Speriamo

In Paradiso, anche gli inganni del diavolo potranno essere goduti, senza danno, in tutta la bellezza escogitata.

Allora si potranno ripercorrere tragitti di una vita amandone le speranze, e forse salvandone alcune.

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Palme a Milano

Palme in piazza Duomo a Milano.
Non mi piacciono, e sapete perché? Per la stessa ragione per cui non mi piace vedere i panda a Helsinki o gli husky a Rapallo. Le palme a Rapallo ci possono stare, perché le ho sempre viste e sono anch’io vittima della sindrome Èsemprestatocosì, una malattia devastante da cui sono affetti principalmente i reazionari, ma non solo.
Anche a Milano, scopro, furono palme. Ma non vale, non è la stessa cosa. Non è come recuperare termini di un dialetto oggi annacquato per ridargli vita. È il recupero del giardino zoologico: a Rapallo, un tempo, presso il Parco Casale c’erano animali a fare un provinciale giardinetto, ma era un corpo estraneo allora e ben peggio sarebbe rifarlo adesso.
È più simile all’idea di Esposizione, di Rassegna etnologica d’antan: “Portiamo qui, dalle estreme propaggini del mondo…”, da un’epoca in cui “le estreme propaggini” erano quasi tutto il mondo e l’Europa era l’ombelico. Esotismo carico di sottintesi culturali e ideologici.
Non è usare i modi della musica afghana in un brano sinfonico; non è usare “così tante note ebree” in una sinfonia di Mahler (è un’espressione di Leonard Bernstein, quindi non rompiamo): è un’opera di Albert W.Ketelbey, un tocco di esotismo per profumare un’ispirazione che saprebbe, altrimenti, di stantio.
Diversi anni fa, tolsero di faccia al Duomo delle enormi insegne pubblicitarie, segno anch’esse, ed eloquente, di un’epoca passata. Lo fecero per il decoro della piazza e mi sembrò giusto. Rimetterle, pur con tutte le spese a carico di privati, non sarebbe una buona idea. Giustamente qualcuno ha chiesto: ma se invece di palme e banani mettevano falli enormi, andava bene perché gratis? (il mio non è un blog serio).
Io dico che le commistioni vanno bene, se utili o fruttifere: muli o mandaranci. Si pescò da quello che si riteneva essere il teatro greco e si inventò il melodramma; si cercarono modi esotici o di secoli andati e rivissuti mitologicamente, li si mescolò ai tempi moderni e nacquero il Liberty e l’Art Déco. In questo caso, criticare sarebbe inutile o dannoso.
Ma sicuramente ci fu qualche Salvinen o Van Der Pen a criticare la Marcia Turca di un certo Mozart, avendo poi un temibile Impero Ottomano alle porte: “Eccolo qui, il giovinastro che vuol fare il progressista, un buonista che strizza l’occhio agli islamici. Vuole vedere i cammelli girare per Schönbrunn!”.
Niente di tutto ciò rischiamo adesso; l’attitudine a polemizzare prende immagini e le rimescola senza criterio. Una logica onirica a muovere gli abitanti una cultura addormentata. E il sogno della ragione…

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Ringraziamenti

L’appuntato, quello delle barzellette. Catanese, così ci mettiamo dentro anche l’ironia sulle regioni meridionali: quella greve dei razzistei al Nord e quella compiaciuta delle sceneggiate al Sud.
Ebbene è stato un appuntato a pensarci, a ritenere di dover mandare un messaggio ai bimbei di una scuola elementare: lui e i carabinieri suoi compagni erano stati lì nei giorni del referendum; presumo che, come capita a me, si siano inteneriti a vedere i bei disegni, i frutti delle ricerche. Avranno, chissà, sentito nostalgia per i tempi della loro scuola. Non so se qualcuno di loro ha figliei, ma in tal caso l’associazione tra questei e quellei sarà venuta spontanea.
Così l’appuntato ha preso il gessetto e, con la migliore scrittura consentita dal mezzo, ha scritto un ringraziamento, un saluto e un incoraggiamento al suo futuro, al futuro di tutto il paese. Ai futurei carabinierei, salumierei, dentistei e ingegnerei, maestrei e ufficiali postali.
La classe avrà gioito al vederla: un avvenimento, senz’altro. L’avranno detto ai bimbei delle altre classi, qualche temino ne sarà scaturito, i genitori ne avranno sentito il racconto.
Nu professionista, nu operaiu, fra vent’anni, si commuoverà al ricordo, e sarà più gentile.

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Buon tempo antico (due)

Cinquant’anni fa, l’Arno straripò devastando Firenze. Migliaia di volontari accorsero a salvare la città e tutti i suoi beni culturali.
Cinquant’anni fa decisero di mettere in sicurezza il fiume ma, sento dire, non hanno nemmeno terminato i lavori e il rischio è lo stesso di allora.
Sembra che nulla sia cambiato…

E invece no: molto è cambiato. Viviamo in un mondo più triste, più violento. Paesi in cui si poteva andare in autostop sono ora pericolosi per gli stessi abitanti; alle dittature di allora, quasi tutte permanenti o rimpiazzate da nuove, altre se ne sono aggiunte. Le elezioni ovunque sembrano duelli surrogati.
C’erano speranze inimmaginabili oggi, nonostante la morte di Kennedy tre anni prima avesse già dato, a pensarla col senno di poi, un’idea di quello che si andava a disturbare. Sarebbe arrivata la Cecoslovacchia a confermare l’Ungheria di dodici anni prima; Martin Luther King avrebbe confermato i Kennedy, Haight-Ashbury si sarebbe riempita di perditempo annacquando la presenza degli hippy, i movimenti di protesta sarebbero stati trasformati o sostituiti da rivoluzionari per finta, le bombe avrebbero spaventato tutti e ammazzato troppi. I baby-boomer non sarebbero diventati hippy, ma yuppi, e poche lettere fanno gran differenza.
Non è cambiata la disonestà diffusa ma si è ancor più diffusa; non è cambiata la presenza di palazzinari, tangentisti, dominatori occulti.
Disco e punk, idolatrati da pennivendoli prezzolati, avrebbero calpestato il buono della musica di consumo e oggigiorno si può sentir cantare “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” come se fosse stata composta ieri.
E sì: io, che sono cresciuto affamato di futuro, che ho sognato in tono fantascientifico, che ho sempre creduto migliore un solo domani anziché mille passati, mi ritrovo come uno dei tanti vecchietti che rimpiangono il buon tempo antico. Sembra che ogni “fare” sia troppo pericoloso per un mondo che non ci regge più, che ogni invenzione ci allontani dall’universo di Asimov e ci avvicini al mondo di Orwell, che almeno per molto tempo dovremo guardare indietro per ritrovare del buono.
E, dopo le ingenue ubriacature di progresso e libertà, sempre più scriteriati accordano sostegno a favole superstiziose o ideologie autoritarie.

C’è un detto: “Si nasce incendiari e si muore pompieri”. Dopo essere nato guidatore di astronavi, spero di non morire contadino medievale.
E a questo vecchietto manca solo il bancone di un bar dove poggiare il suo “gottu de giancu”, mentre disordinatamente sbatte in giro le sue querimonie, a ennesima dimostrazione che il grande potenziale del progresso tecnologico non ha migliorato la preparazione degli utenti.

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Stratificazioni

It’s easy to get buried in the past
when you try to make a good thing last
È facile finire sepolti nel passato
cercando di far durare una cosa bella

Neil Young – Ambulance blues

Le cose sono una transitoria aggregazione nel divenire. Poiché queste aggregazioni producono effetti, cioè continuano a essere parte del divenire, sue manifestazioni localizzate, se ne può parlare proprio in riferimento a quelle manifestazioni: la localizzazione spaziale, che è una relazione col resto; massa e aspetti fisici, a loro volta definibili in termini comparativi con altre aggregazioni.
Le cose si trasformano, potremmo dire, ma è il divenire che muta in ogni sua parte.

-°O°-

Un museo è un luogo in cui alcuni oggetti sono sottratti, per un tempo maggiore, al divenire. Si possono continuare a vedere reperti nelle stesse condizioni in cui si trovano da anni, secoli, millenni. Si va in un museo per integrare la propria conoscenza di situazioni che non sono più. Se tali situazioni fossero dotate di entità a parte, se fossero espressione di un che, preesistente e permanente, ci si dovrebbe interrogare sulla causa del venire meno. Se fossero episodi casuali non legati a un divenire più o meno ordinato, benché di questo ordine possiamo cogliere solo qualche barlume e resti tutto sommato un’ipotesi metafisica, avrebbe poca utilità la loro indagine, a parte qualche ora di sano divertimento.

-°O°-

Non posso fare a meno di relazionarmi con le cose che sono il modo in cui il divenire costruisce l’universo che conosco; anche il mio conoscere è il modo in cui alcuni aggregati interagiscono con altri. Io stesso, però, divengo né posso evitarlo; anzi tradirei me stesso se non lo facessi e non lo facessi nel modo a me specifico: se anche decidessi di legarmi mani e piedi, isolarmi dal mondo, privarmi di occasioni ed esperienze, nondimeno vivrei la situazione a modo mio benché, riducendo l’ampiezza dell’azione, un aggregato perda molte delle sue caratteristiche comparative e un essere umano finisca per essere quasi indistinguibile da un altro.
Di certe relazioni non si può fare a meno, com’è ovvio: il mio corpo necessita di cibo, cioè un aggregato di cui prendere parti che prima sono altro da me e poi diventano me; lo stesso dicasi dell’aria, da cui traggo parti preziose del me che sarà tra poco.
Così capita per molti altri esempi. Per esempio tendo a far durare, e riprodurre, stati di benessere indotti da musiche, cibi, persone.
Capita anche a queste sensazioni di cambiare; com’è ovvio, dal momento che cambia almeno uno dei termini della relazione. Come un giorno la mostarda prese improvvisamente a piacermi e ora, che è diventato impossibile trovarne piccante, non mi dà più la stessa soddisfazione, così ci sono pezzi di musica che non mi piacevano e ora sì, o viceversa.
Se cercassi di riprodurre, ingannando me stesso, il medesimo piacere di una volta, sarebbe come se pretendessi di ridiventare la medesima persona di allora ma non solo: come se volessi l’universo intero tornato ad un’epoca particolare.
Capita che si cerchi di perpetuare effetti che ci erano piaciuti. Faccio un esempio: che voglia proporre, dopo quarant’anni, il godimento di una certa canzone per ciò che mi rappresentava. Ma i simboli sono sostituiti continuamente; i fatti conducono me a condizioni diverse da quelle a cui hanno condotto te e perciò ne elaboriamo opinioni differenti; i suoni perdono la carica più rapidamente dei colori: si è smorzato l’accordo tragico di Mozart più che il rosso Tiziano.
Riprendere una canzone, così, rischia di farmi perdere l’aggancio con le interazioni che oggi sono disponibili, magari, con luoghi e persone già notei ma oggi avviatei, nella costante trasformazione, a nuove fasi della trasformazione, nuove offrendone a me pure.
Se immagino il tempo, posso pensarlo come strati disordinati di eventi che si sovrappongono ai precedenti, mutando le raggrumazioni che chiamiamo cose. Uno di quei grumi ero io, là sotto, e se volessi tornare così dovrei allora farmi seppellire dal tempo che passa, privando il futuro di ciò che potrei essere domani.

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Della civiltà minoica conosciamo oggi la scrittura, la “lineare B”, e quindi la lingua e molte usanze. Lo si deve a Michael Ventris e John Chadwick, oltre al lavoro di altri, che hanno decifrato la gran quantità di tavolette d’argilla trovate in Grecia. Il libro di Chadwick non lo dice, ma lo deduco dai fatti: le tavolette sono l’ultima fotografia di una civiltà, prima che fosse travolta dall’incendio dell’invasione. Questo perché i Minoici non usavano cuocere l’argilla, una volta compilata, per archiviare i dati come facevano in Asia Minore: erano tenute per la durata dell’anno contabile e poi riciclate. Non si poté riciclare più nulla, quando le città furono distrutte, e le ultime scritture amministrative, attestanti il conto delle provviste e degli armamenti, vennero indurite dalla fiamma devastatrice, e le sabbie del tempo ricoprirono letteralmente ciò che restava. A noi non sarà mai dato sapere se il conto di carri, ruote di scorta e scudi rappresentasse quantità ordinarie, e ordinariamente riportate, o sia testimonianza dello sforzo bellico, insufficientemente disposto ad evitare la fine.

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Stasera, al Rosario per una persona nota, c’erano diverse persone che avevano contatti con quella famiglia; alcune trasferite da tempo. Si sono ricostituite aggregazioni di ventennale memoria, ricordandomi un qualche aroma di tempi che furono. Come per tutti i tempi, si è ovviamente fatto meno di quanto immaginabile: mentre frequento alcune persone non posso frequentarne simultaneamente altre, per esempio. Rimane dunque la sensazione di non avere scavato abbastanza le ricchissime miniere, disseminate fra le pieghe del tempo; quei giacimenti di minerali preziosi che la tettonica del divenire universale conduce a radunarsi: l’oro di un’amicizia cordiale, il rame di un pensiero acuto, il ferro di una tenacia  ammirevole, l’ambra di un amore tenero, la creta di vite difficili vissute creativamente.
È forse questa la causa dell’istintiva nostalgia per il passato, comunque vissuto; il motivo per cui le auto d’epoca sono sempre belle e certe canzoni, mai apprezzate un tempo, pure si rivestono della suggestiva ruggine del ricordo.

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Preghiera

Ogni volta che sento A Day In The Life, penso a una ragazza morta tristemente diversi anni fa, a come le piacesse e a quanto le piacque, una sera, una mia immonda esecuzione.

Chissà se basta come preghiera, a sollevarle l’anima dalla sofferenza che provava quando se ne andò.

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Tutti al mare

La rigidità di un sistema binario “buoni-cattivi” impedisce a chi si vuole progressista di affrontare utilmente la questione del burkini, quell’abito che permetterebbe a donne musulmane di andare al mare senza spogliarsi.
In Francia alcuni Comuni l’hanno vietato. Mi risulta che in Francia viga una legge che vieta l’esposizione di simboli religiosi. L’indumento contrassegna non solo l’identità religiosa, ma anche l’aderenza a prescrizioni che qualcuno associa a una certa religione, come l’uso del velo e nascondere il corpo umano; è del tutto conseguente che lo si vieti. Mi domando se siano vietati gli abiti delle suore.
Hanno riportato un’intervista all’inventrice del burkini la quale diceva, al netto di errori nella traduzione, che l’idea le venne guardando la figlia che al mare era scomoda col normale velo. Dunque si tratterebbe di un abito concepito e utilizzato proprio per aderire a prescrizioni religiose; chi lo indossa, dunque, manifesta senza ambiguità il suo credo.

Invece, certe dichiarazioni sulla difesa della “cultura francese”, mi sembrano castronerie: in quel caso si dovrebbe vietare il turbante ai Sikh o il kimono alle giapponesi, ma sono sicuro che non si fa. Ma quand’anche, sarebbe meglio difendere quella cultura con un’istruzione capillare e interventi a sostegno; peccato che l’ignoranza faccia comodo a troppi, e l’identità sia invocata da tante persone che non sanno di che parlino.
Quando uscì la famosa legge sui simboli religiosi, mi pare che nessuno abbia protestato in nome della libertà, a parte quelle persone religiose che li avrebbero voluti permettere.
Ora invece si vuole vedere, nel divieto, una limitazione della libertà delle donne e si fanno paragoni con bikini e minigonne.

Comincerei ricordando che in Iran, prima di Khomeini, le donne andavano in giro come volevano e solo ora, faticosamente, si stanno recuperando certe libertà. Laggiù, veli e tuniche sono una coercizione, indipendentemente dalla possibilità che qualcuna li voglia davvero indossare. Le donne iraniane hanno lesa la loro libertà, e così tutte le donne straniere che, andando là, sono costrette a mettere un velo che altrimenti non userebbero.
Quale libertà verrebbe dunque violata, vietando il burkini? Quella di rispettare una specifica prescrizione religiosa. Il corpo delle donne, semmai, c’entrerebbe in quanto non lo si vuole costretto, al contrario di Paesi in cui invece costretto è.

Poniamo che in Tumbolandia si decidesse di obbligare le donne a indossare fasce sulla fronte, sanzionando le inadempienti: sarebbe una violazione della loro libertà. Se poi qualcuno in Francia imponesse a mogli/sorelle/figlie di indossarla, sarebbe una pari violazione e il governo francese, e non qualche sindaco, dovrebbe intervenire non tanto per vietare le fasce quanto per vietare l’imposizione.
Se invece qualche sindaco decidesse che la fascia è sconveniente per qualche motivo e decidesse di vietarla, allora sì sarebbe una limitazione della libertà. Ma per ricondurre le cose a dimensioni di raziocinio, ricordo che sicuramente c’è qualche norma che vieta la nudità nei centri abitati, e nessuno grida al liberticidio per questo.
Insomma, chi si oppone al divieto oggi e chi si oppose all’eliminazione dei simboli religiosi sono esattamente due campi opposti e mi viene da dire: ohibò. Sembra che i principi ci debbano seguire, anziché essere seguiti.

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Le cose non sono così semplici. Personalmente ritengo ci sia un modo sensato di esporre simboli religiosi; se io ne tengo, non è per fare polemica o proselitismo, ma perché è una cosa normale per i credenti. Così possiamo anche considerare che un tipo di indumento possa far parte dei normali segni di religiosità.
Non tutti gli abitanti del mondo hanno la nudità, anche parziale, fra le proprie abitudini. È quindi comprensibile che a molte donne piaccia l’idea di un vestimento che le faccia sentire a loro agio, inoltre le modelle che ho visto stavano proprio bene. Non dimentichiamo che decenni fa i costumi da bagno erano più castigati dei vestiti estivi di oggi e ricordo, da bambino, mia mamma che commentava con giusto una punta di perplessità la comparsa di abiti con le braccia tutte scoperte.

Un’altra questione è quella legata al “rispetto delle altrui identità”. Nessuno è stato così rispettoso nel proprio Paese, quando si trattava appunto di andare contro le opinioni e il sentire di una controparte bollata come reazionaria, codina, perbenista (ipocritamente, era il sicuro assunto).
Sarà che “si nasce incendiari e si muore pompieri” ma tutto quel furore scatenato contro i fatti di casa propria mi sembra contrastare con l’atteggiamento fin troppo possibilista, decenni dopo, per tradizioni estere.
Ma un’idea ce l’ho. Siccome l’attuale controparte è contro le altrui espressioni, culturali prima che religiose, allora bisogna difenderle. Sono d’accordo che certe critiche nascono da ignoranza, prevenzione, nazionalismo di bassa… lega… ma non è un buon motivo per eccedere nel senso opposto.
Ma ho l’impressione che l’abitudine a fare i contestatori abbia inibito l’attitudine alla proposta, almeno sui grandi numeri.

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Insomma, attualmente non sono né contro né a favore del burkini, perché troppi sono gli elementi da considerare e il dibattito, in argomenti del genere, è troppo polarizzato e semplicistico. Si sarà notato che riconosco alle autorità francesi il diritto di vietarlo, se ciò è in accordo con quelle che mi risultano leggi vigenti, mentre ritengo ridicoli motivi di “decoro” o “rispetto della cultura francese”.

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