Sguardi

“Se guardo il cielo, opera delle tue mani…”
Sì. Se guardo il cielo, anche nei miei momenti di ateismo spinto, trovo una delle due occasioni per rappacificarmi col mondo (l’altra è la musica, ma è un discorso totalmente diverso).
Il salmista, come l’autore del Libro di Giobbe, non trova altra via che la meraviglia del Creato e io concordo in pieno.
Per me, poi, “il cielo” rappresenta infinitamente (letterale!) di più che per loro: è la meraviglia del telescopio Hubble, dei raggi X, della psicanalisi, ma anche dei racconti di fantascienza e dell’istruzione diffusa. O forse non conta la quantità di meraviglie, ma la profondità dello sguardo, e lo scrittore che faceva magnificare nientemeno che al Padreterno la possanza dell’ippopotamo non ne traeva minore elevazione.
Come che sia, lo sguardo del cuore s’imbambola nella contemplazione, troppa la meraviglia e insufficiente la comprensione.
Quando però “riporto a terra” lo sguardo, è come se cambiassi occhiali: seppure riconciliato, disponibile ad apprezzare, i tratti del particolare non mi sembrano riverberare la stessa quieta luce dell’intero. La mente, così, adotta i metodi dell’opposizione e del confronto, in un processo di valutazione e giudizio che pertiene all’ambito dell’utilità concettuale e non della contemplazione. Questo perché il particolare, più alla portata, si presta ad essere agito secondo schemi di causa ed effetto e di finalità; pratiche escluse da una totalità che alla fine mi sovrasta.
La stessa consapevolezza di essere incompleto assume tratti opposti: “lassù”, nell’empireo delle idee è causa di espansione come se un bambino, messo in un negozio di giocattoli, sapesse di poterne avere; nel confuso mondo dei dettagli, mi sento un bambino che adocchia il reparto giocattoli proprio un attimo dopo che la mamma ha ritirato lo scontrino della spesa, e non resta che uscire di lì.
Ci attacco un’esperienza personale: da una parte la nostalgia per “tutto ciò che non avevo” a causa della mia immobilità, la consapevolezza di stare costruendo un passato perduto invece di avere un presente di opportunità, senza immaginare quali fossero, ma neppure se ne esistessero con un atteggiamento, credo, tipicamente giovanile di “eroe che si affaccia al mondo”, o almeno vorrebbe. Contemporaneamente, sentivo una musica suggestiva alla radio, o una notizia interessante, o guardavo il cielo avanti a me o pensavo al brulichio non per quello che ne perdevo ma per quello che mi attendeva, e lo stesso sentimento assumeva altre tinte.
Così oggi, svegliatomi in uno stato d’animo che molte volte mi ha sorpreso nel dormiveglia, di troppa vita perduta di quella che riuscivo a immaginare, e fin nostalgico di passati che peraltro ho sempre tenuto a dissipare; colta la simmetria, descritta prima, delle mie speranze e dei miei rimpianti; accolto il consiglio di un amico e tenuto dietro a lunghi discorsi, e conseguenti annotazioni, e ricerche per impararne qualcosa… ho colto l’occasione di un’attesa per sentire ogni particella come nient’altro che un diverso aspetto di quell’unica entità prima del Big Bang, un riverberare di infinite frequenze accessorie dell’unica nota di quel Verbo: pur senza credere veramente all’identità del Tutto; mi sono poi voltato a uno degli spettacoli più meritevoli d’attenzione, aspirante Pu-Tai benché autistico: bimbi piccoli che giocavano, ma mi sono ritrovato in un “qui e ora” che perdeva ogni aspetto trascendente.
E ora non so se perseguire la tensione, come un’intuizione capace di salvare le mie antiche e contemporanee paturnie; o rifuggirla come stratagemma di schiavo che cerca di cogliere un tratto benevolo nel padrone, perché la schiavitù risulti meno pesante.
Oppure, come mi è occorso per un momento oggi, sentirmi nell’unica realtà del momento presente, ogni altro ricordo solo un’illusione che non può farmi nulla. Finalmente cullarmi nell’ormai raggiunto diritto a esistere, troppe le soddisfazioni accumulate, di musica ed amici, lavori ed emozioni, per sospettare il contrario.

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Lettera a un ministero vuoto

Egregiu Ministru degli Esteri, mi permetto di scriverLe anche se la Sua identità, a oggi, è un mistero e rischiamo che il Suo incarico rimanga nel limbo delle cose che questo Paese avrebbe dovuto fare e invece non ha fatto: elenco lungo e in costante allungamento.
Ebbene, se una persona, uomo o donna (questa la ragione del neutro iniziale), stesse ricoprendo l’incarico, potrei rivolgermi ad essa, chiedendo che il Governo italiano intervenisse per la questione della ragazza condannata a morte perché non voleva essere violentata (per esempio qui, sul Corriere).
Ebbene, un Governo è una cosa seria, di cui sento la mancanza. Mi manca qualcuno a cui indirizzare le mie richieste, e non solo per un caso di civiltà che potrebbe farmi definire ‘buonista’ da chi è senza coscienza civica, e ritiene il cinismo un elemento necessario delle persone serie.
Sì, mi manca un Governo che faccia sentire la voce all’estero, nonostante l’abbondanza di chi, al riparo in casa propria, inveisce in ogni direzione.
Me ne manca uno che si preoccupi della devastazione del territorio.
Me ne manca uno che faccia argine allo spopolamento delle campagne, incoraggiando le iniziative che meritino, di cui si parla nelle rubriche televisive dedicate ma meno nei gabinetti romani. Ma ‘incoraggiare’ è cosa che implica coraggio…
Me ne manca uno che affronti con competenza, e non proclami, la necessità di riordinare tante parti della legislazione.
O che si occupi di governare, e non di fare progetti di legge a ripetizione, dal momento che la potestà legislativa è del Parlamento. E se si parla di divisione dei Poteri, evidentemente il governo e la legislazione sono due cose diverse.
Uno che non si riunisca per quella che, a risultato, sembra essere stata più una partita a Monopoli.

Ma io mi rivolgevo a Lei per una questione di diritti civili. E i diritti non hanno cittadinanza, li si proclama qui e anche là, sono validi sempre e per chiunque.
Ebbene, se l’Italia è ancora un Paese civile, deve darsi l’impegno prioritario di promuoverli qui e altrove, altrimenti vediamo bene come funziona: qualcuno è riuscito a mantenere un lavoro tutelato qui, e allora i soldi spostano il lavoro là, dove le tutele mancano. E per questo serve un Governo serio.
E poi i diritti non sono divisibili in categorie. È falso e menzogna affermare che non ci si occupi di un diritto perché impegnati con un altro. Al massimo si può chiedere scusa perché non si hanno abbastanza risorse, ma la maggiore privazione di risorse la dà la mancanza di volontà.
Ecco, Signoru Ministru, quello che Le chiedo: non appena uscirà dal limbo, scriva qualcosa al Governo sudanese e alla Commissione europea. E, tanto per tenere le cose a contatto anche fisico con noi, veda di informarsi su chi sono i sudanesi che hanno un lavoro in Italia, magari così non faremo tutti la faccia costernata quando qualche giornalista ne farà argomento del prossimo polverone mediatico.
Sa come si chiama la ragazza? Si chiama Noura, che in arabo equivale al nome di mia moglie, Lucia. Non siamo distanti.

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Cose che valgano

Oggi una donna si è buttata dal settimo piano ed è morta. Ho sentito qualcuno che la conosceva: solare, sapeva recitare… non se l’aspettavano.
E mi chiedo: a chi toccherà domani?
Perché suppongo che ci siano altre persone, nelle stesse condizioni, che domani potrebbero lanciarsi dal settimo piano, buttarsi sotto un tram, esagerare coi sonniferi, spararsi. Con tutti i conoscenti costernati.
Stasera consideravo le persone che erano con me nel treno che mi portava verso casa: dalle facce, da quanto facevano (il poco che facevano) non si poteva capire molto delle aspirazioni, dei bisogni. E nemmeno dei dolori. Tutti con lo sguardo neutro, verso il nulla o un telefonino, qualcuno verso un libro. Mi domandavo che faccia avesse quella donna, mentre si avviava al luogo di lavoro per l’ultima volta.
Sembriamo tutti normali, fino a quando non compiamo un gesto ufficialmente non normale.
Come mai una cosa tanto importante da causare la morte non è saltata fuori? Non era oggetto dei suoi discorsi, non determinava il suo comportamento; ciò è del tutto plausibile: al lavoro si parla di lavoro; con lej conoscenti, colleghej compresej, si parla di televisione, di calcio, banalità di quella che ha detto così e allora lui ha detto cosà perché lei pensa che io ma io sono fatta così perché lui vorrebbe che lei…; e le cose importanti, in definitiva, sono determinate da altre persone, da principi generici, da doveri ingrigiti di ordinarietà. Le uniche proposte con un minimo di serietà per superare certi mali vengono da religioni, filosofie o psicanalisi; disgraziatamente, arrivano anche contraffazioni che peggiorano i problemi.
C’è un antidoto a tutto ciò? C’è un comportamento possibile che scardini la serratura della gabbia?
Forse bisognerebbe che i nostri mali venissero a galla, ma come?
Si può pensare alle attività quotidiane come a chi si attacca alla bottiglia per dimenticare. Non è un’azione compiuta scientemente, come non lo è passare il tempo in attività di nullo valore formativo. Può darsi che ci sia una qualche distorsione del pensiero, trasferita nelle generazioni; un condizionamento dato sia dalle persone che troviamo intorno, sia da società deformi. O è la conseguenza di un difetto progettuale dell’umano, chissà. Sembriamo tutti normali o forse siamo tutti egualmente sedati, egualmente ipnotizzati, egualmente ubriachi.
E allora proviamo: a scacciare almeno una parte delle insulsaggini, a imparare a riconoscere il vuoto nei discorsi, a cercare temi degni d’attenzione, a pensare in grande.
Rifuggiamo la facile retorica delle piccole grandi cose: le cose o sono grandi o sono piccole: non confondiamo la quantità con la qualità.
Parlare, ma di quello che conta per me; agire, per ottenere quello che conta per me. Ottenutolo, non sentirò la voglia di rinunciare alla vita.
E cos’è quello che conta per me? La risposta autentica richiede tempo e pensiero, impone che si persegua la verità. È possibile farlo, in un mondo da sempre affogato nella finzione? Ancora una volta: pare che certi profeti e filosofi abbiano saputo farlo e la conoscenza dei tempi moderni dovrebbe aiutarci.
È un impegno decisamente degno di sforzi: salvare vite dal suicidio, ripulire un pezzo di mondo dalle scorie e portare luce nella propria vita.

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Giro di che?

Il Giro d’Italia è partito da Gerusalemme, e non sto parlando dell’omonima stazione della metropolitana milanese. Non è la prima volta che la prima tappa si corre all’estero. Vabbe’, mossa pubblicitaria.
Seconda tappa: Haifa – Tel Aviv. Eh no, allora ne facciamo una a Dubai, una a Los Angeles, una a Singapore… naturalmente tutti posti per cui qualcuno paga soldoni.
Come la Formula Uno, che non si corre dove c’è una tradizione sportiva, ma dove vogliono i nababbi.
Scusate, ogni tanto divago e uso termini non coerenti coll’argomento, e quindi fate conto di non avere letto la parola “sportiva”; diciamo che ho parlato del circo tenuto in piedi dalla finanza mondiale, in cui polli d’allevamento ultrapompati esercitano le loro giocolerie a uso dei gonzi.
Il problema è che insieme ad un aumento dei circenses si tende a decrementare la quantità di panem.

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Scopi palesi

Poiché non è il presidente o il segretario del PD, né il Presidente del Consiglio o suo membro; poiché dovrebbe essere in disgrazia e la sua opinione contare poco, dopo una batosta elettorale per cui ha abbandonato la carica; poiché nessuno lo ha menzionato nelle ipotesi di accordo di governo… come mai, a preferenza di uno qualsiasi degli altri interessati, lo hanno invitato a dire la sua sull’argomento da Fazio, il 29 aprile?
Sembra che quest’ultimo abbia fatto da amplificatore a una voce abituata ad amplificarsi da sé. Ora il congresso del PD dovrà piuttosto avere il compito di chiarire cosa ci stiano a fare opinioni diverse all’interno. Ovvero a prendere atto della trasformazione del PD in un altro partito esistente solo ad personam, come FI o SEL.
Intanto, noto che l’intervento ha tolto un cospicuo sostegno alla possibilità di fare un governo senza Berlusconi.

Ecco cosa è stato invitato a fare, da Fazio.

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Governacchiabilità

Sembra che non si faccia una maggioranza. Così si tornerà a votare e presumibilmente lo dovremo fare finché quegli stesssei eletturei che hanno espresso il presente risultato non saranno indottei a dare la maggioranza assoluta a una delle parti. Esulteranno ei vinciturei, tireranno tuttei un sospiro di sollievo, e ci prepareremo, salvo imprevisti, a cinque anni di strapotere da parte di forze politiche nelle quali non nutro alcuna speranza.
L’alternativa è che si faccia un governo collo scopo di cambiare la legge elettorale. Sarà in senso maggioritario, darà cospicui premi alla maggioranza comunque risicata e arriveremo alla situazione già detta: cinque anni di strapotere.
Tutti, in ogni caso, plaudiranno alla ritrovata governabilità, un’entità di natura ignota, di cui non dovrebbe esserci bisogno e spiego perché.
Comunque ottenute, le forze in Parlamento sono lì per… parlamentare. Non importa quanto distanti siano le posizioni: invece di inseguirsi con sassi e bastoni, ci si incontra in un luogo preciso e, con regole condivise, si vede di fare leggi ed esprimere un governo che amministri. Nulla di diverso da quanto fatto, bene o male, da tutti i Parlamenti della Storia.
Adesso, che non sono capaci di governare e pensano che per farlo si debba rivoluzionare la legislazione; che non sanno far politica ma vanno avanti a insulti e proclami, i metodi della politica sono difficili e tutti sperano di farne a meno.
L’alternativa, però, è di dare a questi incompetenti un potere eccessivo, per un tempo nel quale erodere altre parti di giustizia e libertà con la scusa di governare.
Le leggi che favorirono nazismo e fascismo sarebbero perfette e prima o poi ci arriveremo.

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Stamattina, come mi succede spesso, ho avuto nella testa la musica di uno dei miei tanti dischi. “Da quanto tempo non l’ascolto?” mi sono chiesto, e ho provato nostalgia per quelle note che mi si sono infilate fra le fibre del corpo e fanno parte di me come reazioni istintive.
Arrivato a casa, metto il disco. Intendo: ho avviato i file sul mio pc, perché ora è tutto digitalizzato. Niente copertina da tenere fra le mani fino a conoscere quasi a memoria le note di copertina o, in loro mancanza, luoghi e date delle registrazioni, nomi del produttore e del tecnico del suono, grafico delle immagini.
No, ho continuato a smanettare pigramente fra altre attività piuttosto irrilevanti, ho anche giocherellato col cubo di Rubik, che recentemente sta godendo un ritorno di interesse.
Il disco (uso ancora questo termine, ma ci capiamo) è terminato in fretta senza che si ripresentasse alcuno dei sussulti che poco prima mi avevano sorpreso nel ricordare, con gratificante precisione, alcuni passaggi. Troppo distratto.
Sono ricco, e certe volte non è un bene.

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La bellissima domenica

Due colleghei si reincontrano il lunedì mattina e parlano del fine settimana. Una è contenta perché:
– Ha passato la domenica da sola
– Ha ricevuto messaggi, evidentemente così poco significativi che non meriti parlarne al collega
– Ha mandato chiacchiere a vanvera con altri sfaccendati. E che siano cose non significative è mostrato per quanto sopra
– Non ha trovato miglior passatempo che guardare una serie tv.

Nessuna interazione significativa con conviventi? Non so se sia peggiore la possibilità che, così adulta, viva sola, o che i rapporti domestici meritino ancor meno menzioni del fatto, in sé irrilevante, di avere guardato la posta.
L’altro, che almeno ha passato un’allegra giornata in giro con amici, è mosso a compassione e non lo racconta affinché l’altra non ci rimanga male; o almeno è questa un’interpretazione ragionevole, dal mio punto di vista di ingenuo e di ignaro dei meccanismi pubblicitari.

Però sospetto che il messaggio di quella pubblicità televisiva fosse diverso.

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Reazione autoimmune

L’ultimo aspirante terrorista, a sentire il tg, era piuttosto disturbato nella testa.
Qualcuno potrà dubitarne, ma mi sembra che sia una costante di tutte le schegge impazzite che ammazzacchiano a caso nel mondo occidentale.
Vedono in quel mondo un nemico e non hanno torto. Ma prima di chiamare i Carabinieri per denunciarmi come fiancheggiatore, leggi qui.
Da periferie degradate, da gruppi sociali senza prospettive, dal magma dei disagi sociali, economici, psicologici, vengono queste persone. Da ambienti che, sradicati da un posto, non trovano terreno altrove per mettere radici. Dal serbatoio di poveri cristi, costantemente titillati dalla pubblicità e dai molti sfavillii delle città, o di quello che ne è dato in televisione; stimolati a raggiungimenti senza costrutto, che non danno orgasmi liberatori; schiacciati a disperare che qualcosa cambi.
Ecco, in breve: da tutto il non fatto di ciò che governare dev’essere.
Non siamo ancora stati raggiunti, in realtà, dalla marea nera dei nostri scarti: i popoli considerati inferiori, incomprensibili, irrilevanti. Qualche schizzo di quelli innocui, anche se qualcuno ne fa un dramma per il proprio tornaconto.
Quel che raggiunge i ragazzi ad un concerto, i ciclisti in una città turistica, gli studenti in un college, è la reazione autoimmune di società che troppo hanno abusato di sé: con parti che hanno creduto di poterne divorare altre, non curando i propri mali, generando conflitto o non sanandone. È l’Apologo di Menenio Agrippa, ma al contrario: stomaci che veramente hanno tenuto per sé il frutto della digestione, senza che le altre membra sappiano più opporre contromisure.
Così abbiamo lo spasmo degli attentati anarchici di una volta, senza nemmeno uno straccio di elaborazione teorica; l’equivalente dello spruzzetto di qualche cosiddetto ‘writer’ di quarta categoria, capace solo di inventarsi una firma, con l’aggiunta degli effetti speciali dei film e la tecnologia che tutto amplifica.
Il pericolo non viene da altre culture, ma dal fatto di non avere coltivato la propria al proprio interno.
Quando i globuli bianchi cominciano a mangiarsi altre parti ematiche, per prima cosa li si combatte, giustamente, ma intanto si approntano rimedi perché il corpo smetta di essere nemico di se stesso. Non dimentichiamo, infatti, che quei globuli stanno reagendo (ciecamente, certo) ad un male che non hanno prodotto.

Bene, ora prendo fiato e mi spiego, spero, in modo più razionale. Non era compito, dei governi e della società civile, “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3 della Costituzione); riconoscere i “Diritti inalienabili, e fra questi la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità” (Costituzione americana), la Libertà, Uguaglianza e Fratellanza (Rivoluzione francese)? Dunque per nulla abbiamo avuto circa due secoli di sommosse, disordini, stragi, guerre, repressioni, insurrezioni, prigionie ed esilii? Erano solo una scusa per menare le mani? Altri spasmi dei disagiati?
A che dovrebbe servire un Servizio psichiatrico, a rimuovere il disagio o a far guadagnare qualche impresa?
A cosa mirano, almeno in teoria, tutti i Servizi sociali e i sindacati e i patronati e i servizi parrocchiali, se non a risollevare le sorti delle persone?
E tutti gli umanesimi e universalismi e illuminismi, non dovrebbero dare sufficiente motivazione ad accogliere le altrui istanze di salvezza sociale, siano operai in licenziamento o disgraziati nei barconi o giovani disorientati?

Ebbene, le società che non fanno questo, tanto più colpevolmente in quanto dotate degli strumenti, concettuali e istituzionali, che la Storia ci ha offerto, sono vittime semicolpevoli del proprio avvelenamento.

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Voto utile

Sarebbe ora che qualcuno precisasse qualcosa sul concetto di “voto utile”.
Ogni voto è utile, nessuno è buttato.
Mi dirai: ma se io voto per un partito A che prende il due per cento e nemmeno un seggio, non è buttato? No. Dimmi: se avessi votato quello B, che ha preso il quaranta, sarebbe stato più utile? Non direi: una differenza insignificante per cui il due resta due e il quaranta rimane quaranta.
Cioè: in questo senso, il tuo voto è inutile comunque.
Ma tu obietterai: io non dico solo il mio voto; se tutti quelli che hanno votato A avessero votato B, questo sarebbe arrivato a quarantadue e, forse, anche a quarantatré.
Bene, “se tutti” avessero votato il due, ora sarebbe QUELLO il partito col quarantatré. Ora, cosa impedisce di immaginarlo? Forse la tua fantasia fatica meno a spostare due da A a B, che a spostare quaranta da B ad A? O lo ritieni meno probabile?
È infatti poco probabile che il quaranta per cento degli elettori si sposti: molti politici vantano una qualche forma di feudo i cui voti sono piuttosto sicuri. Possiamo stare certi che il quaranta di B è composto anche da alcuni di questi (ma non farò ipotesi su quanti). Inoltre, anche spostare i voti liberi richiede qualche motivo forte; ciò che convince me può non convincere te. Quale motivo mai può convincere qualche milione di votanti?
Per muovere tutto quel due per cento servirebbe un motivo altrettanto forte: scoprire che A non vale quanto B, ma allo stesso tempo qualcuno potrebbe decidere che B non valga quanto A. Ricordati che ciascuno decide per un solo voto.
Se il mio voto, singolarmente, non cambia la Storia; se non è immaginabile che si spostino improvvisamente grandi numeri, vuol dire che nulla cambierà?
Intanto, il mio voto va alla scelta che ritengo più accettabile. Se pensassi, come molti fanno, che “tanto non cambia nulla”, potrei evitare di sprecare il mio tempo. Ammetterai però che un Paese in cui si vota risulti migliore di uno in cui non lo si fa; questa è una ragione fondamentale per farlo: se io ritengo che sia meglio avere la possibilità di votare, allora io devo votare.
Lo farò fino al giorno in cui una parte abbastanza potente (perché in tanti, perché armati, …) non interrompesse l’usanza. Perché sì, la mia volontà è la volontà di uno, e uno solo non può farcela.
Allora, devo votare, dare un voto inutile. Perché poco, perché comunque non cambia le cose.
Lo ripeto: il tuo voto è inutile sia che voti A, sia che voti B. Ma vuoi mettere la soddisfazione di un voto che non sia frutto di contrattazione disonesta? Se non è utile questo…
Insomma devi votare, e mi aspetto che tu scelga il partito che piace a te, non a uno qualsiasi dei poteri (del ricatto, del clientelismo, della paura, …) che cercano di prendere consensi con vie disoneste.
Dunque, che tu voti A o B, il tuo voto è ugualmente inutile, ma ugualmente significativo.
Se tu pretendessi che il tuo voto valesse più di uno, non saresti diverso dai poteri che dicevo.
Ma torniamo a quel due contro quaranta. Pensi che votare per chi è già più forte sia una scelta di libertà? No, vero?
Allora perché votare B, che finora ha avuto un quaranta, anziché A, che era a due? Semplice: perché tu ritieni che B vada meglio di A.
Come vedi, c’è lì di fianco una persona che pensa esattamente il contrario; per quale motivo non dovrebbe votare A?
Il voto è utile se esprime la tua volontà.

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