La fine della Storia

Questa non è una recensione di canzoni, quindi puoi leggere anche se sei sordu.

Ei simpatichei Walk Off The Earth hanno fatto un video della canzone Little Boxes. Il testo sembra prendere in giro la monotona vita di certi quartieri per gente di successo negli U.S.A.
In quei quartieri non accade nulla, tutto è ripetitivo, la vita somiglia a quella di una casetta per bambole; in definitiva, una vita inutile.
È vero, non succede nulla, ma ciò include tutte le cose negative: non c’è fame, non c’è paura, non ci sono disastri naturali o animali pericolosi; il lavoro è garantito, la scuola funziona, le forniture arrivano regolarmente. Sono certo poi che l’assistenza sanitaria sia efficiente e non manchino le opportunità di svago.
Insomma, molti esseri umani tirerebbero un gran sospiro di sollievo, se una mattina si svegliassero in un quartiere simile anziché nella loro bidonville o nel loro villaggio sperduto.
Precisiamo: so che ci sono molti bei posti in cui vivere, ben diversi dalle villette a schiera ma il punto non è questo: se è monotona la vita là, lo è certo in tutti quei luoghi da sogno in giro per il mondo: nelle malghe di montagna, nei villaggi di pescatori, nelle oasi del deserto, nei paesini da presepe in Italia o nei tanti paeselli tranquilli e fuori dal tempo, in cui sembra che la vita scorra così come secoli fa e a cui gli abitanti delle città, nevrotici e scontenti a prescindere, guardano con nostalgia.
Che mancherebbe, dunque, in quei quartieri, da renderli oggetto di scherzi?
Credo che la critica non vada tanto allo stile di vita in sé, quanto al panorama esistenziale dei suoi abitanti, che si vogliono privi di qualità che sarebbero presenti altrove. Mi permetto di avere dei dubbi, a meno di porre in relazione il benessere di una classe medio-alta con difetti della sua Weltanschauung, il che non è da escludere ma secondo me è un male che può colpire anche montanari, pescatori, cammellieri, paesani d’ogni dove.
A me preme però sottolineare come tutte quelle ambientazioni abbiano un tratto in comune: che non hanno storia. Si potrà anche raccontare di qualche avvenimento curioso o sciagurato, al massimo si potranno citare eventi fondanti di un tempo remoto ma la Storia, lì, non ha niente da fare.

Un po’ come si può immaginare finita la Storia qualora il testo di Imagine, la celeberrima canzone di John Lennon, dovesse trovare applicazione: “immagina che tutti vivano per l’oggi”. Suppongo che questo ‘oggi’ possa comprendere la cura dei bambini, tipicamente orientata al futuro, ma sospetto che per molti estimatori di quel testo l’interpretazione sia più restrittiva.
Lennon la scrisse che era grande: aveva un figlio ed era innamorato: era logico desiderare di procedere nella pace e che fossero allontanate le minacce. Qualcosa che dei ragazzi ribollenti d’ormoni potrebbero fraintendere e scambiare per vigliaccheria, meschinità, egoismo. I ragazzi hanno voglia di menare le mani e anelano a qualche causa per cui combattere: “qualcosa per cui uccidere o per cui morire”; che faremmo di tutta quest’energia, nel mondo di Imagine? Ma forse una delle condizioni del suo avvento è proprio che i ragazzi siano meno turbolenti e io non credo che basterebbe farli crescere in un mondo pacifico, e poi è il classico cane che si morde la coda.
Così, un mondo pacifico popolato da giovani adulti innamorati si potrebbe immaginare senza prole al seguito.

Questa è una delle cose immaginate in una “canzone di fantascienza”: Still Life dei Van Der Graaf Generator. Se gli umani raggiungessero l’immortalità, che accadrebbe? Il panorama è, come ci si può aspettare da Peter Hammill, alquanto sconsolante: senza più nulla da combattere, non resta che la noia. “Still Life” in Inglese è l’equivalente di “Natura Morta” e il titolo rende bene la situazione. Anche qui la fine della Storia coincide con la mancanza di qualcuno che erediti il mondo: fatto curioso, se si pensa che la tranquillità e il quieto vivere sembrano condizioni favorevoli a crescere eredi.
Ma “si nasce incendiari e si muore pompieri”, così a ogni generazione qualcosa è messo in discussione e ricomincia il rullare di tamburi, fossero pure quelli di un gruppo musicale di ragazzi in un garage. Ciò che non farà la Storia, ma certo può fornire una magnifica colonna sonora ai nostri ricordi di battaglia.

Ma sarà proprio così, che non si possa immaginare un mondo in cui sia evitata la confusione fra progresso e distruzione? Non è forse il modello di mondo in cui hanno vissuto Galileo, Pasteur, Curie, Plank, tanto per buttare dei nomi fra tanti; non è un mondo come potevano immaginarlo Epicuro, Confucio, Gesù e forse anche Buddha? E forse che i sette (e mezzo) qui citati non avrebbero apportato progressi, senza bisogno di imperi sorti e distrutti, di Napoleoni e Alessandri, di rivoluzioni e sommosse, di fuga da malattie e terremoti?
Resta da domandarsi che farebbe il resto dell’umanità, nel frattempo: forse si annoierebbe. Almeno oggi avrebbero un iGiocattolo per distrarsi.

In un articolo sul New Yorker si riporta una visione del ‘progresso’ umano tutt’altro che confortante, secondo cui la base della nascità stessa delle civiltà starebbe nella sopraffazione, o così mi è parso di capire. Di fronte a millenni di sfruttamenti, tutte le opere dell’ingegno umano sembrano impallidire soprattutto se considero quante di queste abbiano avuto impulso dagli stessi che causavano i danni: la maggior parte della musica prodotta nei secoli, un’enorme porzione di tutte le opere d’arte; i mille ritrovati tecnologici che sono la nostra attuale croce e delizia; tutti prodotti o effetti collaterali delle richieste di chi ha avuto il dominio del mondo, o ha cercato di procurarsene un pezzo.

Finiremo tutti nel girone degli ignavi? Per non avere prodotto se non costretti, o per non avere rigettato una simile costrizione? Cosa piuttosto difficile, ne convengo, se l’alternativa all’obbedienza è una quarantina di frustrate come minimo.
O forse è naturale che gli umani vivano come nei popoli ‘primitivi’, che ricevono sostentamento da un ambiente conosciuto e in cui non c’è Storia di cui rendere conto, al massimo un’Antropologia tutto sommato uniforme. Detto in altro modo, è un argomento di Still Life.
Di che parlano, a che aspirano, tutte quelle persone le cui vite sembrano in tutto identiche a quelle dei loro nonni, che vivevano allo stesso modo dei nonni loro?

Ecco che i desideri sono un pericolo: la loro realizzazione può condurre all’opposto di quel che si spera.
Non desiderano “realizzarsi”, gli abitanti dei quartieri bene fatti di villette? E non viene rimproverato, a quello stile di vita, il fatto di non realizzare nulla?
E non è una speranza per il futuro, di giungere in una condizione “riparata”, dove infine non c’è più nulla da riparare, per cui rimboccarsi le mani?
E una vita priva di minacce, può diventare una condizione di incubo minaccioso?

Ma anche queste sono vane domande, e inutilmente mi affanno anche a cercare di tirare i fili dei miei ragionamenti.

“Perciò approvo l’allegria, perché l’uomo non ha altra felicità, sotto il sole, che mangiare e bere e stare allegro. Sia questa la sua compagnia nelle sue fatiche, durante i giorni di vita che Dio gli concede sotto il sole.” (Ecclesiaste 8,9)

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Bourbon

Sono arrivato tardi a vederlo e la procedura era avanzata.

Il whisky è fatto filtrare attraverso strati di carbone, ma si fa presto a dire carbone: legno di acero da sciroppo, tagliato in liste in autunno, perché allora ha meno resina, e lasciato a stagionare all’aperto per un anno. Per incendiarlo non si usa benzina, ma whisky grezzo, non per risparmiare ma per evitare di rovinare l’aroma. Dopo due ore si spegne con idranti, il carbone è fatto freddare e poi messo nelle camere di filtraggio.
Non è finita. Si fabbricano botti di non ricordo che legno, certo non scelto a caso; poi l’interno è passato al fuoco affinché si caramellino le sostanze contenute, per contribuire a insaporire il liquore.
Ho apprezzato il fatto che, se la legge prevede un invecchiamento di tre anni, la ditta presentata lo faccia invecchiare quattro: nell’epoca del “mordi e fuggi”…
Che ci posso fare: sono innamorato di procedure e competenze, di conoscenze trasmesse da umani a umani e piano piano incrementate. Adoro la civiltà, qualunque sia.

Anche se non mi piace il bourbon.

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Erano consenzienti

E noi gli crediamo, vero?

Perché le cose sono andate così.
“Ehi, quanta figa in quel locale.”
“Guarda quelle due, gli si vede la voglia da qui.”
“Dai, abbordiamole, ché qui ci si diverte.”
Si sono avvicinati. Fare i gentili, che alle donne piace: anche due come quelle, che non vedono l’ora, vogliono sentirsi corteggiate. E allora non hanno detto, come avrebbero voluto: “Venite qua, ché sappiamo cosa farvi.” No, sono stati carini, si sono offerti di accompagnarle. Italiani brava gente, fascino (e, si presume, sicurezza) della divisa, la vacanza, i modi cordiali e il sorriso… che altro? Fatto sta che sono sembrati a posto, le hanno portate con l’auto di servizio: chissà se in America si può, forse hanno detto loro che faceva parte dei loro compiti, aiutare i turisti: qui i poliziotti non sono Robocop, sono gente apposto, padri de famija.
Sono arrivati e allora sono venuti al dunque; basta colle cerimonie, è il momento di fare sul serio: quelle due cercavano maschi, e li avevano trovati. Appena entrati, daje! Modestamente, nun ce se tira indietro. Una sveltina ansimante, un po’ di scossoni ché non gli dispiace, in quei momenti, di essere sbatacchiate un tantinello, altrimenti ci fai pure la figura del fighetto.
“Hai visto? Non hanno detto ‘bè’.”
“E ti credo, non aspettavano altro.”
“La mia era davvero infoiata. Ansimava piano.”
“E la mia? Tutta in tiro, teneva le mani in su, come a dire: ‘sono tua’.”
“Non avremmo dovuto accompagnarle su, dopo?”
“Scherzi? Abbiamo perso già abbastanza tempo. E poi lo sai le straniere, sono sentimentali: poi non te le levi più.”
“Quando lo racconto a Federico…”
Già, c’è sempre qualche Federico col quale vantarsi: quello che non perde occasione di raccontarti le sue avventure.
Perché in giro c’è pieno di donne che pensano a una cosa sola. Fanno le santarelline, ma basta che gli dai l’occasione e vedi come si scatenano: quel tipo che vuole di sì anche quando dice di no. Nubili, sposate; italiane, straniere: tutte uguali. Ma loro non si tirano indietro; sono gente tosta, loro, che sa mettere a posto drogati e barboni, i sottoposti che fanno i galletti o i superiori spocchiosi, gli scioperanti che perdono il controllo o gli studenti saputelli, i negri fuori di testa o gli automobilisti nevrotici. Figurati se non sanno come regolarsi con due donne sbronze in cerca d’avventura.
E ora chissà cosa gli è saltato in testa di denunciarci. Non gli è piaciuto? Ma che vogliono mai queste donne?

Già, che ne dite? Ve la sentite, di spiegargli cosa vorreste? Perché proprio non l’hanno capito.

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Una parabola

Matteo 13,24.30Il padrone del campo fece piantare buon grano. Venne un nemico e piantò erbacce. I servi del padrone volevano estirparle, ma il padrone disse che no, avrebbero diviso il buon grano dalle erbacce una volta giunti a maturazione.

Giunse il tempo della mietitura e i servi andarono, ma trovarono solo le erbacce che avevano soffocato il grano. Tutto si concluse in un gran falò.

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Ammazzateli tutti 2

Gli stranieri profughi:

  • Non possono occupare case
  • Non possono occupare spazi pubblici nei centri abitati
  • Non possono occupare campi, sottoponti, zone extracittadine
  • Non possono essere ospitati in alberghi, anche se liberi
  • Non possono essere ospitati in strutture private, perché un’irregolarità amministrativa si trova sempre

In definitiva, non c’è un posto in tutta Italia in cui possano stare.
I nomadi non possono fare campi abusivi, ma i campi di qualsiasi tipo ogni tanto vengono sgomberati. Quindi nemmeno loro possono stare qui.
Nulla da eccepire allo sgombero di situazioni abitative insostenibili, ma non serve se lo stesso numero di persone continua, per un basilare principio fisico, a occupare comunque uno spazio. La gestione dell’ordine pubblico, i principi costituzionali, le convinzioni delle persone caritatevoli, richiedono che a questa presenza si dia una risposta seria; sposto la polvere sotto il tappeto, poi qualcuno sposta il tappeto e si lamenta allora la metto dietro all’armadio, poi ne esce un po’ fuori e allora la porto dietro il frigorifero: non è una soluzione. La gestione dell’ordine pubblico, la salute collettiva, lo sviluppo culturale e civile richiedono che non ci siano spazi insalubri, fuori dal controllo delle leggi, con persone senza arte né parte né cultura.

C’è qualcuno che ritiene inutile spendere in cultura, salute, ordine pubblico nonostante i proclami, e incancrenisce i problemi con azioni di forza senza un programma o una visione. Nessuno sforzo è fatto perché certi spazi siano gestiti decentemente, nulla si fa perché i bambini vadano a scuola, niente si fa per accertare le fonti di sussistenza delle persone.

Faccio inoltre notare come il falso zelo nei confronti dei problemi “creati” da immigrati e nomadi non trovi pari impegno nei confronti di quartieri amministrati dalla delinquenza o abusivismi, edilizi e occupativi, di altra fonte. Segno evidente che non sono quelli i problemi, ma il problema sono proprio “loro”.

Chi è favorevole a tale criminale comportamento lo dica chiaro: queste persone non devono esserci. Ma c’è un solo modo perché delle persone smettano di esserci. Non è pensabile, e in certi casi è pure illegale, che tutte quelle persone vengano mandate altrove; non con Paesi confinanti che si occupano della cosa in maniera perfino più miope della nostra.
Aggiungiamolo all’elenco all’inizio: quella gente non può stare in Italia né fuori d’Italia. Non è necessario essere un genio per capire che c’è una sola soluzione: ammazzarli.
Sia chiaro: chi non propone che sgomberi, propone lo sterminio.

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Incontro

Oggi sono venuti a trovarci alcuni amici stranieri, provenienti da un Paese di maggioranza musulmana, religione che praticano: soprattutto il decano della famiglia, che li fa alzare presto per la prima preghiera e li fa stare alzati fino all’ora della quinta.
Al ritorno dal viaggio ci hanno portato due regali: croci in lapislazzuli e argento, di fattura pregiata.
Mia moglie ha preparato il tè, ha offerto biscotti e succhi di frutta. Abbiamo parlato di tante cose tutti contenti.
Io ho già messo la mia croce alla catenina che porto. Poi il decano ha dato a mia moglie una spillina con la bandiera del suo Paese e noi abbiamo tirato fuori una bandiera italiana.
Fra un discorso e l’altro, abbiamo parlato dei rosari, usati in forma diversa nelle nostre due religioni. Lucia ha mostrato al decano, e poi regalato, un rosario cattolico in legno d’ulivo; allora lui le ha regalato un rosario in pietruzze verdi coi nomi di Allah e del Profeta.
Al controllo dei bagagli all’aeroporto, hanno chiesto al nostro amico perché lui musulmano arrivasse con due croci, e lui ha risposto che erano regali per due amici cristiani.

Non abbiamo parlato mica solo di religione: era un incontro fra amici e non un convegno.
La moglie di uno sta aspettando un bambino; il figlio di un altro si è ammalato; uno ha da tempo la nazionalità di un altro Paese europeo. Noi partiremo per le ferie, i miei suoceri stanno sistemando il cortile.
Tutte cose di gente normale, persone che non fanno la storia ma più facilmente la subiscono.

Così, tanto per parlare di vita.

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Persona

Supponendo che qualcosa esista oltre il corpo fisico… potremmo chiamarlo Anima, e allora non c’è motivo di escludere che nell’Aldilà ritroveremo i nostri Animali domestici… con grossi problemi di gelosia fra di loro, posso immaginare!… o Spirito, qualunque cosa sia, dato che fa riferimento alla respirazione e quindi, in qualche modo, ricomprenderebbe anche le piante… ma io propongo il termine Persona, non per escludere piante e animali dal Paradiso ma per ricordare che secondo le Scritture saremmo fatti a “immagine e somiglianza” del Creatore e che la teologia cristiana ha adottato il termine Persona per rendere conto di una caratteristica della divinità, un termine che identificava anche le impersonificazioni del teatro e che perciò ha giustificato teorie varie su quello che doveva significare.
Ma cosa fa questa Persona, non più attaccata a un corpo?
Durante il sonno, non può essere che il corpo, con i suoi cambiamenti, renda più debole il legame della Persona con sé e che ciò giustifichi il vagare, di solito insensato, dei pensieri? Che al momento in cui scrivo sperimento sempre “nel corpo” e che le ricerche sembrano localizzare comunque nel cervello, certamente; ma troppe volte mi capita che un ragionamento, una presunta esperienza fatta nel sonno risulti insostenibile, e perfino impossibile a spiegarsi, se mi sveglio e cerco di descriverla a me o altra persona vegliante.
Allora c’è questo problema: sembra che, senza le briglie dell’esperienza fisica, la Persona vaghi in ragionamenti insensati. E quante volte poi mi è capitato di incagliarmi in ripetizioni ossessive, finanche nel dormiveglia conseguente: stanotte continuavo a fare una pagina per un sito web, attività che ben si riferiva alla sera prima, ma con particolari assurdi e una ripetitività che vorrei estranea ai miei giorni, se non altro per sapermi non paranoico.
Durante la veglia sembra che il corpo, per sé stesso o attraverso la percezione dei dati esterni, aiuti a mantenere la Persona “coi piedi per terra”, benché la testa continui a frullare idee e rumori, ma almeno ho il continuo richiamo a quel che ho davanti e anzi ritengo che concentrarsi, in modo preferenziale ma non esclusivo, sul “qui e ora”, sia un pregio caratteriale.
Ma viene il momento in cui il Grande Sonno spezza definitivamente il legame con il corpo, da lunga tradizione considerato una prigione ma almeno una prigione coerente… ma di questo potremmo discutere.
Così ci sono delle possibilità. Una di queste è un’immagine che ha dato un colore sinistro a certe mie inquiete veglie: una Persona cieca, sorda e muta non solo per carenza di sensi ma anche per assenza di referenti; imprigionata nei suoi deliri non più trattenuti, per l’eternità o quanto le resta da esistere.
Possiamo allora ben capire perché certi monaci buddisti passino la vita a esercitare il proprio pensiero, onde non cadere nei tranelli del “bardo”, cioè il periodo successivo alla morte e prima dell’eventuale rinascita, qualora le illusioni di cui si cade vittima diventassero tanto convincenti da impedirci la liberazione.
Anche senza reincarnazione, però, sarebbe ragionevole voler evitare di precipitare nel delirio.

Questo se c’è un aldilà. E in caso contrario?
Ebbene, non è che controllare la mente sia poi sbagliato. Non come in certi disturbi mentali si fa del corpo, costringendolo e impedendogli di muoversi, ma perché la coerenza interna faccia ragionevolmente ritenere di essere “il capitano della propria anima”. Sentire di essere infine padronei di sé è ciò che mi fa considerare un vantaggio l’arrivo all’età adulta, un traguardo utile a sé e a chi si ha intorno. Sempre da perfezionare, sicuramente; ma avere imboccato la strada è già una conquista.

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