Voi tre che leggete

Ogni mattina, mia moglie accende il televisore da cui, fra l’altro, ci danno quella che, del tutto erroneamente, viene definita ‘rassegna stampa’. Erroneamente, dico, perché di fatto si limitano a passare in rassegna i diversi titoli con cui i giornali riportano le stesse poche notizie. Io vedo la pagina di un giornale e, mentre la voce ripete quanto sono in grado di leggere da solo (e lo evidenziano pure, a evitare che mi confonda…), cerco di leggere più in fretta che posso i pochi altri titoli inquadrati: notizie non citate, non spiegate e il cui titolo non è sufficiente, spesso, a intuirne i dettagli.
È istintivo: mi mostrano una collezione e, mentre mi parlano di un elemento, io intanto vado a guardare gli altri.
Ma una rassegna stampa, a che serve, se non mi allarga la visuale? Non dovrebbe permettermi di ricevere più notizie, in modo snello e conciso, anziché ripetere le millemila maniere in cui tutti i giornali parlano delle stesse? Perché, nel tempo, la televisione mi parla e riparla ad nauseam degli stessi pochi argomenti, come se il mondo si riducesse ad una fissazione? Un ingenuo (evidentemente) commentatore, nel breve periodo in cui il Congo è stato fra i temi obbligatori, ha posto una domanda: come mai non ne sentiamo parlare? Visti i temi affrontati dal suo programma, mi veniva da dire: che coraggio!
E la risposta la do io: perché voialtri giornalai non fate alcuno sforzo per diventare inseguitori della verità.

Tant’è… sembra che il metodo funzioni e che l’interesse per le suddette fissazioni sia alto, e così tutti i giornalai, strumenti degli stumenti di distrazione di massa, si buttano sulla notizia come tante mosche su… vabbe’, ci siamo capiti.
E sono in tanti che ci tengono a commentare: è morto Battiato, e tutti giù a mettere foto di Battiato; muore Lafracci, e giù tutti a metterne foto e riportare articoli che ne parlano. Cade una funivia, e tutti a rappresentare il proprio cordoglio, manco fossero i cugini.
E se i giornalai ci riportano per quattro o cinque giorni uno scandalo, una polemica… insomma, quegli spettacolini montati su per “divertire” (e andatevi a vedere che significa)… giù commenti, astio, valutazioni, tifoserie.
Mi vengono in mente gli Eloi, che mangiano ciò che gli viene misteriosamente fornito, non fanno una beata fava e obbediscono senza esitazione alla sirena che li chiama.
Ma mi ricordo anche il Paese dei Balocchi, dove è fornito ciò che piace ai candidati ciuchini.

Io non ho una mente titanica; la mia capacità critica piuttosto annacquata, le mie capacità d’indagine ottenebrate da anni d’ignavia. Però ritengo opportuno parlare di qualcosa ANCHE SE non se ne parla molto. Anzi, nel mio snobismo tendo a evitare tutto ciò che è comune e ho l’ingenua tendenza a puntare su cavalli perdenti.
Ed ecco la ragione per cui, voi che leggete qui, siete tre anziché tremilioni. Non vi inorgoglisce, almeno un po’?

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Corno di vacca

Scrivo qui il messaggio inviato oggi alla segreteria dell’onorevole Casellati, Presidente della Camera.

Egregia signora Presidente, colla presente esprimo, per quello che vale, tutto il mio biasimo per l’approvazione, a scandalosa maggioranza, del disegno di legge 988 , che include riferimenti alla ‘biodinamica’.
Al di là delle polemiche, peraltro fondate, e della cortina fumogena di chi sminuisce il fatto, mi sembra scandaloso che una legge includa riferimenti a pratiche ridicole. So che la formulazione del testo, burocraticamente, non comporta nessun sostegno espresso a certe pratiche e non è mia intenzione perdermi nelle sottigliezze di esperti o presunti tali.
A me, preme sostenere che nessuna legge può comprendere, nel proprio testo, il riferimento a formule magiche (ché questo e nient’altro è la biodinamica), cavandosela con una scrollata di spalle, come a dire che, se a qualcuno piace, può seguirle a piacimento.
Non c’è, infatti, bisogno che qualche legge citi tutto ciò che “tanto non fa male”, ignorando il fatto che, a far male e tanto, è la stessa mentalità che induce a praticarle.
Anzi, il fatto di citare teorie simili, a fianco di altre che hanno fondamento di ragionevolezza, fa capire che la superstizione, la fantasticheria, la credulità, vengono accolte, ponendo anche i loro fra i leciti frutti del pensiero umano.
Ci si domanda quali siano i meccanismi mentali che gli onorevoli Senatori seguono, nel prender le loro decisioni, e la risposta mi spaventa.

A prevenire l’obiezione, che il riferimento sarebbe secondario in una legge di ambito più vasto, affermo che il problema è proprio questo: devo aspettarmi che ogni disegno di legge possa comprendere una modica dose di assurdità e venga perciò accettata nel suo complesso? Come dire: se mangio quattro etti di cibo nutriente, non fa nulla un paio di grammi di veleno; se mi sono comportato gentilmente per due mesi, ho diritto a un maltrattamento occasionale; se ho concluso onestamente un certo numero di affari, posso permettermi una frode?
Anche questo è un motivo di biasimo.

Biasimo per chi non ha accettato di emendare i passaggi inerenti; biasimo per chi, nondimeno consapevole, ha poi dato benestare.

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Forse sognare

Nell’Amleto di Shakespeare, c’è una frase più o meno così: “Potrei essere chiuso in un guscio di noce e sentirmi padrone degli spazi infiniti, se non fosse che faccio brutti sogni”.
L’avevo notata, e fatta mia, già diversi anni fa, ma senza la storia dei sogni. Sognavo, e il verbo è tutt’altro che casuale, di poter capire, sperimentare, vivere insomma, tante esperienze nonostante fossi, ben più di adesso, chiuso in uno spazio angusto. Pensavo a libri, musica, filosofia, emozioni, e come realizzare tutto ciò senza contatti umani era problema che non mi ponevo: insoddisfatto di quelli che avevo senza poi sforzarmi di beneficiarne; incapace di pensare al modo di incrementarli, e sì che la posta esisteva già: abbiamo esempi copiosi di corrispondenze profonde, piene di significato. Ma tant’è: non si può pretendere che un autistico sia sempre furbo…
L’espansione delle esperienze è stata meno ampia del calo di desiderio. Il mio guscio è abbastanza più largo, ma non posso dire di continuare in quel sogno di esperienza che facevo allora.
Recentemente mi sono imbattuto di nuovo in quella frase e ho notato l’ultimo pezzo.
Sì, mi capita di fare brutti sogni. Ho anche capito la connessione fra le due parti della frase; se un risveglio agitato, o scontento, o nostalgico, o impressionabile, mi rovina il mattino, poco fa la soddisfazione che posso trarre nel compiacimento di qualche mia capacità privata. Sembra che qualcuno se la stia ridendo, a vedermi conquistare un altro di quegli spazi infiniti, solo immaginati, mentre resto confinato e il resto del mondo, là fuori, vive per conto suo.
Così, cade il compiacimento di sentirsi padroni di qualcosa, se non ci scampa dai sogni. È sempre Amleto a temere che “sognare, forse” possa precipitarlo in un incubo dal quale non c’è risveglio.

Penso che sostituire la paura della morte con la paura dell’inferno non sia stato un guadagno: se l’inferno assomiglia a certe notti, è una gran brutta condizione.

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Sono più bravo io!

Ho faticato per concludere due racconti, ne ho avviato un terzo di tipo completamente diverso. Nel frattempo mi sono letto racconti di Nikolaj Gogol’, Shirley Jackson e Etgar Keret, tutte cose che qualcuno ha ritenuto degne di pubblicazione…

…e ho deciso che sono più bravo io, che almeno i miei racconti hanno una personalità nel linguaggio, hanno un capo, una coda e un senso.

Finito questo sfogo, tornerò al mio racconto in corso.

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Vaccini. Sto delirando?

In un contratto c’è scritto che Venditore darà a Compratore una cosa in un certo tempo, e che Compratore pagherà in un certo modo. Capita che Venditore non consegni la cosa nei tempi previsti. Compratore sta lì a lamentarsi e non sa che fare.

Supponiamo che nel contratto ci fosse scritto anche: se Venditore non consegna nei tempi, è brutto e cattivo e si merita questo e quello.

Cosa cambierebbe? Forse Venditore si sentirà più brutto e cattivo, per averlo scritto? Ma è quello stesso contratto già violato; violazione più, violazione meno…

Cambia forse ciò che succederà a Venditore? E chi dovrebbe farlo succedere? Forse Compratore, che non ha la forza di fare rispettare gli accordi?

Ecco dunque: i discorsi, e ne ho sentiti tanti, sul fatto che i contratti con Astrazeneca e Pfizer siano carenti, mi sembrano ridicoli. Le conseguenze di un contratto non rispettato dovrebbero essere statuite altrove, in una sede superiore, funzionalmente, ai contraenti. Se il fruttivendolo non mi consegna le carote, non sono io che vado a prendermele colla forza e certo non è lui che spontaneamente lo farà, se protesto; andrò dai vigili, dai finanzieri, perché i patti siano rispettati.

Come sono regolati, da che esistono Stati e commercio internazionale, i rapporti contrattuali? Non mi si verrà a dire che questa è la prima volta che un’azienda risulta inadempiente. Quindi ritengo che ci siano gli strumenti per regolare la controversia.

Faccio ipotesi da ignorante. Compratore si rivolge allo Stato in cui Venditore ha la sede; questo Stato ha la forza e la volontà di fare rispettare gli accordi e tutto si regola. Mi sembra logico e in quest’ottica mi viene da chiedere: che fanno Gran Bretagna e USA? Vuoi vedere che preferiscono essere più favorevoli a un’azienda interna che a un altro Stato?

Oppure Compratore si rivolge a enti sovranazionali. Ma a parte l’ONU, che però brilla per incapacità, non me ne vengono altri.

Mi rifiuto però di credere che non ci siano gli strumenti, altrimenti ogni Stato farebbe meglio a non stipulare accordi con aziende estere rischiando di finir per essere, sia come venditore che come compratore, la parte debole delle due.

Che gli Stati siano più deboli della finanza, mi pare ormai chiaro. Che siamo governati da mozzarelle, anche quando sono quelle che fanno la voce grossa, mi pare chiarissimo.

Ma siccome il commercio internazionale funziona benissimo da tempo, continuo a credere che i metodi esistano e che qualcuno dovrebbe praticarli.

Che dite: sto delirando?

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Fatto inaudito

Eggià, che una quota enorme dei bilanci statali sia devoluta ad armamenti non è inaudito. Non vorrete mica spenderli per scuola e sanità, poffarbacco.

Non è inaudito che le suddette risorse siano tanto generosamente orientate a “sistemi d’arma” fantascientifici, benché la loro efficiacia sia ancora, per fortuna, tutta da dimostrare.

Non è inaudito avere costantemente puntati contro tanti missili capaci di distruggere l’umanità intera. Non li useranno, non sono mica matti…

Non è inaudito che tutti gli Stati cerchino di avere forze sufficienti a sovrastare quelle dei vicini, o almeno a vendere cara la pelle, benché si siano avuti esempi di eserciti efficientissimi le cui forze si sono sciolte come neve al sole.

Non è inaudito che nessuno Stato dia il minimo segnale di ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

No. Inaudito è il fatto che queste contrapposte, letali, sovradimensionate, reciprocamente minacciose macchine da guerra studino quel che accade in casa d’altri per non farsi cogliere impreparate.

Inaudito è che si colga qualunque anello debole della catena opposta… debole, diciamo, un cinquemila euro… per avere informazioni.

Per me, è inaudito che ci si mostri scandalizzati.

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A che vale?

Non è stato solo quel grande genio di Douglas Adams, a porre la questione se la questione potesse essere posta.
Anzi, se la pongono tutti, in un modo o nell’altro. Credo che sia il fondamento metafisico di ogni ricerca, dal primo ‘ooooh’ dell’infanzia fino al metodo scientifico: l’universo è razionale anche se non sappiamo bene cosa significhi e, almeno in parte, può essere spiegato; nella sua formulazione radicale: c’è una spiegazione per tutto, di un tipo o dell’altro, anche se non viene trovata. Il che non significa solo che ne possiamo dare descrizioni in termini di sequenze “causa-effetto”, ma anche ottenere dei significati. Spiegare perché le foglie siano verdi, cosa scateni un temporale, come si costruisca un motore a scoppio, se si possa realizzare la fusione nucleare o il viaggio nel tempo, come (s)ragioni un adolescente, che tempo farà domani, se sia il caso di rispettare l’ambiente, fino a rispondere se il nostro amore abbia un senso o valga la pena pregare. Non solo ‘come funziona’, ma ‘che senso ha’.
Che le regolarità possano darci strumenti utili, è un fatto sotto gli occhi di tutti; che il ragionamento ci aiuti dovrebbe essere convinzione comune; ma ieri sera mi è venuto il sospetto che la domanda sul senso delle cose sia fuori luogo.
Siamo mossi da bisogni, passioni, impulsi, desideri. Vogliamo, e la nostra volontà domina e determina gli atti, ma anche li giustifica: se una cosa mi piace, è giustificata.
Il senso delle cose è l’aderenza a un fine e i nostri fini sono: terminare un dolore, soddisfare un bisogno, produrre un piacere. Voglio, voglio, voglio!

Vediamo le cose in termini di una domanda: a che (mi) serve? Il senso della vita e dell’universo è la risposta a chiedere: a quale esigenza risponde? Che una mucca abbia la pulsione a brucare l’erba è determinato dalla sua fisiologia; che le mucche esistano, però, è già più difficile spiegarlo: potremmo immaginare un universo senza mucche? Certamente sì, ma ancora non sappiamo se tutto l’immaginabile sia possibile. Resta il fatto che mi sembra di essere circondato da cose assolutamente ‘non necessarie’, e mi spiego.
Una volta che lascio cadere un bicchiere di vetro, è necessità della fisica che arrivi a terra e, probabilmente, si rompa. In generale, i fenomeni hanno questa spiegazione di necessità: vediamo che le cose funzionano in un certo modo, ne concludiamo formulando una ‘conoscenza’ e ci aspettiamo che i fatti accadano sempre in quel modo.
Si chiama ‘induzione’ e la usiamo per stabilire quali siano le ‘leggi’ del mondo, con buona pace di Hume, Popper e non so quanti altri.
Ma non mi viene in mente di dire che quel bicchiere ‘serviva’ a disperdere pezzi di vetro sul pavimento. Di quel fatto non so trovare alcun senso, anche se ho una spiegazione: sono maldestro. Tutto secondo necessità, ma insensato. Troverei preferibile, e quindi più sensato, un mondo in cui certi incidenti non accadessero.
Ecco. Il senso per me, per te, per tutti, è se la cosa risponda a una volontà. Possibilmente la mia, perché se la tua non rispetta i miei desideri ci metto poco a definirti ‘insensatu’.

Continuamente si valuta ogni cosa. Di tutto si chiede: a che mi serve? C’è chi è più sensibile di me, per esempio, ai colori; trae piacere da questi, li valuta, li ricorda, ne ricava in pratica un insieme vasto e multiforme di esperienze e concetti. Sembra non finalistico, ma io considero che faccia parte di una strategia, non semplice né banale, per organizzare la propria comprensione del mondo. Anche ‘mettere a posto’ le percezioni risponde all’esigenza di trovare sicurezza e opportunità. Una ricognizione continua dell’ambiente a fini esistenziali.
Trovare significati non smette di essere utile, come ricordò mia mamma rivedendo una vecchia foto, e risuscitando in me un ricordo simile, quando disse: ‘dovevi sempre metterti in equilibrio’. Quell’abitudine era necessaria per agire; come tutte le necessità può diventare dipendenza o pratico attrezzo del mestiere di vivere.
Il senso della vita, semplicemente, non esiste. Esiste la vita. Il senso di un avvenimento non esiste, esiste l’avvenimento. Per quanto io mi sforzi, non posso ridurre ogni cosa a strumento dei miei fini; anzi, il tentativo di controllare tutto è un carattere di sistemi che chiamiamo ‘disturbi mentali’: è certo più fruttifero lasciare che molto vada da sé, dico di cose, fatti e certo persone perché anche la tendenza a manipolare lej altrej può essere considerato un disturbo comportamentale; all’estremo opposto le forme di distacco dai propri simili, altrettanto deleterie per la sopravvivenza o anche solo per il benessere.

Non è necessariamente egoismo; la domanda ‘a che serve?’ senza il pronome implica che il ragionamento si estende fino a considerarla una regola universale, cioè a credere che, come ci sono cose che si possono piegare al proprio interesse, così tutto esista perché risponde a un interesse. Il proprio egocentrismo fatto legge di natura, un ‘così va il mondo’. Si passa dalla causalità alla teleologia: ho fatto la pizza perché mi piace e me la gusterò, ecco perché c’è quella pizza; non già perché qualcuno ha seminato grano, raccolto, macinato, venduto insieme a mozzarella e pomodoro, io ho impastato, condito, cotto. Effettivamente, alla constatazione: ‘oh, una pizza?’ la risposta non è ‘sì, l’ho preparata’ ma ‘sì, ne avevo voglia’ o, più semplicemente: ‘sì, è ora di cena’. Ecco: noi spieghiamo il mondo, spesso, in termini teleologici, finalistici.

Consideriamo quest’asimmetria: è possibile, cercando cause, scatenare un regresso all’infinito, mentre non si sente lo stesso bisogno, in genere, interrogandosi sui fini. Se qualcosa serve a qualcos’altro sono soddisfatto, ho trovato il senso di quell’elemento… a parte i periodi in cui tutto appare insensato, ma si parla quantomeno di depressione. Ecco, in quest’ottica, porsi domande sul significato della vita, l’universo e tutto quanto è un semplice riflesso dell’egocentrismo umano, singolarmente e quindi come specie. Non c’è nulla che debba giustificare la propria esistenza, né ai miei occhi né in riferimento ad altro. Le cose ci sono, i fatti accadono e nulla ha bisogno del mio permesso.

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Basta Merini!

Questo articolo fa riferimento alla mia esperienza su Facebook ed è quindi mosso da dati parziali e limitati; qualcosa mi dice però che non sia esperienza atipica.

Mi è bastato andare su Startpage, digitare [“poetessa italiana” -merini]. Proprio così, con le virgolette e senza le parentesi quadre.

È scaturitu un diluvio, una profusione, quindi un profluvio di versi, alcuni molto belli anche per me, che non capisco la poesia; ma ancor maggiore profluvio di nomi, che do alla buona volontà di voi, belle anime sensibili che sapete solo citare frasi forse apocrife, con una foto di Alda Merini che dovrebbe nobilitare ogni cosa, fosse anche la ricetta dei peperoni ripieni.

Tutto vi consegno, con l’esortazione di riscuotervi dalla pigrizia e, per una volta, non ingoiare acriticamente quanto vi arriva, ma compiere un gesto attivo e diventare voi stessej artefici di un’antologia degna.

Io non capisco le poesie, benché abbia scritto cose che definisco tali perché ‘porcate’ non è carino, il poeta ch’è in me non sufficientemente dotato; però in me c’è anche un ideologo, lui sì costantemente in forma, che freme a intuire come tuttej voi vi sentiate solleticata la sensibilità nel condivider serialmente tutte le merinate che vi passan dinanzi.

Per carità, nulla contro la nota poetessa. Non ho nulla neppure contro Frida Kahlo, altro feticcio di voialtri spiriti teneri, benché attualmente un poco appannato.

No, qualcosa anzi molto ho, contro la mancanza di fantasia, di senso critico, di originalità. E queste, scusate, sono doti necessarie alla poesia, insieme a tante altre.

Voi no, non ritenete vitale, ma neppur necessario, ma nemmeno opportuno, avere un’anima vostra, che dei comuni stimoli del mondo sappia fare nutrimento proprio per produrre una microscopica, preziosa particella di NUOVO. Magari un nuovo solo parziale, il vostro personale cippo nel percorso di crescita, miglio già noto a chissà quant’altre anime ma che in voi farà parte di una storia unica.

Invece sarebbe opportuno, è anzi necessario, è addirittura vitale, se volete considerarvi umanità, che dalla enorme distesa di nozioni cerchiate di prendere un che di particolare.

Basta col vivere di prodotti in serie! Non dico che si possa produrre ciascunu la propria casa, le proprie vesti, i propri cibi, ma che almeno la propria mente ciascunu abbia cura di maturar persona e non personaggio, singolo e non elemento.

Insomma: piantatela con questa povera Alda Merini. Ma possibile che alla quarantesima citazione a nessunu di voi venga voglia di scoprire se mai, in tutta Italia, in mille anni, non ci sia stata un’altra che abbia scritto versi?

E possibile che, per dilettare il vostro sentimentale autocompiacimento, vi accontentiate sempre di rimasticare cose proposte da altri? Non vi sforzate mai di fare esperienze personali, sentendo a vostra volta il desiderio di diffonderle? Vi accontentate di fare le esperienze di tuttej, mettere una spunta su un elenco standard? Ecco dunque, trovate a caso, pagine che parlano di altre poetesse:

e siccome non sono poeta, ma invece sono molto snob, concludo con un sonetto di Compiuta Donzella, poetessa fiorentina del Tredicesimo Secolo.

«A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’innamora,
e di servir ciascun trag[g]es’ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan mar[r]imenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.»

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Whisky

Mia mamma era brava, a risolvere i rebus.

Io, invece, ho sempre avuto bisogno di un segno dal cielo, a dirmi se la strada era quella giusta. E pure così, per mia vergogna, devo confessare di non averle seguite sempre.

Basta un whisky, non c’è bisogno di atahuaska o di un qualche peyote per capire le cose.

Il problema mio, non è capire. Il problema, mio e tuo che leggi, è farlo sapere. Se la mia comprensione resta qui, in un angolo di fenomenologia, certo sarà interessante per gli spiriti, quando verranno a contemplare tutte le innumeri vite; ma a che servirà una postuma spiegazione? Solo a capire le ragioni della propria condanna; quel che non s’era capito, e si sarebbe dovuto, per non ridurre una vita intera, “un intero universo”, a ordinario fraintendimento; a conferma della punizione di Adamo, che in fondo non fu che semplice constatazione di logica conseguenza.

Per lasciare, in questo frutto del desiderio divino, traccia di un suo inemendabile errore?

E, sapendomi fango casualmente organizzato, vergognoso mi arretro, l’effetto alcolico svanito, chiedendo scusa alla divinità.

Oh, mamma. M’avessi trasmesso un po’ più di rebus e un po’ meno di moleste percezioni! Ora darei la soluzione, se voce bastasse a dirla, invece di bestemmiar quesiti.

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Femminicidi

No, io non declino l’invito.

Stasera, un servizio televisivo riportava che l’invito a intellettuali maschi ad esprimersi contro il femminicidio non sia stato accolto da nessuno degli interpellati. Ci sono anche rimasto male, sentendo lamentare il silenzio degli uomini sulle continue uccisioni di donne. Non ritengo di avere a rimproverarmi: non esprimo il mio dissenso o il cordoglio a fronte di tragedie continue. Non ricordo di essermi mai espresso sulle morti sul lavoro, sui bambini che muoiono di fame e di stenti, e sul mondo che va a rovescio in tanti modi. Non è il mio ruolo; l’irrilevanza di un articolo sul blog e di un post in qualche social anzi mi dissuade: mi sembra il classico caso dei quattro che fan di sì e dei dugento che dicono di no. Preferisco piccoli gesti, azioni concrete alla mia portata, senza battere grancassa.

Però no, se qualcuno lamenta il silenzio allora io, nel mio piccolo, lo rompo.

E dico che picchiare una moglie, perseguitare una fidanzata, minacciare una ex, sono atti da merde umane.

C’è una follia dilagante. La violenza umana, di donne e uomini, travolge passanti sconosciuti, bambini innocenti, donne indifese, ragazzi. La violenza sulle donne, fatto specifico, con cause proprie ed espressione di peculiari storture del pensiero e della mentalità sociale, si innesta in questo degrado complessivo.

Rifiuto la violenza contro le donne, con l’inciviltà che mostra e il pregiudizio che denuncia. E rifiuto la possibilità di essere apparentato, fosse pure per il silenzio, agli schifosi che la praticano.

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