Leggo che Bruno Vespa, fra un libro che infila surrettiziamente il Truce Buce e qualche piaggeria, ha trovato il tempo di dare del tedesco a Jannik Sinner. Costui replica dichiarandosi fiero di essere italiano, al che qualche rappresentante degli Schützen ha pensato bene di replicare. Ti pare che possa esimermi dall’intervenire?
Comincio a denunciare l’equivoco di fondo.
“Italia”, oggi, è un’istanza culturale o rimane quella “espressione geografica” vituperata nei libri di scuola. Un’istanza che va alle radici della Storia. Quando i Romani la occuparono, il termine era usato per definire un’area in cui vivevano decine di popoli diversi ma era già chiamata così. Quando l’Impero felicemente cadde (ma non fu una caduta felice per i popoli), le varietà linguistiche e culturali d’Europa evolsero loro proprie lingue e tradizioni, ma il nome rimase.
L’Italia è sempre stata luogo variopinto, contrariamente ad altri Paesi i cui dominatori riuscirono a imporre maggiore uniformità.
Quando D’Azeglio disse «Abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani», prese atto della situazione. Nonostante questa, molti combatterono per quell’unità.
Purtroppo, i tentativi di unificazione dall’alto andarono a scapito di valori locali, eccellenze e culture.
In conclusione: l’Italia si caratterizza per la varietà di luoghi, culture e colture, lingue, usanze, climi, panorami, storie, religioni. La vittoria dei popoli sulle pretese di uniformità imposte dai potenti.
In questo miscuglio, mi sta bene che un ragazzo, che mi sa parli tedesco coi suoi, si dichiari contento di essere italiano. Come spero ne siano contente le molte persone di nazionalità italiana che parlano francese, tedesco, ladino, sardo, greco, albanese, spagnolo, arabo, cinese, e scusate se ne ho dimenticato qualcuna.
Una cultura comune? Certo che deve esserci! Al di là di tipicità locali, come quelle che gli Schützen meritoriamente promuovono, alla maniera in cui lo fanno in tanti posti.
Una cultura comune, perché ci sono elementi storici che riguardano tutti i nostri antenati, vuoi direttamente, vuoi di riflesso, ma hanno portata nazionale.
Una lingua comune, certo, perché se Sinner va in vacanza a Bova Marina che fa: si parlano inglese? O in quante lingue vogliamo scrivere la Gazzetta Ufficiale?
Una comune educazione civica, per conoscere le leggi e i principi che, al di là dell’imperfetta realizzazione, parlano di uguaglianza, pace, rispetto.
Ho trovato questa citazione: «Se la maggioranza dei sudtirolesi dovesse identificarsi esclusivamente come italiana l’opera di Mussolini sarebbe compiuta». Ecco: l’equivoco sta nell’aggettivo “italiana”. Esattamente l’equivoco in cui cadeva il fascismo con le conseguenze che tutti sappiamo. Sinner non ha celebrato una cultura monolitica di cui egli, comunque, sarebbe un elemento “non allineato”, non abbastanza per il già citato Bruno. Se si forzassero i sudtirolesi a una simile, fasulla italianità, sarei concorde a dolermene.
Ma poi, non riesco a non polemizzare. Andreas Hofer non promuoveva solo l’autonomia che, data l’epoca, poteva andar bene. Ma mi risulta che promuovesse oscurantismo e radicalismo religioso, segregazione di altre minoranze e ruolo subalterno (eufemismo) delle donne. Opporsi alle vaccinazioni per spirito di patria… Suggerirei di cercarsi qualche altra figura di cui celebrare gli sforzi identitari, altrimenti si finisce per essere simili a quei delinquenti che affossarono l’Italia per vent’anni, solo con scuse diverse, i quali celebrano anch’essi “luminosi” esempi di valore militare.