Scusate, scusiamoci

Alla tele, un servizio su certe truffe online. La truffa consiste in questo: si inventa una personalità, con foto rubate e fantasia, si contattano persone da attirare con una storia commovente, con l’aspetto, con promesse, si ciucciano i soldi della vittima.
Questa ci è caduta perché, dall’altra parte, c’è qualcuno che sa sempre cosa dire, come dirlo; che incoraggia, coccola, blandisce.
Si ha bisogno di questo. Si ha bisogno di essere trattatej bene, di avere e poter dare incoraggiamento e sostegno.
Mi spiace. Mi spiace che non si faccia più spesso. Cosa costerebbe? Se le truffe possono insegnarci qualcosa, non è di diffidare, ma che dire certe cose non è poi difficile. Dunque, perché non farlo? Perché si perdono tutte le occasioni di mandare un segnale di amicizia, simpatia, sostegno, sapendo quanto ne hanno bisogno, quanto ne abbiamo bisogno?
Mi spiace. In fondo, se non è necessario provare chissà che per dire carinerie, come mai non ce ne diciamo spesso? Se, come pare evidente, ce n’è tanto bisogno…
Mi spiace. Di non essere stato più affettuoso, ma che non lo siamo tutti. Di sapere che anche domani perderò chissà quante occasioni per fare la differenza nelle vite, nostre e altrui.
Ma se mi fermassi qui, sarebbe solo l’ennesima pippa di un poveretto che, nel chiuso della sua stanzetta, si compiace delle proprie pensate.
Se invece domani vi capita di vedermi, sentirmi, leggermi, prego ricordarmi che vi devo un sorriso, una parola d’incoraggiamento, una gentilezza.
Spesso basterà, altre volte no. Cercheremo allora di darci un pochino di più, nel limite del possibile. Da una parte c’è il limite del possibile e da un’altra c’è quello dell’opportunità, proprio come nel caso delle truffe.
Tutto il resto è campo libero.
Facciamoci coccole.

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Povere mamme

La bimba ha ventidue mesi e un problema da operare, e poi da curare, e poi da operare nuovamente, e così per chissà quanto tempo.
Accoglie con un bel sorriso l’altra bimba più grande.
La giovane mamma, una donna bella e simpatica, fa tanta strada per casa e ospedali, dal marito e dai suoceri.
Dice un “povere mamme” che a me risuona come un proverbio, forse qualche reminiscenza delle mie parti di toscanità, come ad averlo già sentito dire, in tempi remoti. E mi pare una citazione, per come cade quasi inavvertito nel parlare.
Come è facile convenire con quell’espressione, suonata come non fosse ancora diventato sfogo ma certo è già constatazione!
Davvero: povere mamme.

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Primo passo

Bravej, tuttej quej manifestanti bianchej che a Baltimora hanno abbattuto la statua di Cristoforo Colombo!
Ora, suppongo che nelle prossime settimane prenderanno un biglietto d’aereo, di sola andata, per l’Europa; e che faranno una raccolta di fondi per pagare il viaggio ad ogni afroamericanu, affinché possa tornarsene in Africa.

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Malapianta

Se, come pare, un dirigente andava contento di ‘fare la puttana’, così diceva, per guadagnare sugli appalti del trasporto pubblico, domando: non è che lo stesso metodo ha usato, quella stimabile personcina, per fare carriera e poi mantenere l’incarico?
E quale vantaggio hanno tratto, tutti i suoi superiori, nel tenerlo e promuoverlo? Ritengo doveroso avviare indagini anche su ciò, altrimenti la malapianta non sarebbe estirpata coll’arresto suo e di pochi altri, ma potata; dopodiché crescerebbe ancor più rigogliosa.

Non è questo, ciò che noi patrioti vogliamo. E, considerando i tanti esempi edificanti del genere; vedendo sporcato qualche altro simbolo della mia appartenenza, mi sento un po’ meno patriottico.

Penso che i comportamenti simili denuncino sicurezza interna. Può essere che ci sia complicità; oppure che faccia comodo avere, tra i propri yes-men, persona capace di trarre d’impaccio con disinvoltura; o che sia più facile evitare la concorrenza di qualcuno con armadi pieni di scheletri, poco interessati a migliorare l’azienda. In ogni caso, si deve seguire la storia aziendale del personaggio e diserbare dove necessario.

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Stessa logica

In Francia, un’infermiera che protestava in modo veemente è stata picchiata da quegli stessi poliziotti che hanno permesso ai gilet gialli di mettere Parigi a ferro e fuoco.

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Rileggere i morti

La cosa è detta in molti modi, ma equivalenti.

Platone riteneva che lo scritto avesse meno forza della parola: se l’interroghi, continuerà a ripetere la stessa cosa.
È vero in parte ma può essere piacevole e rassicurante stare accanto a qualcosa di noto. Non è obbligatorio, e sarebbe anzi deleterio, aver sempre a che fare con la novità assoluta, mutazioni continue ed imprevedibili. All’opposto, l’immobilità è soffocante: impedisce pure di trar vantaggio dall’esperienza.
Pensiamo invece a quanto si possa avere dalla meditazione su quanto letto. Ricordo di avere acquistato, su consiglio di un’amica, un romanzo che poi non mi piacque. Scherzando, le dissi che mi doveva rifondere il costo del libro. La battuta, trattandosi di persona intelligente, ci diede modo di estrarre, dal fresco ricordo, considerazioni che non pensavo. Questo si sarebbe forse potuto ottenere da un’altra lettura, ma io l’ottenni col dialogo: il testo veniva interrogato e rispondeva tramite la parola viva di una persona e questo, appunto, era impossibile al muto scritto, secondo Platone.

Abbiamo perciò uno scritto, che nella sua staticità può rassicurare o deludere, ma è capace ugualmente di permetterci scoperte nuove. Per non parlare di come, nel tempo, cambia chi legge e cambia di conseguenza il risultato della relazione sua collo scritto. Anche sapere già, è un cambiamento.

Ma non di letture intendo parlare.
Si credeva un tempo che i ricordi fossero fissati, ricordare fosse ripetere, la memoria fosse un magazzino. Così non è, pare. Ricordo un fatto: sentire un brano d’altri tempi, mai più frequentato, riversò dietro un’intera epoca, con un sentire d’autenticità di cui altre musiche, con me trascinate lungo i tempi, sembravano prive. Queste erano mutate con me, s’erano svecchiate e contemporaneamente caricate di sensi nuovi; quella era per me restata tal quale, sentita e vissuta come una volta. Naturalmente, un secondo ascolto non ebbe lo stesso effetto.

Ma nemmeno di musica, eccezionalmente, desidero trattare, ma dei ricordi tout court. E di ciò che, in molti modi equivalenti, di alcuni si dice.

C’è chi vorrebbe consolare da un lutto dicendomi che la persona, la personalità o l’anima o come tu la voglia chiamare, non è perduta, ma è semplicemente confluita nell’universo da cui proviene; immortale come esso è. Squallido parallelo con la morte fisica: anche il corpo si dissolve nell’ambiente, ma questa è propriamente la morte; non mi consola immaginare ancor presenti, da qualche parte, le molecole un tempo raccolte a formare una persona cara.
Altri mi dicono che non è andata lontano, è in un altrove temporaneamente irraggiungibile, come fosse nella stanza a fianco. Non vorrei somigliare a certej bimbej capricciosej, dicendo: “Ma io la voglio qui, e la voglio ora!”. Ma è proprio questa la perdita: come quando ti viene un’idea, qualcosa da dire; un ragionamento o una battuta di spirito, e chiami qualcuno per condividere. Devi trovarla adesso altrimenti la battuta si perde, il discorso non è più pertinente e la tua esperienza resta non condivisa. Vorresti poter accedere a quella stanza, aprire una porta o far sentire la tua voce.
Vane, false consolazioni.

Dentro mi porto luoghi e fragranze, emozioni e percezioni. Dentro, parrebbe, ci portiamo un prezioso lascito ed è il ricordo di persone andate. La loro assenza evidente, si dice continuino a vivere in noi. Ora, mi riesce difficile pensare a questi ricordi come a un “loro” in me, in maniera simile a come i ricordi erano concepiti un tempo. Nemmeno mi riesce convincente il parallelo con certa fantascienza, in cui personalità intere vengono implementate in un computer e comunicano in maniera indistinguibile da quando erano realizzate in un corpo umano. Secondo me sono, come tutti i ricordi, fenomeni destinati a mutamenti e rielaborazioni che colla persona morta nulla hanno a che fare, ma dipendono dalla mia esperienza.
Quello che trovo in me, generalmente, è il risonare mio a quanto mi viene da fuori. Non di persone si tratta, ma di quello che me n’è giunto, di quello che sono stato capace ci percepirne; di quello, appunto, che ne ho capito.
Ora che la fonte di quel risonare s’è ammutolita, che nulla di nuovo me ne verrà, fosse pure la ripetizione di parole e gesti, ricerco se non possa trovare le due cose che si cercano in un libro: la tranquillizzante esperienza del conosciuto, la rassicurazione che tutto è ancora lì dove lo conservo: nulla di perso, in realtà; ma anche l’opportunità di riconsiderare un atto, ripensare un tratto del carattere, trovare spiegazioni: perché almeno il ricordo sia vivo e non soltanto persistente.
Ben diceva Platone del libro che, interrogato, non risponde. Interpellate, quelle persone care non replicano. Ma un libro può essere riletto ogni giorno con occhi e mente nuovej, così c’è speranza di avere postumi doni da chi mi manca. Persone ancor vive in proporzione alla vitalità di me che le ricordo.

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Da tempo immemorabile

Una volta non c’era neppure la cognizione che si dovesse preservare un monumento, un’opera d’arte, per la posterità, a parte il delirio di onnipotenza di chi cercava qualche forma d’immortalità, dato il fallimento di Gilgamesh.
Perciò non ci si peritava di cancellare nomi e ritratti di chi risultava sgradito, fosse stato un faraone eretico o un traditore della patria.
Fra libri bruciati, luoghi del culto altrui distrutti, statue abbattute, non si salva nessuno: ogni rivoluzione ha fatto il suo, ogni riforma religiosa o sociale ha contribuito. Come dico spesso, è inutile prendersela coi talebani perché compiono le stesse azioni dei Giacobini o dei regimi sovietici o dei grandi timonieri.
Orwell si limitò ad estendere il metodo, quando immaginava una società in cui la memoria tutta era ricostruita secondo necessità.
Gli abbattimenti recenti di statue saranno anche peccati veniali, ma si pongono in questa linea d’azione; linea che considero assolutamente opposta alla strada per la giustizia.
Si giustifica questo, e si giustificherebbe l’uccisione dei cattivi. Poi, cercando i cattivi, se ne vedranno ovunque e vai colle Inquisizioni e i tribunali del popolo.
A lasciar fare alle folle, questo succede. A cercare il favor popolare, questo si finisce per fare.
Non mi preoccupa la perdita di qualche statua, oltretutto di scarso valore artistico, quanto la perdita di memoria, perché bisogna invece aver presenti i mali del passato, per giudicare del presente.
Certo, è difficile segnare un confine. Fu rimossa in parte la scritta in fronte alla Stazione Centrale a Milano; fu mimetizzata un’effige del Duce in fiancata al Duomo. Se in Berlino ci fosse stata una statua nazista, approverei che l’avessero rimossa.
Quanto più grosso e pesante un mezzo, tanto più arduo farlo deviare o fermarlo. Una massa che prenda gusto ad abbattere, rischia di abbattere al punto da pentirsene, prima o poi.

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Leggere

Umberto Eco nel 1992, e George R. Martin nel 2012, hanno entrambi affermato, per citarli in soldoni, che la vita di chi legge è più ricca di quella di chi non legge. Perché, invece di vivere una vita, ne vive molte. Così, è piena una vita di contatti umani più di una solitaria.
Io, che sono un brontolone, gradisco certamente di sentire in me che qualcosa risuona per effetto di letture o esperienze e sono quindi d’accordo, bontà mia, cogli autorevoli autori, però una lettura è, per me, esempio di fatti che non mi accadranno “realmente”. Un conto è sapere che oggi, uscendo di casa, assisterò all’atterraggio di un’astronave; un altro è leggerlo in un libro o vederlo in un film. Diversa l’esperienza, differenti l’emozioni, incommensurabili le conseguenze.
Mi capita dunque, in questa mattina di forti tentazioni autistiche, di stare come tante volte mi capitò, a guardare attraverso la meravigliosa finestra spalancata su pagine di scrittura, accennando immedesimazioni e distinguo verso frasi, situazioni, personaggi interi; immaginandomi al posto di una o l’altra delle figure rappresentate. Si farà bottino di queste esperienze, ne uscirò diverso, diversamente motivato, incline a moti meglio fondati.
Ma ogni volta mi risento nella distanza. Pure ormai contentata la preghiera di avere una vita mia davvero, continuo a frignare per tutte quelle che vorrei avere avuto, mancandomi la certificazione d’essere veramente, benché solo in potenza, quanto mi piacerebbe d’essermi dimostrato, almeno agli occhi miei.

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Non autorizzato

Ancora una volta, la cronaca scorre troppo veloce per i miei neuroni e così l’opinione arriva in ritardo.

Il fatto: gente si raduna per protestare, restando a distanze conformi a DPCM. Arriva la Polizia e multa tuttej.
Nessunu ha contestato le modalità della riunione; non ha cioè obiettato che le persone erano troppo vicine, perciò non si capisce il motivo della multa.
Io ho una teoria.
Forse i poliziotti hanno confuso lo spirito della norma. Non hanno capito che non ci si può radunare per impedire alle persone di ritrovarsi troppo vicine; si sono fermati all’idea che non ci si possa riunire e le motivazioni, a quel punto, non avevano importanza.
Oppure hanno pensato che quelle motivazioni fossero le stesse per cui, nei secoli, molte volte si sono vietate le riunioni. Principalmente due: per manifestare dissenso e per impedire che idee sovversive fossero condivise.
Che quegli individui avessero già condiviso idee, era chiaro; che le idee fossero sovversive, si capiva dal tono della riunione: che intendessero manifestare dissenso era… manifesto. Non restava loro che sanzionare.
Magari rimpiangendo il fatto di non essere abbastanza numerosi per lavorare di manganello.

Mi sento incoraggiato all’ipotesi da altro assembramento, stavolta davvero sanzionabile ma lasciato a sé. È arrivata Silvia Romano e in tanti hanno giustamente espresso contentezza e un saluto, purtroppo dimenticandosi dell’altro evento che oggidì ci smuove.
Il fatto però che nessuno, fra i membri delle Forze dell’Ordine, sia stato visto disperdere la folla è deplorevole. Come mai è successo? Ebbene: qui non c’era contestazione da reprimere ma, soprattutto, si trattava di un evento mediatico e nemmeno i più arcigni tutori della Legge si sognerebbero di impedire l’impeto delle emozioni in favor di telecamera.

Sono così confermato nell’idea che alla Polizia importi solo impedire le critiche a qualsivoglia governo vigente.

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Merde!

Quest’articolo fa il paio con quest’altro.

Su Rai1 a La Vita In Diretta e sul Corriere della Sera a firma Gramellini, è riportata la notizia di un’infermiera a cui, oltre a sputare sangue per l’emergenza, tocca ricevere una lettera anonima in cui l’accusano di mettere la gente in pericolo diffondendo il virus.

Quando avrete voglia di vantare le eccellenze italiane, di sventolare bandiere e cantare inni, vantandovi dei concittadini illustri, ricordatevi di queste merde umane.
E ricordate che:
per un Dante, ci sono milioni di analfabeti, nativi o di ritorno o funzionali;
per un Manzoni, ci sono milioni di anonimi delatori e diffamatori;
per un Garibaldi, ci sono milioni di schifosi che spargono disprezzo e sospetto nei confronti dei VOSTRI compatrioti;
per un Salvo D’Acquisto, ci sono milioni di egoisti che si voltano dall’altra parte o, peggio, che godono nell’infierire sui deboli.

E quando vorrete vantare le bellezze del Paese, ricordatevi:
di tutti i delinquenti che lo devastano, per interesse o per ignoranza;
di chi sporca, inquina, vandalizza;
di chi costruisce abitazioni e impianti in zone inadatte o in maniera pericolosa.

E se citerete la Storia, pensate:
a tutti i vostri compatrioti che la ignorano, se ne fregano o la disprezzano;
che per un Ettore Fieramosca, un Pier Capponi, un Balilla, milioni di persone preferiranno sistematicamente una comoda sudditanza.

Scegliere le merde è un atto antipatriottico, non importa quanti inni si cantino. È come credere di essere un buon cristiano recitando molte Avemarie. Ricordatevi che i veri patrioti sono coloro che compiono qualcosa di utile, non attori, sportivi e modelle. Ricordatevene, quando andrete a votare e, se si riuscirà a trovarne, scegliete chi può migliorare le condizioni di chi lavora e non di chi fa affari sulle nostre teste. E fate uno sforzo per cercarli, perché anche l’ignavia è antipatriottica.
Ricordatevi che i veri patrioti siete voi che tirate la carretta e non quelli che vi sferzano perché acceleriate.

Senza Storia, cultura, arte, scienza, finiremo come Lucignolo, trasformato in asino e messo al traino. Senza questo l’Italia non esiste e “Italia” torna ad essere una semplice espressione geografica. Ma senza virtù civili e morali, l’Italia diventa cosa di cui non ci si può vantare.

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