Giro di valzer

Il pregevole sito Cap’s Blog ci propone un giro di valzer, gentilmente offerto dall’utente di Youtube VidMak.
Il pezzo è noto, secondo me anche al di là dei meriti, ma che mi ha conquiso è stata la serie di inquadrature ai volti.
Il ritmo ternario della musica, e una certa sua ossessività, si prestavano a enfatizzare movenze ed espressioni; anche del Gattopardo, all’originale del quale è attaccato tutt’altro zumpappà.
Quando guardo i provini dei film (quelli che voi mmerigani oggi chiamate trailer e qualche volta teaser) avrei voglia di vedermi le intere proiezioni: è per questo che sono fatti e ci riescono bene.
Ecco: quelle espressioni fra lui e lei, o le occhiatacce d’altrui, o le movenze coordinate che solo una scenografia calcolata; e le mani tese a chiamare, e i passi a fuggire o approssimarsi, o certi specchi… erano tutti trailer di emozioni di cui veniva voglia conoscer particolari, condivider vicende.
Ahimè, alle volte la stessa scena, calata nella storia, mancava di darmi una pari emozione. Non era colpa della pellicola: c’era effettivamente un’emozione raccontata, a muovere quellej volti e mani e gesti, solo che io, contabilmente preso a seguire logiche e **azioni**, mi perdevo i sobbalzi, i sopraccigli, le intensità. A raccontar quanto visto, avrei elencato fatti e magari spiegato ragioni, ma difficilmente avrei descritto come, a mio modo di vedere, la mora ballerina s’era sentita nel vedersi riflessa.
Come se non importasse.
Alla faccia di empatia e neuroni specchio, che sembrano funzionarmi all’incirca come certi altri, con altri incarichi.

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Non compriamoli

Ci sono, alla televisione, pubblicità divertenti e alle volte mi è piaciuto seguirle, ma non c’è divertimento che giustifichi la messa in onda tre volte ad ogni spazio pubblicitario; se poi l’inserzione non è neppure bella, figuriamoci.
Penso che una ragione ci sia. Ingenuamente, associo l’attività pubblicitaria al bisogno di aumentare le vendite, benché certi indizi mi suggeriscano che non sia del tutto vero: essere un inserzionista importante dà controllo sul medium, in questo caso il canale televisivo.
Come sia, fra gli interessi non c’è il beneficio dellu spettaturu, lu quale può solo sorbirsi la ripetizione ad nauseam delle stesse banalità.
In un mondo perfetto, il “può solo” della frase precedente non esiste: lu spettaturu, pure consumaturu, potrebbe decidere di non comprare quel prodotto, spesso tutt’altro che unico: un’acqua, un dentifricio, un’auto…
Ecco dunque che, in un mondo perfettibile, cioè con difetti ma sperabilmente rimediabili, si potrebbe proporre su giornali o pagine web una rubrica intitolata “Non compriamoli”, in cui si stendesse una graduatoria di chi, più infastidendo, più andasse boicottato, sperando in tal modo che la perdita compensasse ogni previsto guadagno. I primi in classifica si attirerebbero l’ironia collettiva e dovrebbero risalire la china della popolarità.
Ahinoi, in mondo tutt’altro che perfetto viviamo, forse neppure a fatica perfettibile. Temo che una simile rubrica otterrebbe anzi di rendere più appetibili i prodotti. C’è pieno di gente che vuole cose perché tanto vendute…

No, meglio niente rubrica. Meglio spegnere il televisore.

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Ispezioni

La notizia ieri sera: in Comasina (per i non imbruttiti: quartiere di Milano) ci sono stati sparatoria, sommossa delinquenziale, spaccio e vandalismi. Così oggi i Carabinieri hanno fatto ispezioni, perquisizioni, controlli, rilevamenti.
Il ragioniere ch’è in me ha fatto due conti: o tutti i militi sono stati sottratti ad altre incombenze, oppure la loro incombenza è proprio questa: chissà che facevano gli altri giorni. Vabbe’, non sono competente.
E allora, perché non sempre? Perché non accade che una volta l’anno i Carabinieri vengano anche qui, a far controlli senza preavviso, a vedere che si fa della cosa pubblica, magari a segnalare la necessità di interventi di altre forze?

E la butto lì.
Come mai certe cose accadono solo nelle emergenze (come se ormai delinquenza e degrado non fossero “emergenze croniche”) oppure, e qui mi va di pensare a lungo, nei regimi repressivi?

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Pittori

Mostra a Cremona di pittori del Ventennio. Al di là di certi temi, una pittura che vale la pena di riprendere. Ho visto quadri (per televisione) che a me ignorante sono parsi belli.

Era doveroso, secondo me, un periodo di silenzio e decantazione, vista la contiguità temporale di quell’arte con quel regime, e in un mondo perfetto i decenni trascorsi potrebbero essere sufficienti. Non in questo, con tutti i ratti che tornano allo scoperto, perciò non ero d’accordo con un intervistato, il quale sosteneva che fosse tempo e, parafrasando e semplificando, “non c’era pericolo”.
Ma è certo che l’arte ha un valore che trascende i tempi e le occasioni, altrimenti la Cappella Sistina dovrebbe piacere solo a inveterati “baciapile”, il Napoleone di David solo a qualche francese, e via esemplificando.

L’arte riceve nutrimento da un mondo diverso, privo di vizi e dedicato alla bellezza ma non solo: anche al pensiero più puro e disinteressato. Da nessun’altra parte può giungere il bello.

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Luca, 13.1-9

Credete voi che quellej, uccisej da terroristi mentr’erano a un concerto, fossero più disonestej di ogni altru? O credete che coloro che un terremoto uccise perché le loro case insicure crollarono, fossero meno volenterosej? O quellej, un insieme eterogeneo e casuale, che precipitarono in uno sfacelo di cemento nel crollo di un ponte, erano forse lej meno buonej del Paese?
No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tuttej allo stesso modo.

Quando Giovanni andò a battezzare nel deserto, chiese forse che fossero indette celebrazioni speciali, che si facessero novene, riti? No: tutto quello che chiedeva era che compissero il loro dovere: la condivisione innanzitutto (quindi chi sbeffeggia i buonisti andrà all’inferno), l’onestà, la correttezza.

Oggi moltej vantano la loro discendenza, una nazionalità che non hanno meritato e che anzi in molti casi è disonorata, ma se anche avessimo “per padre Abramo” non meriteremmo per questo uno scampo, perché molti temevano per la loro vita, ma Geremia non rassicurò che Ebed Melech, eunuco e straniero: non per ciò che era, ma per ciò che fece.

E ogni volta c’è qualcuno che parla di “un sussulto”, perché giustamente non si può restare indifferenti, e anzi sono contento di essere stato al supermercato quando fecero un minuto di raccoglimento. Abbiamo visto commozione a Lampedusa, qualche anno fa; ad Amatrice, in altro momento; a Parigi, in troppe occasioni. Mi guardo bene dal dire che non ci fosse sincerità: questo insinua chi ha piacere di ridurre tutto al minimo comune misero; di affermare che “fan tutti così” per giustificare la propria disonestà.
Ma non si può reagire, in modo pur sensato, solo in risposta all’agenda delle attenzioni poste da altri, e domani ricominciare come niente fosse a parlare di migranti e ballerini, a seguire le polemiche artefatte dei politicanti, interrogando e commentando certo con acume ma degno di miglior causa.
Non si può lasciare solo a qualche “pasionariu” specializzatu di fare giornalismo sulle cose da fare, e su chi fa o non fa il proprio dovere. Non si può riempire giornali e televisioni delle sparate folcloristiche di chi lucra sulle mode e i pruriti del popolino.

Ma non solo di giornalismo voglio parlare. Per evitare che cada un altro ponte, che un’altra inondazione esageri, un terremoto infierisca, un delinquente colpisca, bisogna lavorare. Anche tu devi lavorare, come tuttej.

Sentire il bisogno di fare bene, di occuparsi di cose che valgano affinché, quando il ponte crollerà, quando il terremoto o il terrorista mi porteranno via, si possa dire che ho vissuto a sufficienza, e perché le morti causate da quel ponte, quel terremoto o terrorista non portino anche la mia piccola firma.

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Tutto incastrato

Un libro mi spiega che i meccanismi della gravità e le caratteristiche termodinamiche e fisiche dell’idrogeno sono così ben calibrate fra loro da permettere la produzione di parecchie stelle stabili: non implodono rapidamente e non si disperdono.

Le stelle spesso esplodono, anche grazie alla presenza massiccia di entità evanescenti come i neutrini, che al contrario diresti che non producano effetto. L’esplosione diffonde tutt’intorno materiali più pesanti e così è potuta esistere la Terra, e la vita su di essa.

Si intrecciano i destini di particelle fantasmatiche con le proprietà emergenti della materia organizzata.

Regolarità d’ogni genere accomunano il funzionamento del mio corpo, quello del mio computer, di stelle lontane; di un elettrone che si muove in un circuito elettrico o che rimbalza all’altro capo della galassia; e sono regolarità costanti, almeno per quanto finora (signor Popper, non s’inquieti).

Poi c’è un universo, fino all’orizzonte degli eventi, ordinato e regolare: i “grumi” sono piccoli e bene spaziati, pare assomigli alla schiuma nel cappuccino.

E ancora, ci sono leggi semplici: la legge dell’inverso del quadrato, per esempio. L’universo è coerente con una sua rappresentazione matematica, fatto che continua a stupire scienziati, matematici e “ultimo, come un aborto”, anche me.

Le forme viventi sembrano fruire di condizioni particolarmente favorevoli nella materia e si cita uno studioso che, al proposito, definisce “biocentrico” il cosmo. Le condizioni di acidità e alcalinità delle cellule dipendono in modo significativo dalle caratteristiche di certi elementi chimici. L’acqua ha caratteristiche giuste, né più in qua ne più in là, per dare supporto alla vita.

Per produrre il carbonio che serve alla nostra esistenza, si devono compiere fusioni nucleari di un tipo ben preciso e per questo serve che l’energia dell’elio sia a certi livelli; uno scienziato lo predisse basandosi sull’abbondanza di carbonio e in seguito le osservazioni confermarono il valore in stelle molto grandi.

Eccetera eccetera eccetera.

E poi stavo ascoltando, per un caso fortuito o per legge di natura non so, Echoes e Atom Heart Mother dei Pink Floyd.

E c’è ancora qualche poveretto che usa le droghe.

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Documentaristi leghisti

Quando si parla di cultura, bisogna vedere se siamo dei letterati, degli scienziati, o degli antropologi. Nel caso 1 saprò dire qualcosa su La Montagna Incantata di Thomas Mann (tanto per citare a cavolo una delle millanta cose che ignoro), nel secondo potrò ragionare sulla Materia Oscura (tpcacudmcci…), nel terzo caso… descriverò il modo in cui i pizzoccheri sono preparati a Montagna in Valtellina!
Vabbe’, questo non è un blog serio…
Però ammettiamolo: nel panorama politico attuale, i documentaristi hanno delle colpe, avendo dato retta agli antropologi, e vado a spiegarti perché.
Passo davanti alla tv e c’è un documentario su, diciamo, la Birmania. Mica ti raccontano la Storia (con la S maiuscola, mi raccomando), per farti capire che non sono tutti dei trogloditi; mica ti descrivono l’arte, giusto per chiarire che il gusto ha forme autorevoli anche altrove; mica ti spiegano le religioni, magari in modo da non farle sembrare stupide superstizioni (ma forse il documentarista la pensa così anche della TUA).
No, scopo principale di tanti documentari sembra mostrare i lavori del contadino che si alza, munge la mucca, sposta il fieno, raccoglie le erbe, fa il formaggio, prepara le ricette tipiche. Il tutto in un panorama mozzafiato dove, chissà come, non piove quasi mai.
Ora, se devo spendere soldi per andare a mangiare un’insalata di foglie di te, penso di continuare a vivere a casina mia e godermi una italianissima frittata.
Il giorno dopo, qualcuno fa un documentario su, che dire: il Peru. Gli Inca se ne stanno ampiamente in sottofondo, la poco nota Storia di quei popoli è citata appena, le conoscenze matematiche e astronomiche neppure. Stavolta il contadino va dai suoi lama, sposta non ricordo più quale foraggio, raccoglie erbe, fa il formaggio, prepara differenti ricette tipiche. Tutto condito anche qui da paesaggi stupendi e climi favorevoli.
Io non ho l’animo del turista; sarà per questo che non mi sento particolarmente ansioso di rimanere in meditazione a guardar panorami e sbocconcellare una papa o un rocoto.
E non solo televisione. Capito su una pagina web e trovo scritto: “nei nostri viaggi il cibo ricopre una posizione di rilievo. Adoriamo scoprire nuovi sapori, … Solo facendo così riuscirai ad immergerti del tutto nella cultura locale.”
Ecco: a loro non importa sapere chi sono o da dove vengono gli abitanti di quei luoghi…
“Ehi, aspetta un momento, come sarebbe a dire DA DOVE VENGO? Io abito qui, sei TU che arrivi dall’Italia!”
“No, dico da dove arriva la tua vita: a me, che tu mangi questo o quello interessa poco, voglio sapere i perché e i percome. Voglio che tu mi spieghi che non sei frutto del caso; che il tuo mangiare, e il tuo vestire, e il tuo parlare, hanno origini più complesse e più UMANE del ruminare delle tue mucche, e del loro scodinzolare, e del loro muggire. Perché quando il tuo vicino scenderà dall’Aconcagua e verrà a Cinisello Balsamo per lavorare come tornitore, porti pure uno smilzo bagaglio a mano, ma sappia mostrarmi di essere diverso dal lama della fotografia che ha con sé.”
Quei documentari non mi fanno sapere se l’adunconaso occhisottili che mi offre un te condito col burro di yak è figlio di qualcuno che si è stabilito lì di recente, e in tal caso come mai, o se la terra intorno fu concimata dai resti delle precedenti quindici generazioni, o un misto delle due cose con battagliare annesso. Non mi informano dell’impianto cognitivo della neropelle macropigia signora, a capire che due parole tradotte in italiano mai e poi si riterrebbero imparentabili nella sua lingua natia. Non mi ricordano il pregresso predare dell’occhicerulo biondicrinato che intaglia un troll.
Vorrei che la collettanea serie di bipedi, che vedo monotonamente fabbricare utensili e provvedere vivande al godimento d’unu cronista, riportassero in vita, o meglio mantenessero vive, le arti e filosofie del mondo allo stesso modo in cui sono incoraggiati a ravvivare gli aromi del pasto.
E non me la prendo solo col cibo ma con tutte le folkloristiche espressioni del continuum etnico.
Gli antropologi chiamano “cultura”, non senza ragione, anche due vasi sbeccati o un resto di coperta. Mi va bene, come di sineddoche in mancanza d’altre evidenze: dietro quei vasi, quella coperta, sappiamo stare vite e storie con tutto ciò che comportano. Si studia quel poco così scoprendo molto. Il problema è quando resta solo il poco.
L’orgoglio di un popolo non sta nel brasato con polenta o nella pasta cu li sardi. Non sta neppure in un dialetto, se usato per l’ordinario.
Invece vedo documentari che si accontentano di mostrare la ripetitiva giornata di qualcuno che porta le pecore su e giù.

Poi ci stupiamo se c’è gente che divide il mondo in “noi” e “loro”, non avendo in realtà nessun modo per descrivere il “noi” che vanta: non conosce storia e arte propria, se non per qualche spolverata mal digerita a scuola; men che meno è in grado di confrontarle con quelle altrui. E naturalmente ci scontriamo collo stesso problema dall’altra parte, dal momento che pari latitanza sta nelle menti in tutto il mondo.
I documentaristi vorrebbero esaltare la bellezza di tutti i posti, di tutte le vite, di tutte le persone. Invece ci sono persone che vantano le loro radici fatte di cassoeula anziché di Cesare Beccaria.

Tutta colpa dei documentaristi che danno retta agli antropologi, ecco.

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Sguardi

“Se guardo il cielo, opera delle tue mani…”
Sì. Se guardo il cielo, anche nei miei momenti di ateismo spinto, trovo una delle due occasioni per rappacificarmi col mondo (l’altra è la musica, ma è un discorso totalmente diverso).
Il salmista, come l’autore del Libro di Giobbe, non trova altra via che la meraviglia del Creato e io concordo in pieno.
Per me, poi, “il cielo” rappresenta infinitamente (letterale!) di più che per loro: è la meraviglia del telescopio Hubble, dei raggi X, della psicanalisi, ma anche dei racconti di fantascienza e dell’istruzione diffusa. O forse non conta la quantità di meraviglie, ma la profondità dello sguardo, e lo scrittore che faceva magnificare nientemeno che al Padreterno la possanza dell’ippopotamo non ne traeva minore elevazione.
Come che sia, lo sguardo del cuore s’imbambola nella contemplazione, troppa la meraviglia e insufficiente la comprensione.
Quando però “riporto a terra” lo sguardo, è come se cambiassi occhiali: seppure riconciliato, disponibile ad apprezzare, i tratti del particolare non mi sembrano riverberare la stessa quieta luce dell’intero. La mente, così, adotta i metodi dell’opposizione e del confronto, in un processo di valutazione e giudizio che pertiene all’ambito dell’utilità concettuale e non della contemplazione. Questo perché il particolare, più alla portata, si presta ad essere agito secondo schemi di causa ed effetto e di finalità; pratiche escluse da una totalità che alla fine mi sovrasta.
La stessa consapevolezza di essere incompleto assume tratti opposti: “lassù”, nell’empireo delle idee è causa di espansione come se un bambino, messo in un negozio di giocattoli, sapesse di poterne avere; nel confuso mondo dei dettagli, mi sento un bambino che adocchia il reparto giocattoli proprio un attimo dopo che la mamma ha ritirato lo scontrino della spesa, e non resta che uscire di lì.
Ci attacco un’esperienza personale: da una parte la nostalgia per “tutto ciò che non avevo” a causa della mia immobilità, la consapevolezza di stare costruendo un passato perduto invece di avere un presente di opportunità, senza immaginare quali fossero, ma neppure se ne esistessero con un atteggiamento, credo, tipicamente giovanile di “eroe che si affaccia al mondo”, o almeno vorrebbe. Contemporaneamente, sentivo una musica suggestiva alla radio, o una notizia interessante, o guardavo il cielo avanti a me o pensavo al brulichio non per quello che ne perdevo ma per quello che mi attendeva, e lo stesso sentimento assumeva altre tinte.
Così oggi, svegliatomi in uno stato d’animo che molte volte mi ha sorpreso nel dormiveglia, di troppa vita perduta di quella che riuscivo a immaginare, e fin nostalgico di passati che peraltro ho sempre tenuto a dissipare; colta la simmetria, descritta prima, delle mie speranze e dei miei rimpianti; accolto il consiglio di un amico e tenuto dietro a lunghi discorsi, e conseguenti annotazioni, e ricerche per impararne qualcosa… ho colto l’occasione di un’attesa per sentire ogni particella come nient’altro che un diverso aspetto di quell’unica entità prima del Big Bang, un riverberare di infinite frequenze accessorie dell’unica nota di quel Verbo: pur senza credere veramente all’identità del Tutto; mi sono poi voltato a uno degli spettacoli più meritevoli d’attenzione, aspirante Pu-Tai benché autistico: bimbi piccoli che giocavano, ma mi sono ritrovato in un “qui e ora” che perdeva ogni aspetto trascendente.
E ora non so se perseguire la tensione, come un’intuizione capace di salvare le mie antiche e contemporanee paturnie; o rifuggirla come stratagemma di schiavo che cerca di cogliere un tratto benevolo nel padrone, perché la schiavitù risulti meno pesante.
Oppure, come mi è occorso per un momento oggi, sentirmi nell’unica realtà del momento presente, ogni altro ricordo solo un’illusione che non può farmi nulla. Finalmente cullarmi nell’ormai raggiunto diritto a esistere, troppe le soddisfazioni accumulate, di musica ed amici, lavori ed emozioni, per sospettare il contrario.

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Lettera a un ministero vuoto

Egregiu Ministru degli Esteri, mi permetto di scriverLe anche se la Sua identità, a oggi, è un mistero e rischiamo che il Suo incarico rimanga nel limbo delle cose che questo Paese avrebbe dovuto fare e invece non ha fatto: elenco lungo e in costante allungamento.
Ebbene, se una persona, uomo o donna (questa la ragione del neutro iniziale), stesse ricoprendo l’incarico, potrei rivolgermi ad essa, chiedendo che il Governo italiano intervenisse per la questione della ragazza condannata a morte perché non voleva essere violentata (per esempio qui, sul Corriere).
Ebbene, un Governo è una cosa seria, di cui sento la mancanza. Mi manca qualcuno a cui indirizzare le mie richieste, e non solo per un caso di civiltà che potrebbe farmi definire ‘buonista’ da chi è senza coscienza civica, e ritiene il cinismo un elemento necessario delle persone serie.
Sì, mi manca un Governo che faccia sentire la voce all’estero, nonostante l’abbondanza di chi, al riparo in casa propria, inveisce in ogni direzione.
Me ne manca uno che si preoccupi della devastazione del territorio.
Me ne manca uno che faccia argine allo spopolamento delle campagne, incoraggiando le iniziative che meritino, di cui si parla nelle rubriche televisive dedicate ma meno nei gabinetti romani. Ma ‘incoraggiare’ è cosa che implica coraggio…
Me ne manca uno che affronti con competenza, e non proclami, la necessità di riordinare tante parti della legislazione.
O che si occupi di governare, e non di fare progetti di legge a ripetizione, dal momento che la potestà legislativa è del Parlamento. E se si parla di divisione dei Poteri, evidentemente il governo e la legislazione sono due cose diverse.
Uno che non si riunisca per quella che, a risultato, sembra essere stata più una partita a Monopoli.

Ma io mi rivolgevo a Lei per una questione di diritti civili. E i diritti non hanno cittadinanza, li si proclama qui e anche là, sono validi sempre e per chiunque.
Ebbene, se l’Italia è ancora un Paese civile, deve darsi l’impegno prioritario di promuoverli qui e altrove, altrimenti vediamo bene come funziona: qualcuno è riuscito a mantenere un lavoro tutelato qui, e allora i soldi spostano il lavoro là, dove le tutele mancano. E per questo serve un Governo serio.
E poi i diritti non sono divisibili in categorie. È falso e menzogna affermare che non ci si occupi di un diritto perché impegnati con un altro. Al massimo si può chiedere scusa perché non si hanno abbastanza risorse, ma la maggiore privazione di risorse la dà la mancanza di volontà.
Ecco, Signoru Ministru, quello che Le chiedo: non appena uscirà dal limbo, scriva qualcosa al Governo sudanese e alla Commissione europea. E, tanto per tenere le cose a contatto anche fisico con noi, veda di informarsi su chi sono i sudanesi che hanno un lavoro in Italia, magari così non faremo tutti la faccia costernata quando qualche giornalista ne farà argomento del prossimo polverone mediatico.
Sa come si chiama la ragazza? Si chiama Noura, che in arabo equivale al nome di mia moglie, Lucia. Non siamo distanti.

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Cose che valgano

Oggi una donna si è buttata dal settimo piano ed è morta. Ho sentito qualcuno che la conosceva: solare, sapeva recitare… non se l’aspettavano.
E mi chiedo: a chi toccherà domani?
Perché suppongo che ci siano altre persone, nelle stesse condizioni, che domani potrebbero lanciarsi dal settimo piano, buttarsi sotto un tram, esagerare coi sonniferi, spararsi. Con tutti i conoscenti costernati.
Stasera consideravo le persone che erano con me nel treno che mi portava verso casa: dalle facce, da quanto facevano (il poco che facevano) non si poteva capire molto delle aspirazioni, dei bisogni. E nemmeno dei dolori. Tutti con lo sguardo neutro, verso il nulla o un telefonino, qualcuno verso un libro. Mi domandavo che faccia avesse quella donna, mentre si avviava al luogo di lavoro per l’ultima volta.
Sembriamo tutti normali, fino a quando non compiamo un gesto ufficialmente non normale.
Come mai una cosa tanto importante da causare la morte non è saltata fuori? Non era oggetto dei suoi discorsi, non determinava il suo comportamento; ciò è del tutto plausibile: al lavoro si parla di lavoro; con lej conoscenti, colleghej compresej, si parla di televisione, di calcio, banalità di quella che ha detto così e allora lui ha detto cosà perché lei pensa che io ma io sono fatta così perché lui vorrebbe che lei…; e le cose importanti, in definitiva, sono determinate da altre persone, da principi generici, da doveri ingrigiti di ordinarietà. Le uniche proposte con un minimo di serietà per superare certi mali vengono da religioni, filosofie o psicanalisi; disgraziatamente, arrivano anche contraffazioni che peggiorano i problemi.
C’è un antidoto a tutto ciò? C’è un comportamento possibile che scardini la serratura della gabbia?
Forse bisognerebbe che i nostri mali venissero a galla, ma come?
Si può pensare alle attività quotidiane come a chi si attacca alla bottiglia per dimenticare. Non è un’azione compiuta scientemente, come non lo è passare il tempo in attività di nullo valore formativo. Può darsi che ci sia una qualche distorsione del pensiero, trasferita nelle generazioni; un condizionamento dato sia dalle persone che troviamo intorno, sia da società deformi. O è la conseguenza di un difetto progettuale dell’umano, chissà. Sembriamo tutti normali o forse siamo tutti egualmente sedati, egualmente ipnotizzati, egualmente ubriachi.
E allora proviamo: a scacciare almeno una parte delle insulsaggini, a imparare a riconoscere il vuoto nei discorsi, a cercare temi degni d’attenzione, a pensare in grande.
Rifuggiamo la facile retorica delle piccole grandi cose: le cose o sono grandi o sono piccole: non confondiamo la quantità con la qualità.
Parlare, ma di quello che conta per me; agire, per ottenere quello che conta per me. Ottenutolo, non sentirò la voglia di rinunciare alla vita.
E cos’è quello che conta per me? La risposta autentica richiede tempo e pensiero, impone che si persegua la verità. È possibile farlo, in un mondo da sempre affogato nella finzione? Ancora una volta: pare che certi profeti e filosofi abbiano saputo farlo e la conoscenza dei tempi moderni dovrebbe aiutarci.
È un impegno decisamente degno di sforzi: salvare vite dal suicidio, ripulire un pezzo di mondo dalle scorie e portare luce nella propria vita.

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