Sentiti ossequi

Ieri il presentatore di un Tg si è congedato con queste parole: “La redazione vi ringrazia di aver scelto il nostro giornale”.

I ringraziamenti ci sono sempre, ma questa volta li ho sentiti inutilmente ossequiosi. Mi è sembrato non di passare da un programma all’altro, ma di stare uscendo da qualche bottega d’altri tempi: una sartoria, magari, che ti lascia nel naso un sentore di stoffe; nelle orecchie i rumori ovattati dall’effetto fonoassorbente dei molti abiti esposti, oltreché dai modi signorilmente contenuti dei commessi; negli occhi la varietà di tagli e cuciture e foderami e modelli; sulle dita la sensazione di morbidezza delle pregiate stoffe che una solerte incaricata ha sciorinato.
Tutto il contrario d’un Tg, in generale, e dei servizi visti ieri, in particolare.
Lo considero solo un tentativo, inconsapevole e pure goffo, verso la riduzione d’ogni cosa a commercio, laddove pure le notizie vanno vendute bene affinché siano gradite, nella linea peraltro dell’atteggiamento secondo cui le notizie da dare sono scelte con criteri tutt’altro che obiettivi: quelle che susciteranno clamore; quelle di cui già si parla; quelle capaci di stuzzicare la pancia del pubblico.

Non tralascio l’usanza, per me strana, di troncare il verbo ‘avere’ sempre e comunque. L’italica eufonia tanto è contraria all’ammassarsi di consonanti, basti ascoltare certi dialetti pieni di vocali o notare certi inciampi della parlata come in chi dice “ìnnepese” per intendere la Previdenza Sociale. Invece escono questi ingranaggi poco oliati di erre ed esse e ti, messe insieme; secondo me per la suggestione dell’avere imparato qualche parola di lingue straniere.

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Non l’ultima volta, ma…

Non l’ultima volta, ma in occasione di altre proteste di tassistei ho sentito parlare di “servizio pubblico”.
Non l’ultima volta, dirai, e allora che tiri fuori? Il fatto è che se ne può parlare utilmente, quindi siediti e prendi nota…

Lu tassista non svolge un servizio pubblico; non più deu gelataiu, deu fruttivendolu, deu farmacista.
Il servizio pubblico è, innanzitutto, un servizio, non un commercio. Per commercio intendo anche quelli, fatti da privatei, come le consulenze, i servizi di orientamento professionale, le barberie… insomma, tutte le attività che io svolgo per procurarmi i beni e le risorse per vivere e agire: cibo, vestiti, dischi dei Gentle Giant, una gita al Sacro Monte di Domodossola, il biglietto per vedere The Hateful Eight.
Un servizio pubblico è quando un ente pubblico mette i soldi perché sia fatto qualcosa: lu conducente del tram svolge un servizio pubblico: ha un commercio col Comune per il quale si impegna a condurre il tram e trasportare gente. Fa poca differenza la percentuale di soldi che io pago colle tasse rispetto a quella che pago col biglietto.
Però…
…nella misura in cui sono disposto a chiamare “pubblico” il servizio dei tassistei, posso definire tale anche quello dei gelatai, dei fruttivendolei, dei farmacistei. Cosa c’è di pubblico, chiederai, nel guadagnare soldi? Niente; questo è il modo in cui una persona si procaccia onestamente le risorse per il ragù pronto, per un maglione, per l’anello di fidanzamento, per un telescopio amatoriale. Però.

Perché lu verduraiu già riesce a malapena a fornire ai clientei tutta la frutta richiesta, tra forniturei, affitto e bollette, pulizie; come trova il tempo e i materiali per fabbricarsi un computer, edificare una casa, scriversi i manuali di aerobica?
Ecco che per fortuna c’è altrettanta gente disposta a fare quelle cose. S’intende: a pagamento. È giusto così: non avevo detto che io svolgo un’attività per comprare dischi? Meno male che c’è chi ne produce; ammetterai che mi svolga un prezioso servizio, altrimenti mi ritroverei con dei soldi inutili in mano a canticchiare fra me brani che meriterebbero migliore esecuzione… fino al giorno in cui mi chiederei perché mai abbia passato tutto quel tempo a fabbricare palline da ping pong per guadagnare soldi inutili; smetterei e qualcuno dovrebbe smettere di giocare. Un effetto domino devastante; tutto perché nessuno vende più il mio disco preferito!

Così, ecco spiegata la ragione per cui, dopo avere portato la mia bocca a nu dentista, paghi il servizio e poi dica grazie. Non per quello che mi ha fatto, dal momento che l’ho pagato e bene, ma per il valore aggiunto di un servizio alla mia esistenza.

Per convincersi del fatto che tutto questo discorso meriti attenzione, invito a un semplice esperimento mentale. Andiamo in certi quartieri-dormitorio, con palazzoni enormi e nessun negozio; oppure in cittadine senza più esercizi, “tanto c’è il centro commerciale a venti minuti”. Quindi spostiamoci in quartieri o cittadine dove siano la speçiàia, il bezagnìn, il tabacànte, lo spegasìn, (http://www.zeneize.net/itze/main.asp) e ditemi se non si viva meglio.

Ecco dunque in che senso si può dire che un privato, nel suo commercio, svolga un servizio pubblico: nel qualcosa di più che si attacca fra la merce ceduta o il servizio prestato, e il denaro ottenuto.
È anche un modo per capire se la Pubblica Amministrazione debba incoraggiare o meno certe attività. Sono scelte che fanno una differenza: basare un’idea di assetto urbano sul fatturato o sulla costruzione sociale. Ché il primo è solo l’egoismo privato anche se a guadagnarci è quella che giuridicamente si chiama una “società”. Nel secondo caso, bisogna valutare l’impatto di un’attività privata sul tessuto sociale.
Prendiamo il caso della sanità. Ritenendo necessario migliorare la salute degli italiani, si creò il Servizio Sanitario Nazionale. Si sarebbe potuto finanziare l’apertura di centri privati, con incentivi e rimborsi, e si è fatto anche questo. Si poteva scoraggiare qualche abitudine dannosa alla salute, per esempio tassando alcuni prodotti; o si potevano finanziare facilitazioni a consumi salutari. Tutte iniziative già prese, in un modo o nell’altro.
Naturalmente si deve verificare il risultato: se una Regione spende meno con un intervento che dà risultati buoni, mentre un’altra spende tanto con poca efficacia, allora ricade sull’Amministrazione la responsabilità delle scelte. Queste sono le informazioni che dovremmo avere, per poter votare.
Purtroppo, anche chi può vantare effetti positivi preferisce affidarsi al teatrino delle accuse incrociate, così non ci capiamo niente.

Se, personalmente, sono favorevole al coinvolgimento diretto dei governi in certe attività come trasporti e sanità, ritengo però che l’iniziativa privata non sia, di per sé, un’azione antisociale. Si tratta di sapere cosa favorire.
Tempo fa, lessi di una polemica sulla difesa del patrimonio boschivo. In una foresta, le piante più antiche erano difese per farle durare. Qualcuno sostenne che ciò impediva che la foresta si modificasse liberamente, a detrimento del suo sviluppo e a rischio della sua stessa conservazione. Argomenti che richiedono competenze specifiche e ricerche rigorose e indipendenti.

Certe argomentazioni andrebbero valutate in modo serio. Parlare di “caste” in riferimento a notai, tassisti, gestori di stabilimenti balneari, è un conto; ma bisogna domandarsi se la continuità del servizio non sia un modo per garantire la sua esistenza. Per esempio: se dall’oggi al domani l’esercizio di un’attività accessoria a un bene pubblico (stabilimento balneare, bar annesso a stazione ferroviaria) può essere revocato, allora si può mettere in difficoltà una persona che lo seguiva; una tale insicurezza potrebbe essere affrontata, al massimo, da qualche grossa impresa con molteplici interessi e così ci troviamo a domandarci come preferiamo sia il lavoro: se una quantità di piccole iniziative indipendenti o un’appendice alla finanza anonima. Domande a cui non si può pretendere risposta che occasionale, da parte di un Comune o delle Ferrovie, ma che un partito politico deve considerare e che i cittadini dovrebbero poter valutare. Domande, tengo a notare, che non escludono la possibilità di un disboscamento, quando i vantaggi di privati fossero come funghi e rampicanti che soffocano il bosco (e forse un approccio di tipo ecologico darebbe utili concetti per le risposte).

Perché si possa parlare di “società”, in contrapposizione per esempio ad “alveare”, è necessaria una partecipazione decisionale di qualche tipo. Mentre le api operaie o i fuchi, ma anche la regina, così si trovano a essere e così si conducono, la società dovrebbe essere composta da umani, in cui la percentuale di determinismo e volontà è tuttora questione dibattuta al punto che potrei, come faccio, affermare che in condizioni non estreme c’è ampia libertà di scelta del proprio destino. Ci sono, insomma, diversi protagonisti di questo associarsi: tutti gli individui capaci di sé.

Alcune delle scelte possibili riguardano il valore da aggiungere al proprio lavoro, un valore aggiunto capace di fondare una Repubblica.

Niccolò Fabi – Ha perso la città

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Ponti

Il punto di contatto è confine. Il confine spesso non è semplicemente un discrimine fra due zone ma è dato da qualcosa che si frappone, che determina l’essere qua di questo e l’essere là di quello, un elemento far parte di un insieme e un altro far parte di un altro. Difficilmente il discrimine è negli elementi ma è più facile che sia la loro posizione, o la serie di relazioni. Così, nascono le minoranze, le eccezioni: elementi che hanno in comune, con gli altri, dati spaziali o relazioni funzionali, ma insufficienti a farli considerare ‘uguali’, troppe le caratteristiche che li fanno più simili ad elementi ‘al di là’. Se in quell’al di là ce ne sono abbastanza, la minoranza di qua è maggioranza laggiù, questa eccezione può diventare norma, altrimenti la minoranza di qua è minoranza ovunque, la stranezza permane.
I confini sono costantemente superati, prima o poi. Certi confini sono come le membrane delle bolle di sapone, che facilmente si fanno da parte per trasformare in uno quello che prima era due. Altri sono solidi e possono continuare a esistere quando nulla è più contenuto o trattenuto, come le antiche mura di tante città italiane. Tracce di ciò che era, e com’era, e perché, mentre tutto, intorno, si fa beffe degli antichi impedimenti.
I confini naturali possono essere monti, mari o fiumi. Per i monti si aprono valichi; per i mari si varano barche; per i fiumi si erigono ponti.
Le cellule hanno pareti semipermeabili; un ponte è la permeabilità d’un fiume, quando i guadi non soccorrano. Anche una porta è apertura di un confine, anche più immediata perché l’attraversamento non è viaggio. Per attraversare un ponte, invece, serve del tempo; il ponte stesso può diventare luogo a sé, come il Ponte Vecchio a Firenze. Capita spesso, infatti, che un mezzo si trasformi in fine; così il corteggiamento è diventato poesia, con regole proprie diverse da quelle dello scopo primario. È il destino delle attività umane, di diventare cultura.
Una porta può aprire fra luoghi di un uguale interno, o dare su un indifferenziato esterno. Nel primo caso non c’è viaggio; nel secondo, il viaggio comincia appena superata la soglia, ma la meta sta in genere oltre, magari oltre una porta diversa, che si spera aperta.
Non si attraversa una porta che per entrare o uscire. Il ponte, invece, richiede un percorrimento proprio. È un tratto della strada, il risultato e l’esecuzione di una ‘volontà di raggiungere’. Una porta non può non esistere; la sua esistenza è implicata dalla stessa costruzione di cui fa parte. Nulla invece è dato a priori, nell’esistenza di un ponte.
Però la sua esistenza prende senso da due tratti di strada, che a loro volta non avrebbero senso senza di esso. Certo, ci può essere un ponte che si immette in una strada già esistente, dotata di proprie estremità e diramazioni, ma anche in questo caso è istituita una nuova serie di tracciati che hanno bisogno del ponte per esistere.
Un ponte è dunque un elemento attivo e non scontato. Una porta è scontata, al massimo non ne è scontata l’apertura. In ciò è però simile agli ostacoli che gli umani pongono: passaggi a livello, dogane, posti di blocco, dissuasori. E muri: un muro senza porta non esiste. Ne ha la muraglia cinese, ne aveva il muro di Berlino, ne ha il muro in Israele, e ne avrà senz’altro il muro USA/Messico, se mai si farà.
Aprire una porta è concedere ciò che altrimenti si nega. Una strada, però, non ha impedimenti concreati; il ponte è la realizzazione di un collegamento. La permanenza di un ponte è segno di un transito possibile. Il bombardamento del ponte di Mostar fu vissuto come segno di divisione, tanto che averne rizzato un altro, senza una storia e con poca volontà di attraversarlo, non ha ripristinato le condizioni.
Un ponte implica passaggio perché è l’unica ragione della sua esistenza.
Il collegamento fra due persone avviene attraverso atti comunicativi: un suono è trasmesso, un gesto è decodificato, un oggetto è trasferito. Fra gruppi, la comunicazione avviene allo stesso modo ma si aggiungono altre modalità: le forniture di un bene in cambio di un altro, per esempio; oppure il trasferimento di membri, colla generazione di nuove minoranze a rendere sempre più intricate le genealogie umane.
Un ponte è il modo in cui non ci si rassegna alla fine di una strada, si manifesta l’intenzione di andare al di là di un ostacolo, ma principalmente di arrivare in un luogo determinato. La sussistenza di un ponte è condizionata al permanere dell’intenzione che lo istituì.

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Speriamo

In Paradiso, anche gli inganni del diavolo potranno essere goduti, senza danno, in tutta la bellezza escogitata.

Allora si potranno ripercorrere tragitti di una vita amandone le speranze, e forse salvandone alcune.

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Palme a Milano

Palme in piazza Duomo a Milano.
Non mi piacciono, e sapete perché? Per la stessa ragione per cui non mi piace vedere i panda a Helsinki o gli husky a Rapallo. Le palme a Rapallo ci possono stare, perché le ho sempre viste e sono anch’io vittima della sindrome Èsemprestatocosì, una malattia devastante da cui sono affetti principalmente i reazionari, ma non solo.
Anche a Milano, scopro, furono palme. Ma non vale, non è la stessa cosa. Non è come recuperare termini di un dialetto oggi annacquato per ridargli vita. È il recupero del giardino zoologico: a Rapallo, un tempo, presso il Parco Casale c’erano animali a fare un provinciale giardinetto, ma era un corpo estraneo allora e ben peggio sarebbe rifarlo adesso.
È più simile all’idea di Esposizione, di Rassegna etnologica d’antan: “Portiamo qui, dalle estreme propaggini del mondo…”, da un’epoca in cui “le estreme propaggini” erano quasi tutto il mondo e l’Europa era l’ombelico. Esotismo carico di sottintesi culturali e ideologici.
Non è usare i modi della musica afghana in un brano sinfonico; non è usare “così tante note ebree” in una sinfonia di Mahler (è un’espressione di Leonard Bernstein, quindi non rompiamo): è un’opera di Albert W.Ketelbey, un tocco di esotismo per profumare un’ispirazione che saprebbe, altrimenti, di stantio.
Diversi anni fa, tolsero di faccia al Duomo delle enormi insegne pubblicitarie, segno anch’esse, ed eloquente, di un’epoca passata. Lo fecero per il decoro della piazza e mi sembrò giusto. Rimetterle, pur con tutte le spese a carico di privati, non sarebbe una buona idea. Giustamente qualcuno ha chiesto: ma se invece di palme e banani mettevano falli enormi, andava bene perché gratis? (il mio non è un blog serio).
Io dico che le commistioni vanno bene, se utili o fruttifere: muli o mandaranci. Si pescò da quello che si riteneva essere il teatro greco e si inventò il melodramma; si cercarono modi esotici o di secoli andati e rivissuti mitologicamente, li si mescolò ai tempi moderni e nacquero il Liberty e l’Art Déco. In questo caso, criticare sarebbe inutile o dannoso.
Ma sicuramente ci fu qualche Salvinen o Van Der Pen a criticare la Marcia Turca di un certo Mozart, avendo poi un temibile Impero Ottomano alle porte: “Eccolo qui, il giovinastro che vuol fare il progressista, un buonista che strizza l’occhio agli islamici. Vuole vedere i cammelli girare per Schönbrunn!”.
Niente di tutto ciò rischiamo adesso; l’attitudine a polemizzare prende immagini e le rimescola senza criterio. Una logica onirica a muovere gli abitanti una cultura addormentata. E il sogno della ragione…

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Ringraziamenti

L’appuntato, quello delle barzellette. Catanese, così ci mettiamo dentro anche l’ironia sulle regioni meridionali: quella greve dei razzistei al Nord e quella compiaciuta delle sceneggiate al Sud.
Ebbene è stato un appuntato a pensarci, a ritenere di dover mandare un messaggio ai bimbei di una scuola elementare: lui e i carabinieri suoi compagni erano stati lì nei giorni del referendum; presumo che, come capita a me, si siano inteneriti a vedere i bei disegni, i frutti delle ricerche. Avranno, chissà, sentito nostalgia per i tempi della loro scuola. Non so se qualcuno di loro ha figliei, ma in tal caso l’associazione tra questei e quellei sarà venuta spontanea.
Così l’appuntato ha preso il gessetto e, con la migliore scrittura consentita dal mezzo, ha scritto un ringraziamento, un saluto e un incoraggiamento al suo futuro, al futuro di tutto il paese. Ai futurei carabinierei, salumierei, dentistei e ingegnerei, maestrei e ufficiali postali.
La classe avrà gioito al vederla: un avvenimento, senz’altro. L’avranno detto ai bimbei delle altre classi, qualche temino ne sarà scaturito, i genitori ne avranno sentito il racconto.
Nu professionista, nu operaiu, fra vent’anni, si commuoverà al ricordo, e sarà più gentile.

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Buon tempo antico (due)

Cinquant’anni fa, l’Arno straripò devastando Firenze. Migliaia di volontari accorsero a salvare la città e tutti i suoi beni culturali.
Cinquant’anni fa decisero di mettere in sicurezza il fiume ma, sento dire, non hanno nemmeno terminato i lavori e il rischio è lo stesso di allora.
Sembra che nulla sia cambiato…

E invece no: molto è cambiato. Viviamo in un mondo più triste, più violento. Paesi in cui si poteva andare in autostop sono ora pericolosi per gli stessi abitanti; alle dittature di allora, quasi tutte permanenti o rimpiazzate da nuove, altre se ne sono aggiunte. Le elezioni ovunque sembrano duelli surrogati.
C’erano speranze inimmaginabili oggi, nonostante la morte di Kennedy tre anni prima avesse già dato, a pensarla col senno di poi, un’idea di quello che si andava a disturbare. Sarebbe arrivata la Cecoslovacchia a confermare l’Ungheria di dodici anni prima; Martin Luther King avrebbe confermato i Kennedy, Haight-Ashbury si sarebbe riempita di perditempo annacquando la presenza degli hippy, i movimenti di protesta sarebbero stati trasformati o sostituiti da rivoluzionari per finta, le bombe avrebbero spaventato tutti e ammazzato troppi. I baby-boomer non sarebbero diventati hippy, ma yuppi, e poche lettere fanno gran differenza.
Non è cambiata la disonestà diffusa ma si è ancor più diffusa; non è cambiata la presenza di palazzinari, tangentisti, dominatori occulti.
Disco e punk, idolatrati da pennivendoli prezzolati, avrebbero calpestato il buono della musica di consumo e oggigiorno si può sentir cantare “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” come se fosse stata composta ieri.
E sì: io, che sono cresciuto affamato di futuro, che ho sognato in tono fantascientifico, che ho sempre creduto migliore un solo domani anziché mille passati, mi ritrovo come uno dei tanti vecchietti che rimpiangono il buon tempo antico. Sembra che ogni “fare” sia troppo pericoloso per un mondo che non ci regge più, che ogni invenzione ci allontani dall’universo di Asimov e ci avvicini al mondo di Orwell, che almeno per molto tempo dovremo guardare indietro per ritrovare del buono.
E, dopo le ingenue ubriacature di progresso e libertà, sempre più scriteriati accordano sostegno a favole superstiziose o ideologie autoritarie.

C’è un detto: “Si nasce incendiari e si muore pompieri”. Dopo essere nato guidatore di astronavi, spero di non morire contadino medievale.
E a questo vecchietto manca solo il bancone di un bar dove poggiare il suo “gottu de giancu”, mentre disordinatamente sbatte in giro le sue querimonie, a ennesima dimostrazione che il grande potenziale del progresso tecnologico non ha migliorato la preparazione degli utenti.

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