Si indaghi

Hanno trovato un arsenale e lo collegano a un’organizzazione di tifosi. Però sarà ora di trovare un termine diverso per certa gente.

Si è mai sentito di scontri fra tifosi a base di mitragliatori e bombe a mano? No. Quelle armi non servono alle tifoserie, o come vogliamo chiamare quel malaffare che gira intorno al Calcio, ma a gente che prepara un’insurrezione. E quando lo riterranno opportuno, forse con qualche tradimento nell’Esercito o nelle Forze dell’Ordine, sicuramente cogli aderenti a gruppi extraparlamentari ma con amici già in Parlamento, tireranno fuori dai loro arsenali il materiale necessario a prendere il potere.

Spero ardentemente che qualcuno stia già indagando.

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Corpo alle cose

Scrivo per dare corpo a un’idea che altrimenti svanirebbe. E poi scrivo per non morire. Le due idee sono apparentate: che m’importerebbe di un’idea a sé stante, se non per avere cose reali intorno; e cosa sono, se non le relazioni? Convinto di avere la vocazione dell’eremita, scopro che un eremita spreca il suo tempo se nessuno sa della sua esistenza.
E io non ho mai amato il pensiero, fin troppo ricorrente, di stare sprecando il mio tempo.

C’era una persona che, vedendo foto vecchie, un paio di volte mi disse: Ero felice e non lo sapevo.
In realtà non parlerei di felicità, perché tante possono essere le ragioni di scontentezza. Però trovo sempre stimolante quando sento il momento presente come parte di un’eternità; la mia, per esempio. Questa situazione facente parte di tutta l’esistenza, senza presente fuggevole e passato perduto.

Ho perduto molto passato, considerando irrilevanti luoghi e cose e persone, immaginando che da qualche parte fossero un luogo, una cosa o una persona più meritevoli di interesse. Io però sono il frutto di quello che era intorno a me, e di come l’ho vissuto. Delle mie lacune posso ben rimproverarmi: sono quel che non guardai, non raccolsi; sono le persone alle quali avrei potuto dare più attenzione.
Dunque, quella è la nostalgia per quello che non si ritiene di avere avuto abbastanza, ma niente è mai abbastanza. Tutto cambia e non aspetta il permesso.

Così si scrive. Non solo per un’idea ma anche per la giornata che ha avuto un evento particolare, per le persone la cui assenza si teme o già si soffre: quanta gente m’è passata a fianco, dettaglio secondario degli eventi, e ora mi pesa l’assenza di fatti che non ne ho mai conosciuto.
Faccio un esempio: in ospedale mi portavano alle palestre per la ginnastica; c’erano parecchie donne di diversa età e naturalmente, mentre ci trattavano, parlavano di questo e quello. Ebbene: di una sola so che era sposata, perché ne accennò raccontando un fatto divertente. Saranno state una ventina. Di una sola conosco quel particolare e nessun altro.
Poi uno sente di vivere come sognando…

Sarà la suggestione di stare sognando o, al contrario, l’istinto a dirmi che tutto ciò dovrebbe avere più consistenza? Fatto sta che lo scritto è opposizione al venir meno delle cose che passano.

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Infodump

La giacca l’aveva acquistata in quel negozio che ora non c’è più. Ricordava il commesso, parente d’un prozio con una storia particolare. E la via stessa, in cui sono successi certi fatti, alcuni di epica partecipazione emotiva. O forse era un ricorrente stato d’animo nel percorrerla, quando andava in tale posto, con tutto ciò che gli significava. Ecco che indossare quella giacca, per colore e storia annessa, proprio in quella circostanza…”.
Chi parla di come si debba scrivere un romanzo dice spesso che non si deve riempire la storia di informazioni inessenziali, cautela che applico solitamente, esagerando semmai nel senso opposto.
Ma non di giacche, né di scrittura, voglio scrivere. Voglio scrivere della mia vita.

L’eccesso di informazioni: tutte trascurabili, e sono io. Ieri ho pensato ai file che conservo nel pc, il cui unico scopo è quello che io do loro, e questo legato ad altri dati inconsistenti che tutti insieme fanno l’idea che ho di me. File che nessuno, quand’anche informatone, potrebbe distinguere in vani o essenziali come faccio io. Ma almeno hanno più sostanza di ricordi che mi sorgono incongrui di quando in quando, senza alcun supporto materiale, ché le sinapsi coinvolte ancora non le sappiamo riconoscere.
Di istanti a perdere è formata una personalità: avere ascoltato in un dato momento una parola, che solo allora ha assunto un significato capace di orientarmi. E il significato, e la parola, e quel momento, tutti avviati al nulla.
Una vita fatta di informazioni irrilevanti.

La solida materia è composta da fantasmatiche particelle senza corpo. Si disgregano gli atomi, a lungo andare, ma ben prima si sarà disgregata la materia che componevano, e ogni sua parte andrà, con scopo diverso, a formare altri corpi, ad ogni storia precedente estranei.

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Beneficenza finta

Se ha detto il falso, è bugiarda. Non credo, però, che la menzogna sia espressamente sanzionata dalle nostre leggi, stante il costante suo uso.
Quindi, per la sola menzogna, Chiara Ferragni non sarebbe forse perseguibile. Lo sarebbe, se il pandoro, e l’uovo, e chissà quant’altro, fossero stati comperati da chi sperava, in questo modo, di finanziare un’opera benefica.
A questo punto, però, mi permetto di levare un accusatorio indice proprio verso questo tipo di acquirenti.

Cercando in giro, sembra che costasse 9-10 euro! Leggo che un certo Iginio Massari vende pandori a 24 euro. Ho trovato pandori artigianali anche più cari. Altroconsumo, in un test del 2023, parlava di pandori fino ai 20 euro.
Cioè: un pandoro con prezzo fuori mercato, e ci fanno pure la beneficenza; troppo bello per essere vero. Avete avuto un pandoro scontato, vi gasate pure che è di Chiara Ferragni, e vorreste lamentarvi? Spero proprio di no. Quindi non siete parte lesa.

È stato rapido trovare siti in cui la sola confezione vuota (!!!) è venduta a prezzi che vanno dal doppio di un pandoro Massari fino a centinaia di euro. C’è gente che sta proprio male, ma a parte questo, che è il vero problema, vorrei portare l’attenzione sul fatto che sicuramente la stragrande maggioranza di pandori è stata venduta a gente che li avrebbe comprati comunque, beneficenza o no, e senz’altro anche a prezzo superiore.

Ferragni e Balocco hanno sbagliato, sì. Hanno sbagliato ad aggiungere il discorso sulla beneficenza per un prodotto che si vendeva da solo.
Hanno sbagliato a mentire. Altro sì. Cosa costava dire che l’una e gli altri avevano dato, come hanno fatto davvero, un’offerta a NonImportaChi e dire: visto come siamo bravi? Chiara ci faceva un altro post con migliaia di like, Balocco ci faceva un Carosello, e tutti erano contenti.
Hanno sbagliato strategia di marketing. Terzo sì, il più grave: in questo mondo di fuffa, in cui tutto e tutti sono merce da vendere, è questo l’errore più grave.
Siano puniti senza esitazione…

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I fati

T’hanno toccato. Te pure. Ne so qualcosa. E come ci siamo arrivati, qui?
A volte passano, toccano; qualche volta, forse, si fermano per vedere l’effetto.
Così te ne accorgi: invece di andare per il suo verso, la freccia si dirige a un altro bersaglio, che l’arco non conosceva.
Troppo diverso, il tuo esito, da quel che sembrava preordinato; e così ti trovi a finire la tua vita in una città che non è compresa nelle biografie degli avi. Di solito è un’ingiustizia, sei un elemento fra i tanti che patiscono; alle volte è situazione condivisa da molti. Altre volte tu sei effetto unico e irripetibile d’una serie di casi: tutti a congiurare nel risultato che nessuno di essi, da solo, poteva.
Sfortuna o favore degli dei, se per tua sfortuna ne incontri. Chiamalo un residuo di superstizione; è anche questo uno dei tanti nostri tentativi di dare un senso a quel che forse non ne ha. O che forse ha un senso troppo complicato per le mie capacità di calcolo.
E lo chiamano destino, i malaccorti. Non è destino pure un qualsiasi ragionier Rossi? E perché mai quello non ci stupisce? Davvero curiosa, un’entità che sbriglia la fantasia un tanto a milione, che ci fa stupire quando esce il numero tremilatrecentotrentatré e non il dodici, altrettanto improbabile, avendoci abituati a questo e non a quello, forse proprio mediante il gioco delle fatalità indotte toccandoci, producendo uno scarto.
Mi riferisco ai casi più strani. Gente che parlerà lingue diverse, altri mestieri farà, e non chi è deportata. Perché questo è un banale caso della mala banalità. Ma se accadono cose impreviste per impreviste bontà; se una carta girata induce a girarsi; se, GuardaLaCombinazioneAlleVolte…; questo sì, allora, che fa solluccherare il toccatore misterioso: “Ammirate che colpo ho improvvisato!”.
Senza rendersi conto d’avere esso pure incrociato un caso fortuito, di cui non è per niente autore. Forse, per quel colpo, è cambiato anche il suo, di destino.
In peggio, speriamo noi due.

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Emozioni

Attenzione: articolo ad alto contenuto di paturnie.

Sto ascoltando un cd che ho da anni.
Ai tempi, facevo le bave per il nuovo supporto musicale: parliamo dell’epoca in cui mi rimpinzavo di vinili e musicassette, questo per dirvi l’era geologica di riferimento.
E io passavo di fianco al negozio di dischi che era a Rapallo, in corso Italia, buttando un occhio voglioso. A quell’epoca ci dicevano che il cd era un supporto eterno, dal suono migliore, e io gli scricchiolii del mio giradischi non li gradivo.
Una mattina mia mamma torna tutta eccitata dalla spesa, e non sa trattenersi. Dopo un’ora non resiste e mi rivela che è stata alla Casa del Disco e mi ha comperato il lettore cd da aggiungere all’impianto stereo, che mi ero comperato appena cominciato a percepire stipendi.
Arrivò il negoziante a montarlo; con quello portò tre cd nuovi scelti da mia mamma. Doveva farmi lui la sorpresa, ma lei proprio non ce la fece a trattenersi.
Fu anche lei a regalarmi la prima chitarra bella, che si chiamò Guendalina (non ricordo perché).

Mi hanno dato tanto.

Una sera, l’anno più “brutto” della mia vita, stavo ascoltando una cassetta su un registratore mono: l’avevo preso perché ai tempi i programmi al computer si registravano così, ma le cose cambiano e rimase come unico (lì e allora) strumento di riproduzione sonora. Erano i preludi e studi per chitarra di Heitor Villa-Lobos. Improvvisamente, mi resi conto del raro privilegio mio, di conoscere, ascoltare e gradire questa musica, in una sera pacifica e a stomaco pieno.
Per il mio babbo, l’anno più brutto fu forse il successivo, senza che gli potessi dare alcunché in contraccambio di quel tanto.

Stamattina, la musica barocca accompagna pigre letture di un giorno tranquillo. E mi sento impotente alle brutture del mondo.
“Mille cadranno al tuo fianco, diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire”, ma quei mille e diecimila che avranno mai fatto? E io, indebitamente scampato, mi sento come “gli spensierati di Sion” che canterellano al suono della cetra: “che farò nel giorno del castigo”? Perché non sollevo il peso del mondo nemmeno con un mignolo.

Tu chiamale, se vuoi, come ti pare. Ma si dovrebbe chiamare impegno.

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Stupisce?

Vedo celebrazioni cinematografiche di un pluriomicida psicopatico con gran seguito di sostenitori appassionati.

Già ho scritto dei “poveri cannibali” e della “giovane m.“.

E vedo magnificata un’attività aggressiva, tirata allo spasimo, che richiede dedizione esclusiva e che collo sport alla De Coubertin non ha niente a che fare.

E sono rappresentati delinquentelli reppari come esponenti di una qualche cultura, evidentemente confondendo l’accezione antropologica con l’altra intellettuale.

Sono vecchio io, o non c’è poi da stupirsi se qualcuno accoltella qua e là?

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Scrivere

Ho piantato, dopo alcune pagine, un libro in cui lej due auturej scrivevano in modo tale da farmi capire che sicuramente erano bravej a fare i temi a scuola. Ma per quello so far da me, grazie, e non ho avuto voglia di scoprire il senso del mistero iniziale, pur intrigante.

Quando leggo Cervantes, Manzoni, Dick, Scerbanenco, quando cerco di trarre un senso da Leopardi o Montale o Ginsberg, so che sto cercando di entrare in mondi alieni. Come non posso ascoltare Josquin Des Prez con l’orecchio rinascimentale, così sono sicuro che non ho la testa già preparata per loro. È un incontro con una terra straniera.
È ben vero che, se parlo a una persona, devo pormi il problema dell’interlocutore, così ci si capisce. Ma scrivere un racconto o un romanzo o una poesia è un fatto completamente diverso da un dialogo e anche da un pieghevole pubblicitario, un manuale d’istruzioni, un articolo di giornale.
Deve essere scritto in modo da avere la lingua come uno degli obiettivi. Grammatica e ortografia, quelle dei nostri tempi, devono essere rispettate, ma anche si possono violare senza esitazione. Quando nel mio blog ho scritto “la carezza che insisto”, rendendo transitivo un verbo che non lo è, mi sono complimentato e mi aspetto complimenti. Certo, sperando di avere messo chi legge al riparo dal sospetto che possa trattarsi di svarione.

Devi avere qualcosa di interessante da dire, devi produrre uno sviluppo meritevole, devi veicolare idee interessanti. Tutto sacrosanto.
Però devi cercar di sapere una parola in più, di escogitare una soluzione in più rispetto a quelle che ci si aspetta da una ricetta di cucina.
C’è poi chi sarà elegante, chi avrà un tono poetico, chi esibirà contorcimenti tali da stupire. Io ho scritto questo, e l’ho scritto così. Ho seguito le mie regole. A te di entrarci.
Se ti piace, ne ho piacere (è voluto, eh…).

Siccome il millantato credito è un reato, metto in chiaro che di tutti i venerabili nomi citati NON conosco vita, morte e miracoli.

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Lasciti

La popolazione italiana invecchia, con varie conseguenze.
Da molte organizzazioni benemerite, però anche dall’UNICEF, vengono inviti televisivi a fare un lascito testamentario a loro favore. Investimento a breve termine, se si riesce a convincere persone a cui resta poco da vivere. Non sono i giovani che manderanno a frutto la spesa pubblicitaria, anche considerando tutti quelli che si schiantano in auto. Sarebbe più logico chiedere una donazione tout court.
Ma il lascito ha un elemento sentimentale in più. Solletica i pensier(acc)i sulla dipartita, già non lieti, dandola anzi imminente e suggerendo che, a fronte di un “che fare?” destinato a restare senza risposta, c’è una possibilità insieme utile e consolatoria. Ciò spiega anche la direzione del messaggio, a incontrare gli intenti di chi dona e facendo sì che l’atto di generosità faccia bene ad esso più che ai beneficiari.
Detto altrimenti: il messaggio centrale non è nella parte “fai del bene a chi ha bisogno”, ma in “lascia traccia di te”. Più economico che farsi fare un mausoleo, che richiede almeno di aver vinto qualche guerra, o intestarsi qualche via, per il cui ottenimento oltre alle guerre vanno bene anche opere d’arte o scienza, o vite dedicate a imprese epiche.
Somiglia all’insegnamento cattolico sulla salvezza possibile in articulo mortis. Se qualcuno fosse in grado di coglierlo, le pubblicità potrebbero attirarsi le stesse ironie, ma trattasi di questioni laiche e manca la motivazione a criticare, visto che alla fin fine si tratta di ottenere un beneficio reale o così almeno si spera.
E si spera in questo modo varie volte, quando un atto si vorrebbe lanciare, forte abbastanza per superare la velocità di fuga, lasciare la terra e viaggiare nel cielo, sulla cui conformazione gli scienziati si scervellano tuttora, e noi con essi a domandarci qual mai razzo vettore possa dar senso a una vita.

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Uno contro venti

Venti persone per costruire un riparo, ne basta una per abbatterlo.
La ricchezza del mondo sfumata nel capriccio dei ricchi.
Millenarie foreste incenerite in un giorno.
Cento atti gentili rovinati da una scortesia.
Civiltà multiformi che in una generazione si spaccano in tribù ostili.
Decenni di sazietà spazzati via da una settimana di fame.
Una vita di saggezza gettata in un attimo di follia.
Come si può evitare l’inferno?

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