Vaccini. Sto delirando?

In un contratto c’è scritto che Venditore darà a Compratore una cosa in un certo tempo, e che Compratore pagherà in un certo modo. Capita che Venditore non consegni la cosa nei tempi previsti. Compratore sta lì a lamentarsi e non sa che fare.

Immaginiamo che nel contratto ci sia scritto anche: se Venditore non consegna nei tempi, è brutto e cattivo e si merita questo e quello.

Cosa è cambiato? Forse Venditore si sentirà più brutto e cattivo, per averlo scritto? Ma è quello stesso contratto già violato; violazione più, violazione meno…

Cambia forse ciò che succederà a Venditore? E chi dovrebbe farlo succedere? Forse Compratore, che non ha la forza di fare rispettare gli accordi?

Ecco dunque: i discorsi, e ne ho sentiti tanti, sul fatto che i contratti con Astrazeneca e Pfizer siano carenti mi sembrano ridicoli. Le conseguenze di un contratto non rispettato dovrebbero essere statuite altrove, in una sede superiore, funzionalmente, ai contraenti. Se il fruttivendolo non mi consegna le carote, non sono io che vado a prendermele colla forza e certo non è lui che spontaneamente lo farà, se protesto; andrò dai vigili, dai finanzieri, perché i patti siano rispettati.

Come sono regolati, da che esistono Stati e commercio internazionale, i rapporti contrattuali? Non mi si verrà a dire che questa è la prima volta che un’azienda risulta inadempiente. Quindi ritengo che ci siano gli strumenti per regolare la controversia.

Faccio ipotesi da ignorante. Compratore si rivolge allo Stato in cui Venditore ha la sede; questo Stato ha la forza e la volontà di fare rispettare gli accordi e tutto si regola. Mi sembra logico e in quest’ottica mi viene da chiedere: che fanno Gran Bretagna e USA? Vuoi vedere che preferiscono essere più favorevoli a un’azienda interna che a un altro Stato?

Compratore si rivolge a enti sovranazionali. A parte l’ONU, che però brilla per incapacità, non me ne vengono altri.

Mi rifiuto però di credere che non ci siano gli strumenti, altrimenti ogni Stato farebbe meglio a non stipulare accordi con aziende estere rischiando di finir per essere, sia come venditore che come compratore, la parte debole delle due.

Che gli Stati siano più deboli della finanza, mi pare ormai chiaro. Che siamo governati da mozzarelle, anche quando sono quelle che fanno la voce grossa, mi pare chiarissimo.

Ma siccome il commercio internazionale funziona benissimo da tempo, continuo a credere che i metodi esistano e che qualcuno dovrebbe praticarli.

Che dite: sto delirando?

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Fatto inaudito

Eggià, che una quota enorme dei bilanci statali sia devoluta ad armamenti non è inaudito. Non vorrete mica spenderli per scuola e sanità, poffarbacco.

Non è inaudito che le suddette risorse siano tanto generosamente orientate a “sistemi d’arma” fantascientifici, benché la loro efficiacia sia ancora, per fortuna, tutta da dimostrare.

Non è inaudito avere costantemente puntati contro tanti missili capaci di distruggere l’umanità intera. Non li useranno, non sono mica matti…

Non è inaudito che tutti gli Stati cerchino di avere forze sufficienti a sovrastare quelle dei vicini, o almeno a vendere cara la pelle, benché si siano avuti esempi di eserciti efficientissimi le cui forze si sono sciolte come neve al sole.

Non è inaudito che nessuno Stato dia il minimo segnale di ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

No. Inaudito è il fatto che queste contrapposte, letali, sovradimensionate, reciprocamente minacciose macchine da guerra studino quel che accade in casa d’altri per non farsi cogliere impreparate.

Inaudito è che si colga qualunque anello debole della catena opposta… debole, diciamo, un cinquemila euro… per avere informazioni.

Per me, è inaudito che ci si mostri scandalizzati.

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A che vale?

Non è stato solo quel grande genio di Douglas Adams, a porre la questione se la questione potesse essere posta.
Anzi, se la pongono tutti, in un modo o nell’altro. Credo che sia il fondamento metafisico di ogni ricerca, dal primo ‘ooooh’ dell’infanzia fino al metodo scientifico: l’universo è razionale anche se non sappiamo bene cosa significhi e, almeno in parte, può essere spiegato; nella sua formulazione radicale: c’è una spiegazione per tutto, di un tipo o dell’altro, anche se non viene trovata. Il che non significa solo che ne possiamo dare descrizioni in termini di sequenze “causa-effetto”, ma anche ottenere dei significati. Spiegare perché le foglie siano verdi, cosa scateni un temporale, come si costruisca un motore a scoppio, se si possa realizzare la fusione nucleare o il viaggio nel tempo, come (s)ragioni un adolescente, che tempo farà domani, se sia il caso di rispettare l’ambiente, fino a rispondere se il nostro amore abbia un senso o valga la pena pregare. Non solo ‘come funziona’, ma ‘che senso ha’.
Che le regolarità possano darci strumenti utili, è un fatto sotto gli occhi di tutti; che il ragionamento ci aiuti dovrebbe essere convinzione comune; ma ieri sera mi è venuto il sospetto che la domanda sul senso delle cose sia fuori luogo.
Siamo mossi da bisogni, passioni, impulsi, desideri. Vogliamo, e la nostra volontà domina e determina gli atti, ma anche li giustifica: se una cosa mi piace, è giustificata.
Il senso delle cose è l’aderenza a un fine e i nostri fini sono: terminare un dolore, soddisfare un bisogno, produrre un piacere. Voglio, voglio, voglio!

Vediamo le cose in termini di una domanda: a che (mi) serve? Il senso della vita e dell’universo è la risposta a chiedere: a quale esigenza risponde? Che una mucca abbia la pulsione a brucare l’erba è determinato dalla sua fisiologia; che le mucche esistano, però, è già più difficile spiegarlo: potremmo immaginare un universo senza mucche? Certamente sì, ma ancora non sappiamo se tutto l’immaginabile sia possibile. Resta il fatto che mi sembra di essere circondato da cose assolutamente ‘non necessarie’, e mi spiego.
Una volta che lascio cadere un bicchiere di vetro, è necessità della fisica che arrivi a terra e, probabilmente, si rompa. In generale, i fenomeni hanno questa spiegazione di necessità: vediamo che le cose funzionano in un certo modo, ne concludiamo formulando una ‘conoscenza’ e ci aspettiamo che i fatti accadano sempre in quel modo.
Si chiama ‘induzione’ e la usiamo per stabilire quali siano le ‘leggi’ del mondo, con buona pace di Hume, Popper e non so quanti altri.
Ma non mi viene in mente di dire che quel bicchiere ‘serviva’ a disperdere pezzi di vetro sul pavimento. Di quel fatto non so trovare alcun senso, anche se ho una spiegazione: sono maldestro. Tutto secondo necessità, ma insensato. Troverei preferibile, e quindi più sensato, un mondo in cui certi incidenti non accadessero.
Ecco. Il senso per me, per te, per tutti, è se la cosa risponda a una volontà. Possibilmente la mia, perché se la tua non rispetta i miei desideri ci metto poco a definirti ‘insensatu’.

Continuamente si valuta ogni cosa. Di tutto si chiede: a che mi serve? C’è chi è più sensibile di me, per esempio, ai colori; trae piacere da questi, li valuta, li ricorda, ne ricava in pratica un insieme vasto e multiforme di esperienze e concetti. Sembra non finalistico, ma io considero che faccia parte di una strategia, non semplice né banale, per organizzare la propria comprensione del mondo. Anche ‘mettere a posto’ le percezioni risponde all’esigenza di trovare sicurezza e opportunità. Una ricognizione continua dell’ambiente a fini esistenziali.
Trovare significati non smette di essere utile, come ricordò mia mamma rivedendo una vecchia foto, e risuscitando in me un ricordo simile, quando disse: ‘dovevi sempre metterti in equilibrio’. Quell’abitudine era necessaria per agire; come tutte le necessità può diventare dipendenza o pratico attrezzo del mestiere di vivere.
Il senso della vita, semplicemente, non esiste. Esiste la vita. Il senso di un avvenimento non esiste, esiste l’avvenimento. Per quanto io mi sforzi, non posso ridurre ogni cosa a strumento dei miei fini; anzi, il tentativo di controllare tutto è un carattere di sistemi che chiamiamo ‘disturbi mentali’: è certo più fruttifero lasciare che molto vada da sé, dico di cose, fatti e certo persone perché anche la tendenza a manipolare lej altrej può essere considerato un disturbo comportamentale; all’estremo opposto le forme di distacco dai propri simili, altrettanto deleteri per la sopravvivenza o anche solo per il benessere.

Non è necessariamente egoismo; la domanda ‘a che serve?’ senza il pronome implica che il ragionamento si estende fino a considerarla una regola universale, cioè a credere che, come ci sono cose che si possono piegare al proprio interesse, così tutto esista perché risponde a un interesse. Il proprio egocentrismo fatto legge di natura, un ‘così va il mondo’. Si passa dalla causalità alla teleologia: ho fatto la pizza perché mi piace e me la gusterò, ecco perché c’è quella pizza; non già perché qualcuno ha seminato grano, raccolto, macinato, venduto insieme a mozzarella e pomodoro, io ho impastato, condito, cotto. Effettivamente, alla constatazione: ‘oh, una pizza?’ la risposta non è ‘sì, l’ho preparata’ ma ‘sì, ne avevo voglia’ o, più semplicemente: ‘sì, è ora di cena’. Ecco: noi spieghiamo il mondo, spesso, in termini teleologici, finalistici.

Consideriamo quest’asimmetria: è possibile, cercando cause, scatenare un regresso all’infinito, mentre non si sente lo stesso bisogno, in genere, interrogandosi sui fini. Se qualcosa serve a qualcos’altro sono soddisfatto, ho trovato il senso di quell’elemento… a parte i periodi in cui tutto appare insensato, ma si parla quantomeno di depressione. Ecco, in quest’ottica, porsi domande sul significato della vita, l’universo e tutto quanto è un semplice riflesso dell’egocentrismo umano, singolarmente e quindi come specie. Non c’è nulla che debba giustificare la propria esistenza, né ai miei occhi né in riferimento ad altro. Le cose ci sono, i fatti accadono e nulla ha bisogno del mio permesso.

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Basta Merini!

Questo articolo fa riferimento alla mia esperienza su Facebook ed è quindi mosso da dati parziali e limitati; qualcosa mi dice però che non sia esperienza atipica.

Mi è bastato andare su Startpage, digitare [“poetessa italiana” -merini]. Proprio così, con le virgolette e senza le parentesi quadre.

È scaturitu un diluvio, una profusione, quindi un profluvio di versi, alcuni molto belli anche per me, che non capisco la poesia; ma ancor maggiore profluvio di nomi, che do alla buona volontà di voi, belle anime sensibili che sapete solo citare frasi forse apocrife, con una foto di Alda Merini che dovrebbe nobilitare ogni cosa, fosse anche la ricetta dei peperoni ripieni.

Tutto vi consegno, con l’esortazione di riscuotervi dalla pigrizia e, per una volta, non ingoiare acriticamente quanto vi arriva, ma compiere un gesto attivo e diventare voi stessej artefici di un’antologia degna.

Io non capisco le poesie, benché abbia scritto cose che definisco tali perché ‘porcate’ non è carino, il poeta ch’è in me non sufficientemente dotato; però in me c’è anche un ideologo, lui sì costantemente in forma, che freme a intuire come tuttej voi vi sentiate solleticata la sensibilità nel condivider serialmente tutte le merinate che vi passan dinanzi.

Per carità, nulla contro la nota poetessa. Non ho nulla neppure contro Frida Kahlo, altro feticcio di voialtri spiriti teneri, benché attualmente un poco appannato.

No, qualcosa anzi molto ho, contro la mancanza di fantasia, di senso critico, di originalità. E queste, scusate, sono doti necessarie alla poesia, insieme a tante altre.

Voi no, non ritenete vitale, ma neppur necessario, ma nemmeno opportuno, avere un’anima vostra, che dei comuni stimoli del mondo sappia fare nutrimento proprio per produrre una microscopica, preziosa particella di NUOVO. Magari un nuovo solo parziale, il vostro personale cippo nel percorso di crescita, miglio già noto a chissà quant’altre anime ma che in voi farà parte di una storia unica.

Invece sarebbe opportuno, è anzi necessario, è addirittura vitale, se volete considerarvi umanità, che dalla enorme distesa di nozioni cerchiate di prendere un che di particolare.

Basta col vivere di prodotti in serie! Non dico che si possa produrre ciascunu la propria casa, le proprie vesti, i propri cibi, ma che almeno la propria mente ciascunu abbia cura di maturar persona e non personaggio, singolo e non elemento.

Insomma: piantatela con questa povera Alda Merini. Ma possibile che alla quarantesima citazione a nessunu di voi venga voglia di scoprire se mai, in tutta Italia, in mille anni, non ci sia stata un’altra che abbia scritto versi?

E possibile che, per dilettare il vostro sentimentale autocompiacimento, vi accontentiate sempre di rimasticare cose proposte da altri? Non vi sforzate mai di fare esperienze personali, sentendo a vostra volta il desiderio di diffonderle? Vi accontentate di fare le esperienze di tuttej, mettere una spunta su un elenco standard? Ecco dunque, trovate a caso, pagine che parlano di altre poetesse:

e siccome non sono poeta, ma invece sono molto snob, concludo con un sonetto di Compiuta Donzella, poetessa fiorentina del Tredicesimo Secolo.

«A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’innamora,
e di servir ciascun trag[g]es’ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan mar[r]imenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.»

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Whisky

Mia mamma era brava, a risolvere i rebus.

Io, invece, ho sempre avuto bisogno di un segno dal cielo, a dirmi se la strada era quella giusta. E pure così, per mia vergogna, devo confessare di non averle seguite sempre.

Basta un whisky, non c’è bisogno di atahuaska o di un qualche peyote per capire le cose.

Il problema mio, non è capire. Il problema, mio e tuo che leggi, è farlo sapere. Se la mia comprensione resta qui, in un angolo di fenomenologia, certo sarà interessante per gli spiriti, quando verranno a contemplare tutte le innumeri vite; ma a che servirà una postuma spiegazione? Solo a capire le ragioni della propria condanna; quel che non s’era capito, e si sarebbe dovuto, per non ridurre una vita intera, “un intero universo”, a ordinario fraintendimento; a conferma della punizione di Adamo, che in fondo non fu che semplice constatazione di logica conseguenza.

Per lasciare, in questo frutto del desiderio divino, traccia di un suo inemendabile errore?

E, sapendomi fango casualmente organizzato, vergognoso mi arretro, l’effetto alcolico svanito, chiedendo scusa alla divinità.

Oh, mamma. M’avessi trasmesso un po’ più di rebus e un po’ meno di moleste percezioni! Ora darei la soluzione, se voce bastasse a dirla, invece di bestemmiar quesiti.

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Femminicidi

No, io non declino l’invito.

Stasera, un servizio televisivo riportava che l’invito a intellettuali maschi ad esprimersi contro il femminicidio non sia stato accolto da nessuno degli interpellati. Ci sono anche rimasto male, sentendo lamentare il silenzio degli uomini sulle continue uccisioni di donne. Non ritengo di avere a rimproverarmi: non esprimo il mio dissenso o il cordoglio a fronte di tragedie continue. Non ricordo di essermi mai espresso sulle morti sul lavoro, sui bambini che muoiono di fame e di stenti, e sul mondo che va a rovescio in tanti modi. Non è il mio ruolo; l’irrilevanza di un articolo sul blog e di un post in qualche social anzi mi dissuade: mi sembra il classico caso dei quattro che fan di sì e dei dugento che dicono di no. Preferisco piccoli gesti, azioni concrete alla mia portata, senza battere grancassa.

Però no, se qualcuno lamenta il silenzio allora io, nel mio piccolo, lo rompo.

E dico che picchiare una moglie, perseguitare una fidanzata, minacciare una ex, sono atti da merde umane.

C’è una follia dilagante. La violenza umana, di donne e uomini, travolge passanti sconosciuti, bambini innocenti, donne indifese, ragazzi. La violenza sulle donne, fatto specifico, con cause proprie ed espressione di peculiari storture del pensiero e della mentalità sociale, si innesta in questo degrado complessivo.

Rifiuto la violenza contro le donne, con l’inciviltà che mostra e il pregiudizio che denuncia. E rifiuto la possibilità di essere apparentato, fosse pure per il silenzio, agli schifosi che la praticano.

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Comunità

Giorni fa sono passato per una piazzetta, vicino casa, dove sono un bar e negozi che frequento. Incrocio lo sguardo di una coppia: loro mi fanno cenni di saluto e io a loro; gente che conosco di vista, che riconosco all’incontro, di cui saprei dire ben poco tranne che, come me, abitano in zona.
Dagli amici alle conoscenze vaghe, trovo lì tutta la serie.

È stato dunque in quel momento che mi è sorto alla mente un termine, dotandosi di un significato per me nuovo: comunità. L’avevo certo letto e sentito varie volte, ho sempre ritenuto di conoscerlo; le definizioni che trovo nei dizionari, all’incirca, rispecchiano il senso che intuitivamente do al termine. In quel momento, però, ho sperimentato il significato personalmente, diciamo che ho colorato la nozione.

Ricordo ancora anni fa, l’impressione che ebbi all’idea che le celle di un foglio elettronico potessero venir colorate per distinguere le registrazioni secondo categorie: banale per chiunque abbia, dei colori, una percezione decente; io, dopo anni che mettevo numeri e scritte in tabella, lo vissi come un’acquisizione culturale importante rendendomi così conto, sperimentalmente, della mia carenza non solo sensoriale ma, a causa di ciò, pure concettuale.

Allo stesso modo, dunque, ho raggiunto una “più colorata” percezione della mia pochezza relazionale quando ho percepito questa entità, composta di elementi per altro indipendenti e staccati ma le cui azioni e abitudini determinano la sua esistenza. Un’entità dotata di caratteri propri, risultante dalla convergenza di molte intenzioni.

Quella piazzetta, quei negozi, il fabbricato, nacquero anni fa da un suggerimento su che fare per il quartiere; indipendentemente dall’idea originaria, ha una sua identità e se ne fa riferimento specifico.

Le persone passano; molte già ne sono passate e molti i subentri avvenuti. Ognuna significativa nell’apportare un tratto anche minuscolo; ognuna irrilevante nel quadro complessivo. L’idea di questa quantità di gente; del loro divenire, con bambini che poi, adulti, hanno avuto altri bambini; del modo in cui ci sono cose che cambiano restando uguali… mi hanno fatto sentire prossimi gli individui, significative le loro vite come piccoli tocchi di colore in un quadro.

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Ecce Homo

“Il labbrino!” ci siamo detti in coro, mio fratello ed io, vedendo il quadro. Gesto infantile da noi fatto, alle volte, a mo’ di citazione per esprimere, scherzosamente: disappunto, delusione, moderata tristezza. Si piegano in giù le labbra e l’inferiore è estroflesso.
Tanto più ci è piaciuto, un quadro dall’espressione che non mi sembra in linea coi tanti Gesù cinematografici, televisivi, iconografici e omiletici.
C’è tragedia, sconforto, coraggio disperato, alle volte esaltazione, in quelli; ci sono volti sfigurati, rabbuiati. Qui, lacrimucce, un tono più deluso che sofferente. Mi fa venire in mente un ritornello, nei riti della Settimana Santa: “Popolo mio, che cosa ti ho fatto?”.

Gesù è stato flagellato, incoronato di spine, assoggettato ai pesanti scherni dei soldati romani. Anche loro, poveracci, in quel paese di gente aspra, mai doma, potersi prendere il gusto di piegarne uno…
Fino a Pilato, ha detto la sua, con poca o nessuna speranza di essere ascoltato. Dopo avere passato la notte in angoscia, essere portato avanti e indietro, essersi già preso almeno un ceffone, ecco: quegli energumeni, esperti in materia, lo hanno picchiato, umiliato e sbeffeggiato.
Ma non mi sembra di trovare qui un orgoglio ferito, piuttosto una bontà respinta. La sofferenza di un rifiuto.

Son tornato a cercarlo, trovandolo qui, in una delle tante mie divagazioni di snob a cui piace frequentare quella cultura che non avrà mai. Un quadro, poi, io che ho nulla capacità visiva; e invece è tutto il pomeriggio che me ne faccio sorprendere.
Sono stato a guardare quegli occhi delusi, quella lacrimuccia. Ci ho messo dentro tutto quel che so dei sentimenti che mi ispira: non basta l’esperienza personale ma sono disponibili infiniti esempi di tragedia umana.
Ci sono Cristi trascendenti, in cui la figura flagellata sembra fuori dal mondo; sofferenti, che patiscono come umano patisce. Questo è un povero Cristo deluso, commosso.

Ai primi, vorrei chiedere un posto in quella dimensione che trascende anche le torture; ai secondi, offrire la solidarietà che ci unisce. A questo, vorrei chiedere scusa, come si dovrebbe chiedere scusa ad ogni bambino o animale che qualcuno abbia fatto soffrire.

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Cose di casa 3 di 3

Ma un certo atteggiarmi a saggio cozza contro una semplice constatazione: in tutte le culture antiche, e dico tutte, si forniva allu defuntu il necessario per l’aldilà: oggetti; ricchezze; il suo cane, cavallo, servitore. Tanto stimato era ogni bene terreno, che se ne faceva dote per il viaggio. Si replicava la situazione del mondo: lu riccu restava riccu, lu potente, potente. Sembrerebbe che l’intuizione dei primordi spingesse a valutare, nella “roba”, valori ultramondani. Ma chi me lo dice che i vari membri di Homo: Neanderthal e Denisova e Sapiens, non fossero già accumulatori compulsivi, attenti alla forma e non alla sostanza, ammiratori di vanità? Sufficientemente civilizzati da potersi attirare, l’avesse saputo, il dispregio di un Rousseau. Vedremmo, in quei reperti funebri, l’esempio di come anche allora andava il mondo. Al massimo, potremmo ipotizzare che in certe culture antiche il perseguimento della futilità fosse più democraticamente ripartito.
Oppure si cercava di rendere meno traumatico l’evento, per sé ma anche per lu defuntu che, quanto più giovane, tanto meno aveva potuto imparare il distacco e, qualunque fosse la destinazione, ci si sarebbe avviatu con maggiore tranquillità avendo qualcosa di simile all’oggetto transizionale dell’infanzia. Sarebbe, questa, una rara prova di generosità e di conoscenza.

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Cose di casa 2 di 3

Personalmente, “casa” è dove mi trovo. Una casa portatile, essenziale: giusto quanto posso trasportare con bagaglio leggero. Sono stato abituato, non senza disagio, ad accettare altre permanenze stabili per mesi, a età in cui i mesi sembrano eoni, ma è cosa di eoni lontani. Mi ha dato un’idea di ‘casa’ che coincideva col mio corpo e poco altro, immerso in un ‘esterno’ totale che comprendeva tutte le cose e le persone d’intorno.
Avendo un luogo fisso di residenza, successivamente, ho finito per accumulare prolungamenti di me in oggetti che potrebbero servire, così serve uno spazio per contenerle.
Quando iniziai a usare i computer, avevo uno scatolino: tastiera e poco altro; adesso serve la stampante, il modem, le memorie di massa con relative copie di sicurezza. Si comincia appassionandosi per un libro e si finisce per comprare nuovi scaffali della libreria. La cucina si riempie di utensili.
In caso di terremoto, non potrei portare molto con me. Ciò mi fa intuire meglio la condizione di profugo.

Eppure sogno ancora di essere simile a un nomade, come mi sentivo un tempo; il mio corpo e le mie capacità tutto ciò che serviva, qualche sogno nebuloso come sola aspirazione.
La filosofia, e ancora più l’età, mi richiamano a scrollarmi di dosso tutto il possibile; ma come era facile, allora, sentire perduta la vita intera al minimo disagio, così ora temo la decadenza di perdere la misera ricchezza di gesti e oggetti, tramite i quali provare a riempire quella casupola che sono.

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