Personaggetti

Qualche volta mi capita di vedere Camera Cafe su Rai2. Ci sono diversi personaggi: i due protagonisti, uno ignorantissimo ed entrambi senza scrupoli, cattivelli. Intorno a loro, una quantità di figure monodimensionali, ciascuna rappresentante un ruolo professionale o sociale ma in particolare un tipo di difetto umano: vigliaccheria, complessi, ignoranza, arroganza, violenza. I protagonisti si relazionano con ciascuno limitatamente a quella figura. Il denaro è padrone delle loro vite e uno dei pochi obiettivi delle loro azioni.
Nessuno cambia, scambia ruolo con altri, si ravvede in qualche modo. Guardando una puntata, si ride dei difetti di personaggi fittizi, li si riconosce in persone reali, o nelle prevenzioni che ne coltiviamo, sentendosi superiori. Oppure ci si compiace di trovare, in macchiette famose, i propri atteggiamenti che così trovano giustificazione.
Un po’ la ragione, credo, per cui avevano successo le caricature di Alberto Sordi, di persone mediocri, capaci di fare la voce grossa solo se non si correvano rischi, pronte ad approfittare di ogni occasione ma lesti a tirarsi indietro da doveri e fatiche. L’autocompiacimento della pochezza.
Non c’è prospettiva di espansione, di riscatto; le rivincite sono meschine e transitorie.

Mi è capitato di rileggere messaggi, miei e altrui, di sei anni fa; mi ha dato fastidio vedere che molti temi sono attuali e in fondo ricorrenti. Mi sembrava di avere avuto dei cambiamenti e non vorrei che si trattasse solo di circostanze occasionali, mentre io permango immodificato. Ma in fondo, cosa avrebbe dovuto modificarmi? Un progetto, una rivelazione?

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Report

Ci sono programmi televisivi che mi riempiono di imbarazzo: patetici giochini, canzoncine così così, un insieme di approssimazione. Trovarmi con qualcuno che li guarda mi mette a disagio.

Ce ne sono che vorrei dimenticare: cattivo gusto a piene mani a proposito di notizie, musica, di tutto.

Poi ci sono programmi che mi fanno sentire una nullità: il mondo è in mano a delinquenti, le aziende pure, tutti i fondi possibili divorati da organizzazioni in mano a potenti, le briciole ai pezzenti. Ingiustizia, disonestà, malgoverno, e io che non ho modo di fare nulla di utile.

E i poveracci che, invece di battersi per il proprio interesse, danno credito ai più ignoranti fra quelli che li vogliono sfruttare.

Mi sento impotente, ignorante, patetico a scrivere queste cose.

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Inutile e pure dannoso

Si ricorda in questi giorni l’attentato in cui diversi italiani vennero uccisi in una città irachena.
In Iraq, Afghanistan, Somalia, Libia, Kosovo, sono andati militari di diversi Paesi, mentre ci raccontavano che in quel modo avrebbero “ripristinato la speranza”, “difeso la libertà”, “promosso la pace”.
Nulla di tutto ciò è accaduto: sono state gettate al vento risorse, si sono finanziati produttori di armi, abbattuti e creati governi fantoccio e qualche volta generati i nemici degli anni successivi; la gente ha continuato a morire e assistiamo a nuove, creative maniere di portare la morte in giro per il mondo. Intanto, nel fragore delle notizie, c’è chi continua a sussurrare di altri scopi: una Ilaria Alpi che poneva le domande sbagliate; soldati che la radioattività uccide, strumenti sacrificabili di interessi altrui; uno che fa vedere “come muore un italiano” ma di cui nessuno ha spiegato la presenza in zona di guerra.
Oggi quei Paesi sono allo sbando. Soldataglia fa stragi, piccoli feudatari seminano morte, popoli sopravvivono miseramente. Le ditte che armano il mondo prosperano, i militari girano inutilmente dappertutto e la libertà, la pace, la speranza, tramontano ad ogni vita spenta, nei bambini soldato, nelle donne umiliate, nella Storia cancellata.
Onore per i carabinieri di Nassiriya, rispetto per la memoria di Fabrizio Quattrocchi, solidarietà al sacrificio dei soldati che una criminale strategia fa macellare senza pietà.
Il papa di allora definì una “inutile strage” la Prima Guerra Mondiale, senza per questo implicare giudizi negativi nei confronti dei soldati che furono insieme vittime e incoscienti complici di essa. Così dicasi di chi, con retta coscienza e compiendo anche buone azioni, contribuisce alle attuali insensate campagne internazionali. Gratitudine a quei soldati di cui vengo a sapere, da abitanti di là, che “rispettano la gente”.
Ma non riesco a giustificare la presenza in Kabul di un’ambasciata che si limita a rispondere a email dicendo che, se un afghano vuole un visto, deve andarsene in Pakistan o India; non riesco a spiegare, in quello stesso Afghanistan, le bande che spadroneggiano mentre soldati stranieri pattugliano inutilmente strade in cui le donne hanno paura di muoversi; non riesco a sopportare la notizia che, per andare all’ambasciata italiana in Pakistan, si debba pagare un pizzo a qualche banda locale che presidia l’accesso alla strada; non posso ammettere che un profugo non abbia alternativa al campo profughi ONU, ostaggio di una burocrazia che impedisce a ormai milioni di persone di costruirsi, in qualche parte del mondo, una vita normale.
Aumentare armamento e coinvolgimento militare non ha dato sicurezza alle nostre strade; gli F35 non hanno impedito attentati.
Non si tratta di “esercito o insicurezza”, perché finora gli eserciti sono serviti solo a destabilizzare Paesi o a fornire non del tutto attendibili, ma certamente inerti, testimoni alle stragi nel mondo mentre i testimoni certi, le Alpi o i Regeni, sono schiacciati.

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Musica e molto altro

Tanto interessante.
https://perigeion.wordpress.com/2017/10/10/bodyterranean-intervista-a-simone-mongelli/

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Autonomia

Domenica 22 ottobre, lei lombardei saranno chiamatei ad esprimersi su una frase a proposito di chiedere maggiore autonomia. Lo trovavo un atto inutile e generico: non è detto di che autonomia si parli; se competenze normative, maggiori disponibilità economiche o altro.
Ero dell’idea di non andare però, ragionandone con altrei, mi è venuto in mente che probabilmente la penseranno così moltei contrari: chi non ritiene necessaria questa maggiore autonomia, chi non apprezza la formulazione e infine quellei che sono contrari ai promoturei. Quest’ultima cosa non dovrebbe essere: la contrarietà a priori come strumentale alla rivalità politica non dovrebbe esistere ma purtroppo esiste. Cioè, si è dispostei a impedire una cosa altrimenti giusta perché non la diciamo ‘noi’ ma la dicono ‘loro’.
Così, a votare ci andranno lei favorevoli: coloro ai quali l’autonomia piace a prescindere dalla formulazione della richiesta; chi ritiene esatto il quesito ed esauriente la presentazione che se ne fa; infine chi vuole il ‘sì’ a priori, per motivi uguali e contrari a quelli descritti prima.
Insomma, buone o cattive le ragioni, andranno a votare soprattutto lei favorevoli. Qualunque sarà l’affluenza, lei promoturei potranno dire che ‘la tale (schiacciante) maggioranza dei votanti è con noi’.
Ciò è scontato, ma anche piuttosto ragionevole: è un modo, anche solo propagandistico, per aggiungere peso alle proprie politiche. Resta da discuterne l’opportunità.
Se però reputassi erronea l’impostazione, la domanda, l’ipotesi, sarebbe il caso che andassi a votare, proprio per contrastare quel percento favorevole.
Ora esce un altro problema: a cosa direi ‘no’, in realtà? Alla domanda, al metodo, alla stessa richiesta di autonomia? Se un gruppo politico proponesse di votare ‘no’, dovrebbe difendersi da mille critiche estranee alla ragione della scelta; un ginepraio. Si vede che ai promoturei piace ‘vincere facile’.
Io, invece, che non ho interessi in merito, posso azzardarmi a proporlo giusto come esercizio teorico, immaginando di vivere in un mondo perfetto senza dietrologie, benaltrismi, cerchiobottismi, trasformismi e inciuci.
Insomma, valuto la possibilità di andare al ‘no’ per un qualsiasi motivo fra questi:

  • la domanda è generica e non fornisce indicazioni su quello che un consenso implicherebbe;
  • il metodo è sbagliato perché una tale azione è prevista costituzionalmente con altri metodi;
  • l’impegno economico e organizzativo non si giustifica;
  • si deplora l’impostazione della propaganda fatta;
  • altro a piacere.

E per non dare soddisfazione a chi vuole ‘vincere facile’, sia detto per qualunque posizione politica.

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Entomologia

Oggi a Milano c’è un vento incredibile: cosa è di tutti gli insetti volanti? A occhio, saranno spazzati tutti fino a Mantova; che mangeranno le rondini, e chi impollinerà i nostri giardini? Che i Virgiliani si becchino mosche e zanzare, si spiaccichino queste contro ciò che resta delle possenti gonzaghesche-austroungariche mura; che le zanzare piombino al Rio o altro canale; ma le api le rivorremmo.

E quando piove, cos’è dei formicai? Come evitano l’annegamento? Piove alle volte in un giorno quanto in un mese normale (ma c’è ancora, un mese normale?) e mi domando quali prodigi eco-idraulici abbiano escogitato, le esazampate-antennomunite-trisecate-neropinte(o rosso)-collettiviste-ammucchianti, per drenare il diluvio. Ne ho viste annegare e da piccolo anch’io ne annegai, crudele come tanti bambini, ma erano numeri piccoli, non da ecatombe. E quanto mai si riprodurranno, ad ogni riasciugamento, per costituire a nuovo i ranghi?

E un altro mistero è nei lombrichi: esco mentre piove e, caritatevolmente, cerco di evitare le resta dei bislunghi-tuttuguali-terramangianti; sono molti, sui marciapiedi, come ad essere fuggiti dall’inondazione sotterra per trovare non meno bagnata fine all’aperto. E il giorno dopo, se ancora piove, di che si pavimentano i pedonali asfalti? D’altri lombrichi, evidentemente scampati chissà come al precorso bagnamento. E donde spuntano?

Insomma: spirito di Dànilo Mainardi, vieni a soccorrermi.

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La fine della Storia

Questa non è una recensione di canzoni, quindi puoi leggere anche se sei sordu.

Ei simpatichei Walk Off The Earth hanno fatto un video della canzone Little Boxes. Il testo sembra prendere in giro la monotona vita di certi quartieri per gente di successo negli U.S.A.
In quei quartieri non accade nulla, tutto è ripetitivo, la vita somiglia a quella di una casetta per bambole; in definitiva, una vita inutile.
È vero, non succede nulla, ma ciò include tutte le cose negative: non c’è fame, non c’è paura, non ci sono disastri naturali o animali pericolosi; il lavoro è garantito, la scuola funziona, le forniture arrivano regolarmente. Sono certo poi che l’assistenza sanitaria sia efficiente e non manchino le opportunità di svago.
Insomma, molti esseri umani tirerebbero un gran sospiro di sollievo, se una mattina si svegliassero in un quartiere simile anziché nella loro bidonville o nel loro villaggio sperduto.
Precisiamo: so che ci sono molti bei posti in cui vivere, ben diversi dalle villette a schiera ma il punto non è questo: se è monotona la vita là, lo è certo in tutti quei luoghi da sogno in giro per il mondo: nelle malghe di montagna, nei villaggi di pescatori, nelle oasi del deserto, nei paesini da presepe in Italia o nei tanti paeselli tranquilli e fuori dal tempo, in cui sembra che la vita scorra così come secoli fa e a cui gli abitanti delle città, nevrotici e scontenti a prescindere, guardano con nostalgia.
Che mancherebbe, dunque, in quei quartieri, da renderli oggetto di scherzi?
Credo che la critica non vada tanto allo stile di vita in sé, quanto al panorama esistenziale dei suoi abitanti, che si vogliono privi di qualità che sarebbero presenti altrove. Mi permetto di avere dei dubbi, a meno di porre in relazione il benessere di una classe medio-alta con difetti della sua Weltanschauung, il che non è da escludere ma secondo me è un male che può colpire anche montanari, pescatori, cammellieri, paesani d’ogni dove.
A me preme però sottolineare come tutte quelle ambientazioni abbiano un tratto in comune: che non hanno storia. Si potrà anche raccontare di qualche avvenimento curioso o sciagurato, al massimo si potranno citare eventi fondanti di un tempo remoto ma la Storia, lì, non ha niente da fare.

Un po’ come si può immaginare finita la Storia qualora il testo di Imagine, la celeberrima canzone di John Lennon, dovesse trovare applicazione: “immagina che tutti vivano per l’oggi”. Suppongo che questo ‘oggi’ possa comprendere la cura dei bambini, tipicamente orientata al futuro, ma sospetto che per molti estimatori di quel testo l’interpretazione sia più restrittiva.
Lennon la scrisse che era grande: aveva un figlio ed era innamorato: era logico desiderare di procedere nella pace e che fossero allontanate le minacce. Qualcosa che dei ragazzi ribollenti d’ormoni potrebbero fraintendere e scambiare per vigliaccheria, meschinità, egoismo. I ragazzi hanno voglia di menare le mani e anelano a qualche causa per cui combattere: “qualcosa per cui uccidere o per cui morire”; che faremmo di tutta quest’energia, nel mondo di Imagine? Ma forse una delle condizioni del suo avvento è proprio che i ragazzi siano meno turbolenti e io non credo che basterebbe farli crescere in un mondo pacifico, e poi è il classico cane che si morde la coda.
Così, un mondo pacifico popolato da giovani adulti innamorati si potrebbe immaginare senza prole al seguito.

Questa è una delle cose immaginate in una “canzone di fantascienza”: Still Life dei Van Der Graaf Generator. Se gli umani raggiungessero l’immortalità, che accadrebbe? Il panorama è, come ci si può aspettare da Peter Hammill, alquanto sconsolante: senza più nulla da combattere, non resta che la noia. “Still Life” in Inglese è l’equivalente di “Natura Morta” e il titolo rende bene la situazione. Anche qui la fine della Storia coincide con la mancanza di qualcuno che erediti il mondo: fatto curioso, se si pensa che la tranquillità e il quieto vivere sembrano condizioni favorevoli a crescere eredi.
Ma “si nasce incendiari e si muore pompieri”, così a ogni generazione qualcosa è messo in discussione e ricomincia il rullare di tamburi, fossero pure quelli di un gruppo musicale di ragazzi in un garage. Ciò che non farà la Storia, ma certo può fornire una magnifica colonna sonora ai nostri ricordi di battaglia.

Ma sarà proprio così, che non si possa immaginare un mondo in cui sia evitata la confusione fra progresso e distruzione? Non è forse il modello di mondo in cui hanno vissuto Galileo, Pasteur, Curie, Plank, tanto per buttare dei nomi fra tanti; non è un mondo come potevano immaginarlo Epicuro, Confucio, Gesù e forse anche Buddha? E forse che i sette (e mezzo) qui citati non avrebbero apportato progressi, senza bisogno di imperi sorti e distrutti, di Napoleoni e Alessandri, di rivoluzioni e sommosse, di fuga da malattie e terremoti?
Resta da domandarsi che farebbe il resto dell’umanità, nel frattempo: forse si annoierebbe. Almeno oggi avrebbero un iGiocattolo per distrarsi.

In un articolo sul New Yorker si riporta una visione del ‘progresso’ umano tutt’altro che confortante, secondo cui la base della nascità stessa delle civiltà starebbe nella sopraffazione, o così mi è parso di capire. Di fronte a millenni di sfruttamenti, tutte le opere dell’ingegno umano sembrano impallidire soprattutto se considero quante di queste abbiano avuto impulso dagli stessi che causavano i danni: la maggior parte della musica prodotta nei secoli, un’enorme porzione di tutte le opere d’arte; i mille ritrovati tecnologici che sono la nostra attuale croce e delizia; tutti prodotti o effetti collaterali delle richieste di chi ha avuto il dominio del mondo, o ha cercato di procurarsene un pezzo.

Finiremo tutti nel girone degli ignavi? Per non avere prodotto se non costretti, o per non avere rigettato una simile costrizione? Cosa piuttosto difficile, ne convengo, se l’alternativa all’obbedienza è una quarantina di frustrate come minimo.
O forse è naturale che gli umani vivano come nei popoli ‘primitivi’, che ricevono sostentamento da un ambiente conosciuto e in cui non c’è Storia di cui rendere conto, al massimo un’Antropologia tutto sommato uniforme. Detto in altro modo, è un argomento di Still Life.
Di che parlano, a che aspirano, tutte quelle persone le cui vite sembrano in tutto identiche a quelle dei loro nonni, che vivevano allo stesso modo dei nonni loro?

Ecco che i desideri sono un pericolo: la loro realizzazione può condurre all’opposto di quel che si spera.
Non desiderano “realizzarsi”, gli abitanti dei quartieri bene fatti di villette? E non viene rimproverato, a quello stile di vita, il fatto di non realizzare nulla?
E non è una speranza per il futuro, di giungere in una condizione “riparata”, dove infine non c’è più nulla da riparare, per cui rimboccarsi le mani?
E una vita priva di minacce, può diventare una condizione di incubo minaccioso?

Ma anche queste sono vane domande, e inutilmente mi affanno anche a cercare di tirare i fili dei miei ragionamenti.

“Perciò approvo l’allegria, perché l’uomo non ha altra felicità, sotto il sole, che mangiare e bere e stare allegro. Sia questa la sua compagnia nelle sue fatiche, durante i giorni di vita che Dio gli concede sotto il sole.” (Ecclesiaste 8,9)

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Bourbon

Sono arrivato tardi a vederlo e la procedura era avanzata.

Il whisky è fatto filtrare attraverso strati di carbone, ma si fa presto a dire carbone: legno di acero da sciroppo, tagliato in liste in autunno, perché allora ha meno resina, e lasciato a stagionare all’aperto per un anno. Per incendiarlo non si usa benzina, ma whisky grezzo, non per risparmiare ma per evitare di rovinare l’aroma. Dopo due ore si spegne con idranti, il carbone è fatto freddare e poi messo nelle camere di filtraggio.
Non è finita. Si fabbricano botti di non ricordo che legno, certo non scelto a caso; poi l’interno è passato al fuoco affinché si caramellino le sostanze contenute, per contribuire a insaporire il liquore.
Ho apprezzato il fatto che, se la legge prevede un invecchiamento di tre anni, la ditta presentata lo faccia invecchiare quattro: nell’epoca del “mordi e fuggi”…
Che ci posso fare: sono innamorato di procedure e competenze, di conoscenze trasmesse da umani a umani e piano piano incrementate. Adoro la civiltà, qualunque sia.

Anche se non mi piace il bourbon.

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Erano consenzienti

E noi gli crediamo, vero?

Perché le cose sono andate così.
“Ehi, quanta figa in quel locale.”
“Guarda quelle due, gli si vede la voglia da qui.”
“Dai, abbordiamole, ché qui ci si diverte.”
Si sono avvicinati. Fare i gentili, che alle donne piace: anche due come quelle, che non vedono l’ora, vogliono sentirsi corteggiate. E allora non hanno detto, come avrebbero voluto: “Venite qua, ché sappiamo cosa farvi.” No, sono stati carini, si sono offerti di accompagnarle. Italiani brava gente, fascino (e, si presume, sicurezza) della divisa, la vacanza, i modi cordiali e il sorriso… che altro? Fatto sta che sono sembrati a posto, le hanno portate con l’auto di servizio: chissà se in America si può, forse hanno detto loro che faceva parte dei loro compiti, aiutare i turisti: qui i poliziotti non sono Robocop, sono gente apposto, padri de famija.
Sono arrivati e allora sono venuti al dunque; basta colle cerimonie, è il momento di fare sul serio: quelle due cercavano maschi, e li avevano trovati. Appena entrati, daje! Modestamente, nun ce se tira indietro. Una sveltina ansimante, un po’ di scossoni ché non gli dispiace, in quei momenti, di essere sbatacchiate un tantinello, altrimenti ci fai pure la figura del fighetto.
“Hai visto? Non hanno detto ‘bè’.”
“E ti credo, non aspettavano altro.”
“La mia era davvero infoiata. Ansimava piano.”
“E la mia? Tutta in tiro, teneva le mani in su, come a dire: ‘sono tua’.”
“Non avremmo dovuto accompagnarle su, dopo?”
“Scherzi? Abbiamo perso già abbastanza tempo. E poi lo sai le straniere, sono sentimentali: poi non te le levi più.”
“Quando lo racconto a Federico…”
Già, c’è sempre qualche Federico col quale vantarsi: quello che non perde occasione di raccontarti le sue avventure.
Perché in giro c’è pieno di donne che pensano a una cosa sola. Fanno le santarelline, ma basta che gli dai l’occasione e vedi come si scatenano: quel tipo che vuole di sì anche quando dice di no. Nubili, sposate; italiane, straniere: tutte uguali. Ma loro non si tirano indietro; sono gente tosta, loro, che sa mettere a posto drogati e barboni, i sottoposti che fanno i galletti o i superiori spocchiosi, gli scioperanti che perdono il controllo o gli studenti saputelli, i negri fuori di testa o gli automobilisti nevrotici. Figurati se non sanno come regolarsi con due donne sbronze in cerca d’avventura.
E ora chissà cosa gli è saltato in testa di denunciarci. Non gli è piaciuto? Ma che vogliono mai queste donne?

Già, che ne dite? Ve la sentite, di spiegargli cosa vorreste? Perché proprio non l’hanno capito.

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Una parabola

Matteo 13,24.30Il padrone del campo fece piantare buon grano. Venne un nemico e piantò erbacce. I servi del padrone volevano estirparle, ma il padrone disse che no, avrebbero diviso il buon grano dalle erbacce una volta giunti a maturazione.

Giunse il tempo della mietitura e i servi andarono, ma trovarono solo le erbacce che avevano soffocato il grano. Tutto si concluse in un gran falò.

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