Xenartri

Grazie alla mia curiosità, sono andato a cercare parole che usassero la “X”; grazie al mio dizionario, ne ho trovate parecchie; ho guardato il significato di “xenartri” e ho scoperto che è un sottordine di mammiferi di cui fanno parte formichieri, pangolini e, udite udite, BRADIPI!

Ebbene sì, il bradipo non è parente delle scimmie ma dei formichieri. Grazie a sant’internet, mi sono sprofondato in nomi, immagini, definizioni che sto già cominciando a dimenticare.

Se ricordassi tutte le cose che ho letto, visto, cercato di imparare, di mestiere potrei fare l’enciclopedia. Disgraziatamente, mi sfugge tutto come sabbia fra le mani e restano i granellini. Insieme a questi, però, rimangono la soddisfazione, la gratitudine per tutte le cose interessanti fatte e viste.

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La china è vicina

Vogliono fare accordi bilaterali con la Cina. Chissà se in quegli accordi si prevedono clausole che impediscano di invadere l’Italia con prodotti contraffatti, o che violano le nostre leggi. E figurati se si dirà qualcosa sulle condizioni di lavoro e le retribuzioni dei cinesi. Ma no, chiuderanno tutte le ditte italiane, a causa dell’incomprensibile testardaggine di dipendenti che pretendono cose inaudite come la malattia, le ferie (per di più pagate) e sicurezza sul lavoro.
Ricordo, a chi non lo ricorda, la famosa foto di Gandhi che filava: il Regno Unito aveva inondato l’India di prodotti a basso prezzo che avevano costretto alla chiusura le piccole, troppo piccole, imprese familiari indiane. Serviva uno sforzo, morale prima che economico, per contrastare il potente invasore.
Qualcuno crede di riempire un Paese di quasi due miliardi di persone col lavoro di una ventina di milioni scarsi, ormai in gran parte occupati in servizi che ai cinesi non servono; mi viene da ridere.
Quando tutte le aziende saranno chiuse, o vendute ai cinesi, chi vorrà lavorare dovrà accettare qualsiasi condizione. Peccato per i cosiddetti imprenditori di qui, i quali non guadagneranno niente, se non diventare servitori di basso livello del Celeste Impero.
In tutto questo, il silenzio di opposizioni e sindacati.

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Sfioraresfiorire

Sono passato di fianco a molte cose.
Tutta qui è la mia esperienza.

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Panini e pesciolini

La storia è nota: Gesù ammaestrava le folle, a un certo punto i discepoli gli dissero di congedarle, ché andassero a mangiare. Gesù ribatté: ‘datene loro voi stessi’. I discepoli obiettarono: ‘sì, qui ci sono cinque pani e due pesci, come si fa?’ ma Gesù li incarica: fateli sedere e distribuite. Alla fine tutti furono saziati.

Non è nemmeno necessario credere che la storia sia vera; la morale è: se vuoi che una cosa sia fatta, tu comincia a farla.

Per questo, senza avere la minima preparazione, ed essendo mia moglie ed io alquanto sprovveduti, abbiamo cominciato a raccogliere fondi per alcuni nostri amici afghani e i casi sono descritti in una pagina su Facebook.
Abbiamo anche poche idee sul modo di diffondere la notizia e la notizia è questa: bisogna che qualche migliaio di persone versi un euro, o che alcune centinaia versino dieci euro, o che qualcuno versi qualcosa in più, affinché due bambini e un ragazzo possano avere le cure necessarie.

Noi abbiamo messo cinque pani e due pesci, sperando che altri faccia il miracolo e, sia detto con tutto il materialismo di cui un cattolico è capace: il miracolo lo fanno gli esseri umani o non lo fa nessuno.

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Hanno chiuso

Una delle affermazioni nemmeno tanto implicite a sostegno della politica americana dopo l’11 settembre era che “non avevamo scelta”: il nemico era così e così, la situazione era questa e quella, dovevamo fare per forza tale e talaltro.
Naturalmente, ci sarebbero state alternative, ma quando gli USA fanno qualcosa sono molti i governi e le persone che si precipitano a dare una mano, qualcuno anche in buona fede.
In questo modo si è solo ottenuto di ridurre il potenziale veramente alternativo dell’Occidente alla sfide dell’estremismo, gli si è anzi dato alimento.

Oggi sento commenti di chi è andato a votare per le primarie del PD e trovo lo stesso atteggiamento: il nemico è “là” e allora tutto ciò che è “qua” va bene; “qua” c’è il PD; quindi bisogna sostenerlo.

È una strategia di cui trovo traccia in molte circostanze e che mi ricorda libri distopici ben più colmi di considerazioni pessimistiche; in ordine di significatività, e per rimanere il tipo dalla scarsa originalità che sono: Orwell, Huxley, Dick.

Questa è un’altra ragione per convincermi che, con me, il PD ha chiuso, non fosse bastato Renzi o lo scandaloso ritardo fra un tracollo elettorale e una parodia di contromisure.

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Marco 2,13-17

Esercitare il senso critico sembra diventato sport nazionale. Sembrano *quasi* tutti impegnati più a criticare altri che a dire la propria. Non stupisce che i pochi a dire qualcosa abbiano successo nonostante, e forse grazie a, molti che quelle azioni criticano: con ironia, acredine, qualche volta con acume.
Mi è toccato sorbirmi vent’anni di battute su Berlusconi e altrettanti me ne aspetto su altri.
Purtroppo, ci sono personaggi così indifendibili che è come sparare alle Croce Rossa. Facile perciò trovarsi d’accordo nel dare addosso, dal momento che certe battute o invettive pescano dal repertorio degli atti più strampalati. Meno ne ho sentite di documentate, su fatti complessi, perché a dire una cosa intelligente di solito servono più parole che per dire una bestialità.
Così tanti, a prezzo modico, si sentono intelligenti per concordare su critiche a questo o quello: un po’ come quando io mi compiaccio per avere risolto un sudoku di tipo facile. Ben altro impegno è richiesto per quelli difficili, e la soddisfazione non sfoga in una risata.

Però chi fa discorsi *in attivo* alla fine convince più di chi reagisce “in passivo”. Si gioca di retroguardia, ci si affanna a seguire chi invece dovrebbe essere superato con la superiorità delle proprie idee. Così Berlusconi ha avuto gioco facile e ora lo hanno altri.

Il Parlamento si chiama così perché dovrebbe essere il luogo in cui opinioni diverse si *incontrano* per giungere al massimo accordo possibile, mentre uno *scontro* politico è chiaramente un fatto critico. È antidemocratico, quindi, chiunque rifiuti il dialogo, tranne il fatto che certe posizioni consistono proprio nel rifiutare dialoghi e con queste, ovviamente, non si può dialogare.

Però, però… non c’è solo il modello parlamentare.
Stasera il nostro don Matteo, commentando l’episodio di Gesù che chiama il gabelliere Levi, parlava di quella frase, “sono venuto a chiamare i malati”, spiegando che quell’individuo (anch’egli) indifendibile, che faceva sentir giusti per il solo fatto di disprezzarlo senza bisogno di acume e sottigliezze – una giustizia a buon mercato tanto più perché non chiamata a proporre alternative – era un malato a cui andava somministrata una cura. Sì, lo so, a certi personaggi si vorrebbe dare una cura di bastonate e in effetti, se lo scopo è purgare di un male il corpo sociale, estirparlo equivarrebbe a soppressione. Ma supponiamo che tu abbia un’infezione alla gamba: prima di fartela tagliare le proveresti tutte.

Estirpare a priori ha un nome: guerra civile. Nessuno che abbia a cuore il proprio Paese si sognerebbe di proporre una cura simile senza avere fatto ogni altro tentativo.
Fermo restando che qualche testa proprio non sarà possibile drizzarla, è anche vero che un corpo sano può ospitare senza conseguenze una quantità moderata di tossine.

È dunque con spirito evangelico che rivolgerei, a me in primis e poi a tutti gli amici, solleciti nell’informare e commentare, e infine agli italiani tutti, di dedicarsi all’attività tanto difficile quanto fondamentale per la democrazia che è il dibattito, fatto con lo stesso atteggiamento di chi somministra una medicina. Questo permetterà di ricostruire un tessuto sociale lacerato in conventicole e anatemi incrociati, ma soprattutto permetterà alle nostre opinioni di crescere in profondità e dettaglio e a noi stessi di uscire da quella gabbia di vetro a cui si condanna chi rifiuti incontri con la diversità. Sia mai che qualcuno scopra così che sia opportuno cambiare le proprie.

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I buoni perdono sempre

Che opporre a governi incapaci o tirannici? Come contrastare l’egoismo, la latitanza delle istituzioni in materia sociale? Come fronteggiare il bisogno di risparmiare energia, di riassettare il territorio, di garantire servizi? E come rimediare agli atti di cattiveria? E non parlo di ora: parlo di sempre.
Muovendo da posizioni ideologiche diverse, a volte appena accennate, tanti cercano di fare cose utili: si sfamano poveri, si fornisce sostegno psicologico o consulenza burocratica, si studiano soluzioni produttive, si istituiscono cooperative… l’elenco è lungo.
Il problema è che le carenze istituzionali, sociali o ambientali non nascono dalla semplice incapacità, o impossibilità, di occuparsi delle questioni, ma riflettono interessi contrari. Mentre venti persone costruiscono un muro, ne basta una per abbatterlo; basta quindi che a qualcuno faccia comodo, e si produce un problema per qualche cittadinu.
Sì, perché a molti fa comodo quello che altri danneggia, o di questo si convince, magari per il solo gusto di schiacciare qualcosa.
Se gli umani benintenzionati possono essere sopportati o usati, non c’è per essi alcun motivo di temere; ma se l’interesse degli altri, quelli con cattive intenzioni, è messo in discussione, allora ci si può aspettare qualsiasi azione.
Alle volte, un singolo umano buono può essere tolto di mezzo con metodi sbrigativi; a volte, diverse persone fanno la stessa fine: lo hanno fatto con comunità intere.
Può non essere necessario colpire direttamente le attività fastidiose: se troppo intervento crea alternative all’economia disonesta, si possono creare disordini, impoverimento, minacce vere o presunte, in modo che sempre più persone tendano a dipendere da qualche potente. Si può ridurre l’istruzione, per esempio.
Per anni ho letto riviste in cui, da una parte, si dava la buona notizia di una piccola diga per dissalare l’acqua ad un villaggio, dell’introduzione di un piccolo allevamento per promuovere l’indipendenza di alcune donne, di una struttura adeguata alle cure di bambini in qualche paesino; dall’altra, di sommosse e guerre civili e insurrezioni e carestie e devastazioni, ciascuna capace di sconvolgere cento di quelle realtà.
E poi, le persone buone saranno sicuramente meno fornite di armi e meno propense ad usarne; questo le renderebbe probabili perdenti se mai succedesse, ma non è mai successo, che buonej e cattivej si fronteggiassero in una guerra. Capita invece che scriteriatej si accapiglino, con buone persone coinvolte da tutti i lati delle barricate o messe a far numero nelle perdite.

Non resta loro che lavorare, incuranti di morti e ferite, come se potessero davvero cambiare il mondo, come se potessero migliorare seriamente il sistema sociale, come se la civiltà potesse veramente progredire.
Fra una strage e l’altra, sembra perfino che, almeno un pochino, ci siano riuscite.

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Parole, parole, parole, parole

“scattano i soccorsi”… so come scatta una molla, come scatta un interruttore, e posso capire perché, di chi perde la calma, si dica che “è scattato”. Il movimento è chiaro. Ma che i soccorsi scattino, è una doppia immagine: delle persone sono scattate a soccorrere, quelle che realizzano i soccorsi.

“la questione approda in tribunale”… si approda come alla fine di un viaggio ma qualcunu, una volta giuntu alla riva, ne parte per una nuova fase del viaggio. L’approdare è qui, perciò, una tappa per cui un viaggio inizia una fase nuova. Complessa metafora.

“un fuoco di fila di domande”… tante, incalzanti, perfino minacciose. Il fuoco di fila era quello degli eserciti d’un tempo: i soldati si mettevano su più file che a turno sparavano, provocando ripetuta strage. Non è una serie lunga o rapida di domande; questa sarebbe una raffica. Il fuoco di fila è ripetuto, organizzato e, ad ogni sparo, devastante. In quali occasioni mai… mica molte.

Come mi piacerebbe che ci fosse ancora qualcunu capace di escogitare simili espressioni, anziché gente che le usa a casaccio!

Così come mi piacerebbe che l’Italiano fosse parlato da gente ancora capace di escogitare termini come “intercapedine”, anziché dire “slow motion” perché nemmeno ricorda l’ormai arcaico “rallentatore”.

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A pensar male

A pensar male si fa peccato, ma s’indovina…
Theresa May sta avendo guai nel suo Partito: i convinti sostenitori della Brexit l’accusano di avere portato a casa un pessimo risultato. Finirà che dovrà dimettersi e gli scenari sono due:
– Il suo partito resterà alla guida GB
– Il suo partito perderà la guida GB
Nel primo caso, sorgerà un’altra guida del partito, che diventerà Primo Ministro e abbaierà forte per costringere l’Unione Europea a concedere condizioni migliori (secondo lui); non ci riuscirà e la telenovela andrà avanti indefinitamente, con GB metà dentro e metà fuori, come del resto era anche prima. Non ci saranno cambiamenti per quanto riguarda la frontiera in Irlanda, non muterà lo stato di Gibilterra, non cambierà nulla per gli Europei che lavorano là.
Nel secondo caso, qualcuno interrogherà nuovamente i cittadini, o fingerà di farlo; risulterà che essi non sono più tanto favorevoli e ciò sarà un buon motivo per non farne niente.
Ma sembra che May voglia dare le dimissioni una volta approvato l’accordo. Anche in questo caso i falchi potranno continuare a fare propaganda, dicendo che la volontà popolare è tradita; tutte le difficoltà economiche saranno imputate ai lacci europei anziché alla pretesa di far da sé o altre ragioni meno fantasiose.
Insomma, sia un fallimento delle trattative che una loro applicazione daranno materia ai nazionalisti (ma chiamarli così equivale a far loro un complimento).
Si crea un problema e si cerca consenso distorcendo i fatti. Mi pare che siano in compagnia.

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Una storia triste, finita male

Da ragazza la insultavano perché era grassa; lei e i bulli entrambi vittime della mentalità dominante, che ammira l’apparenza e incoraggia la sopraffazione, che schifa “gli altri” e sospetta, diffida, pregiudica.
C’è invece una società parallela composta di persone che ricercano i significati, studiano, vivono in un mondo aperto e internazionale, dove si premia la competenza e non si giudica in base all’inessenziale.
La storia sarebbe stata bella se Vaimalama Chaves, oggi candidata a Miss Francia, avesse dato uno sguardo a quello specchio interiore che non mente e rende, di sé, l’immagine vera; se avesse mandato a quel paese i bulli, la loro meschinità, e avesse percorso una strada di valori, tali da comunicare a se stessa tutti i suoi, tale da metterla in contatto cogli altri abitanti di quel mondo parallelo che mira a costruire umani degni e un degno mondo in cui farli vivere, indipendentemente dalle vacuità. Le sue sofferenze l’avrebbero accomunata a quelle di altre vittime, come lei in cerca di alternativa. Magari sarebbe anche dimagrita, insieme a tutta una serie di cure rivolte a sé.
Invece no.
Era una gara in cui partiva sfavorita perché in molti le erano davanti: più belli, più desiderabili. Lei però ha accelerato, ha corso e ha vinto. Adesso è prima in classifica, umana visione da far sentire una nullità tutte le diciottenni non abbastanza appetibili; delle fallite, tutte quelle non altrettanto fortunate: perché sono sicuro che in cima agli 80 chili di allora c’erano già i tratti di un viso capace di affascinare e che la salute l’ha accompagnata nella sua lotta per il fisico perfetto. Due elementi, insieme a chissà quanti altri, di cui non aveva merito.
Adesso è in cima al mondo dell’apparenza, affamata di soddisfazioni. Libera e indipendente, “non ha una famiglia fra le priorità” dice, e nemmeno storie importanti. Una gara, la sua, che si disputa in solitaria, contendendo ai pari l’ammirazione altrui e scambiando con essi una forma di mutuo consenso fino all’altrui caduta.
Vaimalama non ha sconfitto i bulli; essi avevano ragione: era grassa e brutta, criticabile per questo. Oggi è una gnocca da paura, è lodata da quei bulli e dai loro simili. Il mondo parallelo si ritira nell’ombra, lontano dalle luci dello spettacolo; in primo piano, una donna che avrà per sempre paura di ingrassare nuovamente.

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