L’uomo in quel letto

Qui la canzone

Dedicata al mio babbo. Prima che arrivi a qualche altro Paradiso, spero che abbia potuto correre libero.

L’uomo nel letto non sono io
Ora sono scivolato fuori dalla porta e sto correndo libero
Giovane e selvaggio come sarò sempre
Ma l’uomo nel letto non sono io

E queste mani tremanti, non sono mie
Ora le mie mani sono sempre forti e ferme
Possono far oscillare una mazza o calmare un bambino che piange
Queste mani tremanti, non sono mie

Ora l’infermiera laggiù non lo sa
Che non sono un vecchietto indifeso
Avrei potuto spezzarle il cuore non molto tempo fa
Ora l’infermiera laggiù non lo sa

Che l’uomo nel letto non sono io
Perché sono scivolato fuori dalla porta e sto correndo libero
Giovane e selvaggio come sarò sempre
L’uomo nel letto non sono io

Sono l’uomo che sono sempre stato
Sono il ragazzo che ha cavalcato i binari durante la Grande Depressione
Ho combattuto nella Grande Guerra e ho marciato per l’Unione
Sono l’uomo che sono sempre stato

Quindi non credere a quello che dicono i dottori
Stanno solo inventando cose per essere pagati
Sì, e comunque non è di me che stanno parlando
Quindi non credere a quello che dicono i dottori

Perché l’uomo nel letto non sono io
Beh, sono scivolato fuori dalla porta e sono finalmente libero
Giovane e selvaggio come sarò sempre
No, l’uomo nel letto non sono io
No, l’uomo nel letto non sono io
No, l’uomo nel letto non sono io

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Dimissioni di genere

Ci sono state reazioni all’annuncio del ritiro della Prima Ministra neozelandese. Se si trattasse del fatto nudo e crudo, mi limiterei a prendere atto, ma le affermazioni a contorno, sue e altrui, mi sembrano richiedere qualche ragionamento.
“Sono umana”, avrebbe detto. E che significa? Forse che tutti i “leader-a-prescindere”, le “guide-illuminate”, i tanti “rieccolo” della politica, i “capitani” degli affari mondiali, non sono umani? Bene: qualche volta, a vedere come conducono il mondo, un sospetto viene… Però non è un argomento, al massimo può essere un sensato commento: non stupiamoci, gli umani non sono immortali, invincibili, onnipotenti. Commento utile a chi manifestasse stupore, implicando l’abitudine a farsi guidare dagli immarcescibili di cui sopra. Certo, se fosse accettata la nozione, si userebbe molta meno cocaina; tanti superumani verrebbero ridimensionati, proprio per l’improbabile loro resistenza.
Sì, cari umani: c’è stanchezza. Non ci si stupisca.

Ho trovato commenti comprensivi sul fatto che una donna impegnata in politica si trovi a dovere rinunciare al tempo da trascorrere in famiglia, alle esigenze dei figli.
Tempo fa qualcuno commentava che Samantha Cristoforetti se ne partisse in missione lasciando i figli; fu ovvio notare come discorsi simili non fossero fatti ai colleghi uomini.
Però è vero: la cura parentale, abitualmente, ricade più sulle donne. Da una parte, si dice che ciò andrebbe superato, in modo da favorire un’autentica parità dei sessi in ambito sociale, e se ne fa carico ai latitanti maschietti; altre volte si enfatizza la circostanza come espressione di superiori doti femminili di cura ed empatia, ancora evidenziando il limite dei maschietti. Ma io tanto l’ho capito, che la colpa è sempre di lui…
Tutta questa comprensione sul fatto che Ardern abbia “tanto da fare” mi sembra pericoloso, se abbiamo l’intento di superare discorsi sugli “angeli del focolare” e sul “posto delle donne”.
È vero che non c’è solo la situazione, ma anche la mentalità, per cui è difficile liberarsi dall’idea che una donna dovrebbe “essere in famiglia”, qualunque altra cosa si stia facendo; si immagina facilmente come questo rovello possa essere pesante, a lungo andare.

Qualcuno diceva: “Per lei il potere è cura”. Certo, a essere coinvolti anche emotivamente ci si può stancare di più, ma non vorrei far passare l’idea che cura e debolezza siano associate. Anzi, sarebbe ora che qualche cervellone mettesse in campo le solide argomentazioni necessarie affinché il governo diventi, come democrazia vorrebbe, un servizio piuttosto che un dominio.

Altri segnalano quanto sia difficile, particolarmente in certi paesi, non dannarsi l’anima per una carriera, di fronte al terribile “con tutto quello che ti abbiamo fatto studiare!” Certo, perché un uomo studia e va bene così, mentre una donna deve dimostrare di meritarselo…
Si aggiunga che i toni sessisti si intrufolano, inavvertiti o peggio scontati, in tanti commenti sulle prestazioni lavorative, politiche, artistiche. Una donna deve continuamente scremare, scegliere su cosa ribattere, e inghiottire il resto anche se il boccone è grosso. È difficile che a un politico maschio si rimproveri di essere “brutto” e perciò la sua opinione non valga. Se una donna prende decisioni che altre donne criticano, ecco che l’accusa sessista sorge, indipendentemente dalla plausibilità. C’è chi minaccia e insulta i figli di una donna, difficilmente di un uomo. È vero, per una donna ci sono difficoltà specifiche. So che ci sono difficoltà specifiche anche per un uomo ma è un discorso diverso e non voglio confondere le cose.
How many roads must a man walk down
Before you call him a man?
And how many roads must a woman walk down
Before they say she’s OK?

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David Crosby

Scopro ora che è morto David Crosby. Il mio preferito dei quattro, ai tempi, perché era il più “fuori”. E no, non passerò la giornata a sentire i pezzi suoi.

Che tutto se ne vada, l’ho ben visto quando il mio babbo accolse la notizia della morte di Frank Sinatra. Che ciò sia una schifezza, ne sono convinto, ma soprattutto mi pesa la carenza di rimpiazzi.

Che sperare, del resto? Che esca gente a fare quella stessa musica, a farmi sognare quei medesimi sogni? Trasformare il tempo in gratificante ripetizione? Ascolta Still Life dei Van Der Graf Generator e sappimi dire.

Non è meno spaventoso dell’immagine di rimanere congelato in un tempo che non è più. È un po’ l’idea che ho del mio posto nell’eternità: ecco, è tutto qui dal giorno x al giorno y e altro non è dato. Noioso, a lungo andare, una bollicina nell’effervescenza dell’esserci. Troppo poco per volerne fare epica. Insufficiente alla volontà di permanere.

E che ascoltare, dunque? Anche Beethoven e Bach se ne sono andati ma li ascolto senza il gorgo di immedesimazione personale che so mi travolgerà, la prima o seconda o ennesima volta in cui sentirò “If I Could Only Remember My Name”. E so che quella volta, come molte altre, maledirò il destino cinico e baro che mi impedisce di ricordare il mio nome, di trovarlo scritto nella mia vita, in opere che vorrei incise nel piombo mentre vedo il piombo stesso liquefarsi.

Offro dunque il mio ribollire, quieto e tutto sommato innocuo, alla complessiva qualità dell’elisir divino. Spero che ‘innocuo’ non sia sinonimo di ‘dannoso’, anche solo per omissione; rimango nella perplessità a lasciarmi vivere, sperando almeno che la mia supplica contribuisca nel ricavare a The Croz un posto confortevole nel paradiso dei matti e dei suonatori.

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Ma sì, diciamolo…

“In questa situazione, diciamo, difficile, è capitata una cosa, diciamo, strana: le pratiche, diciamo, correnti vanno controllate per vedere, diciamo, i problemi nella valutazione, diciamo, dei criteri per la, diciamo, graduatoria finale…”

Eccetera eccetera eccetera.

Non so se ci avete fatto caso: nei discorsi correnti, come alla televisione, l’uso di quella ripetuta parola è debordante. Al punto di rendere ancor più pesanti frasi già contorte.

Due cause comuni: sciatteria e autoindulgenza.

Nel penoso mio esempio, possiamo immaginare che chi parla non ritenga sufficiente l’uso di aggettivi come ‘difficile’ e ‘strana’, effettivamente troppo generici benché adeguati. Che le pratiche siano ‘correnti’ è un dato di fatto, non c’è da discutere; dopo ‘valutazione’ abbiamo un vero tic verbale senz’altro motivo, mentre che una ‘graduatoria’ sia tale non è materia di discussione. Quindi possiamo intendere che anche i primi due tic non siano dovuti a scrupoli terminologici ma alla cattiva abitudine.

Sciatteria. Se ritieni che il tuo eloquio sia manchevole, parla possibilmente con più lentezza per darti il tempo di trovare termini migliori. Se non te ne ritieni capace, non è assolutamente un problema: ognuno deve poter esprimere, con onestà e serietà, il proprio pensiero; qui non si parla di difetti cognitivi che possano rendere inattendibile ciò che è detto.

Però, l’uso continuato di quella parola mi sembra indichi che la genericità delle proprie espressioni, quando non l’imprecisione, siano abituali e non si intendano emendare.

Così si arriva all’autoindulgenza. Si accoglie la cognizione della propria manchevolezza con un interiore sorriso, al modo delle paroline buffe escogitate dai bimbi, dei loro razionali e ingenui fraintendimenti. Senza alcuna intenzione di correggerli, per istruirli, mantenendoli in tal modo nel loro stato di pupazzetti divertenti, ma essi in realtà non si sentono così, anzi sono affamati di apprendere.

Ci si propone come simpatici, quali non si è.

In fondo non si ritiene grave l’uso di termini imprecisi, e anzi ci se ne compiace. Non vorremo mica atteggiarci a sapientoni… salvo poi essere di quelli che si risentono a ogni critica. Come: ti permetti di criticare, io che sono tanto simpatico?

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L’elmo di Scipio

Per cosa, gli italiani di oggi, sarebbero disposti ad affrontare la morte?

Per liberarsi da un’occupazione straniera, difendere il diritto di voto o la libertà di espressione? Non oso nemmeno parlare di garanzie per gli svantaggiati o diritti delle minoranze.

Ben si sa da tempo che una massa fa scambio volentieri di libertà astratte per concreti panem et circenses. Su tali elargizioni contano dittature e populismi. Il detto “Con Francia e Spagna, purché se magna” esprime una diffusa mentalità.

Oggi in Iran, dopo diversi decenni, si sente intollerabile quanto sopportato finora; hanno stretto i denti ma adesso le mascelle dolgono. Non altrettanto accade in Afghanistan, nonostante qualche accenno. In Bielorussia si è parlato di manifestazioni fino all’invasione dell’Ucraina, dopodiché sono scomparse, non so se dalle piazze o solo dall’attenzione dei nostri disinformatori.

Le tante attestazioni di solidarietà nei confronti delle donne iraniane, le preoccupazioni per la democrazia nel mondo, secondo me, toccano solo poche persone, tutte le altre che risentono in varia maniera dell’individualismo che fa apprezzare la privata sicurezza a costo di qualunque catena da sopportare.

È la famosa storia della rana che viene bollita viva: basta alzare la temperatura molto lentamente. La libertà può essere sottratta a dosi in apparenza molto piccole, o solo a pochi per volta (“prima vennero a prendere…”), finché gli astenuti per principio, gli agnostici per comodità, gli arrangiati di professione non si vedranno comprimere gli spazi, ma ormai è tardi. Da quel momento si potrà solo sperare che i cambiamenti fisiologici della Storia non rendano impraticabile lo status quo; ci saranno molti martiri e il movimento ricomincerà, sperabilmente non guidato da massimalismi che in definitiva sono solo l’altra faccia del baratro.

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Citius, altius, fortius

Più veloce, più in alto, più forte.
Ricordo l’enfasi con cui il mio babbo mi parlò per la prima volta del motto olimpico; un tipo simile di enfasi mi ha spesso convinto e tuttora, col limite del mio scetticismo senile, un po’ mi convince.
Così ho goduto che, il mio corpo più lento, più basso e più debole, una piccola espansione si sia realizzata: anche la testa, eccome, deve espandere le proprie capacità, anche con una pensata semplice.
Sono stato piuttosto soddisfatto di andare a far lo spesone settimanale da solo. Come lo fanno in tanti, ma nel mio caso si è trattato di mettere in campo una serie di escogitazioni.

Senza dilungarmi in particolari, dirò che sono state decisive la collaborazione di molte persone e la fantasia. Per la collaborazione, naturalmente, bisognava fare in modo che fosse richiesto il meno possibile a ciascuno e la fantasia era in causa anche per questo, oltre che per immaginare sequenze di manovre.
Mentre molte dimensioni sembrano contrarsi, quest’ameba sguscia in direzioni casuali.

Da sempre, i miei mi hanno incoraggiato a cercare di migliorare. Si parlava del corpo ma anche, in modi diversi, dello spirito. Le due cose coincidono e se, alla mia età, penso ancora a ottenere qualcosa di nuovo, significa che il vecchio albero è ancora capace di germogliare.

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Roba di pazzi!

È uscito un film i cui protagonisti sono due cannibali (Bones and all). Dunque: prima i ladri gentiluomini (Lupin) poi gli assassini psicopatici (Diabolik). E quindi gli zombi, infine i vampiri: mentre i primi restavano comunque “i nemici”, questi sono bellocci e protagonisti. Poi una lunga serie di film in cui il cattivo è più intelligente, molto forte e risulta imprendibile, e se alla fine ci rimette le penne è quasi per caso. Poi abbiamo avuto l’incredibile Hannibal Lecter (molto spaventoso anche tutto legato), a cui la sceneggiatura dava un tono favorevole, e adesso i cannibali sono giovani e belli come i vampiri suddetti e sono loro che soffrono, poverini, mica le loro vittime.
Ma stiamo impazzendo? È questo il mondo nel quale ci immedesimiamo, sono queste le cose da fare? Di questo ci piace ragionare?
Ma sparategli in mezzo agli occhi e seppelliteli in mare!

Gli sceneggiatori, intendo.

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Povero Tommaso!

Povero san Tommaso. Si parla di lui come dell’unico apostolo che non ha creduto. In realtà non aveva creduto nessuno: erano tutti scappati nel Getsemani, Pietro se l’era fatta addosso nel cortile del Sinedrio, i due di Emmaus erano andati a farsi i fatti loro perché “noi speravamo… ma…”. Ancora tutti dubitarono delle donne e poi Pietro e Giovanni che credono, sì, ma non si capisce a che, e se ne tornano perplessi. Infine davanti a Gesù sono senza parole e lui deve mangiare per convincerli… eggià, entrare a porte chiuse non bastava!
Tommaso che chiede di vedere i buchi dei chiodi mi somiglia, quelle volte in cui qualcosa mi va storto della mia condizione o della condizione di altri o della condizione del mondo.
Stesso atteggiamento quando disse: Andiamo anche noi a morire con lui. Significa: va bene, se proprio dev’essere, che sia. Anche io, di molti fatti, so pensar solo: si vede che va bene così, ma non ci si aspetti che applauda.
Anche Tommaso si guardò bene dall’applaudire, quando fuggì cogli altri e poi restò chiuso due settimane per paura. A suo credito c’è che però qualche volta usciva, purtroppo nel momento sbagliato…
È anzi in linea con tante scritture, fra cui quella frase che mi piace tanto: Si conosca tra i popoli, sotto i nostri occhi…
La differenza è nei particolari. Zaccaria dubitò, quando l’angelo gli rivelò la nascita di Giovanni e fu ammutolito; Maria fece una domanda simile all’Annunciazione, e ricevette una spiegazione. La differenza non starebbe nelle parole ma nel non detto.
C’è differenza fra gli apostoli che chiedono come si possa sfamare la folla, e gli Israeliti che si chiedono: Potremo mangiare nel deserto? Il Signore è con noi, sì o no?
Io non credo di porre una domanda con un atteggiamento che mi scampi dall’ira; forse Tommaso lo fece: Si conosca tra i popoli, sotto i miei occhi… E fu accontentato.

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Conti in rosso

Leggo che, per un processo a un clan mafioso messinese, sono stati comminati “più di sei secoli” di pena carceraria.

Peccato che i condannati siano 91, quindi in media la pena è poco più di sei anni e mezzo a testa. A uno hanno dato trent’anni, quindi alcuni altri usciranno domani.

Leggo anche di sequestri per circa quattro milioni, il che fa una media di 42.105 euro a testa. Io farei fatica a pagarli, loro sicuramente no.

Una grande vittoria per la giustizia, commentano.

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Povero Samuele!

Mi riferisco al Giudice in Israele.

Donna che non ha figli in una società che vede le donne come fattrici o poco più. Sì, ci sono frasi in cui si apprezzano altre doti, qua e là, ma niente di che. Poi consideriamo che l’altra moglie ne ha avuti; pensa il disprezzo. Perché quando una donna è nemica di un’altra, lo è approfonditamente.
Va bene, in un momento di sconforto fa un voto e voilà: ecco il bambino tanto desiderato. C’è una sottile linea pedagogica, adesso: siccome è frutto di un voto, il figlio è dato al tempio e la donna ne trae altre maternità: nulla è dato senza un investimento.

Sicché il bambino cresce in un tempio, al servizio di un vecchietto, il sacerdote Eli incapace di opporsi ai figli depravati, e non risulta abbia mai goduto il calore di una famiglia. Dio lo chiama e da allora porta i comandi al popolo, lavoro tutt’altro che comodo. In vecchiaia, ha figli che sfruttano la loro posizione per interesse. Anche loro, come quelli del vecchietto. Scontenti di ciò, gli Israeliti gli chiedono un re. Cretini: se non ci si può fidare dei figli di un sacerdote e nemmeno di quelli di un Giudice e Profeta, si può sperare in quelli di uno, buono solo ad ammazzare gente? Ma Samuele è costretto a cedere; ne unge uno, ma è pazzerello: Samuele gli vuole bene ma Dio non abbastanza e fa morire lui e tutta la sua stirpe. Elegge dunque Davide e poi muore.

Certo che di soddisfazioni ne ha avute!

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