il sito era fra quelli bloccati; sblocco; accetto; entro; carta felicemente pingue.
Accedo a Paypal e pago.
Tutto contento dell’abbondante provvigione lucrata, l’editore mi chiede dove spedire la rivista. Ma se me la spedivi già!
Inserisco tutti i dati e l’operazione sembra conclusa. Il mio bene potrà leggere!

Sono un po’ stanchino

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Personaggetti

Qualche volta mi capita di vedere Camera Cafe su Rai2. Ci sono diversi personaggi: i due protagonisti, uno ignorantissimo ed entrambi senza scrupoli, cattivelli. Intorno a loro, una quantità di figure monodimensionali, ciascuna rappresentante un ruolo professionale o sociale ma in particolare un tipo di difetto umano: vigliaccheria, complessi, ignoranza, arroganza, violenza. I protagonisti si relazionano con ciascuno limitatamente a quella figura. Il denaro è padrone delle loro vite e uno dei pochi obiettivi delle loro azioni.
Nessuno cambia, scambia ruolo con altri, si ravvede in qualche modo. Guardando una puntata, si ride dei difetti di personaggi fittizi, li si riconosce in persone reali, o nelle prevenzioni che ne coltiviamo, sentendosi superiori. Oppure ci si compiace di trovare, in macchiette famose, i propri atteggiamenti che così trovano giustificazione.
Un po’ la ragione, credo, per cui avevano successo le caricature di Alberto Sordi, di persone mediocri, capaci di fare la voce grossa solo se non si correvano rischi, pronte ad approfittare di ogni occasione ma lesti a tirarsi indietro da doveri e fatiche. L’autocompiacimento della pochezza.
Non c’è prospettiva di espansione, di riscatto; le rivincite sono meschine e transitorie.

Mi è capitato di rileggere messaggi, miei e altrui, di sei anni fa; mi ha dato fastidio vedere che molti temi sono attuali e in fondo ricorrenti. Mi sembrava di avere avuto dei cambiamenti e non vorrei che si trattasse solo di circostanze occasionali, mentre io permango immodificato. Ma in fondo, cosa avrebbe dovuto modificarmi? Un progetto, una rivelazione?

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Report

Ci sono programmi televisivi che mi riempiono di imbarazzo: patetici giochini, canzoncine così così, un insieme di approssimazione. Trovarmi con qualcuno che li guarda mi mette a disagio.

Ce ne sono che vorrei dimenticare: cattivo gusto a piene mani a proposito di notizie, musica, di tutto.

Poi ci sono programmi che mi fanno sentire una nullità: il mondo è in mano a delinquenti, le aziende pure, tutti i fondi possibili divorati da organizzazioni in mano a potenti, le briciole ai pezzenti. Ingiustizia, disonestà, malgoverno, e io che non ho modo di fare nulla di utile.

E i poveracci che, invece di battersi per il proprio interesse, danno credito ai più ignoranti fra quelli che li vogliono sfruttare.

Mi sento impotente, ignorante, patetico a scrivere queste cose.

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