Ci manca un esercito?

Dopo che l’Unione Europea ha usato burocratiche falci per appiattire le produzioni tipiche, esteso i propri confini incurante di estendere una cultura unitaria ma per favorire unicamente bottegai e finanzieri, sovvenzionato con criteri puramente contabili non attenta all’uso fatto, ecco che oggi i TG tengono a informarci che grande preoccupazione suscita il fatto che non ci sia un esercito comune.

Sarà usato a sproposito, come a sproposito sono state condotte le varie avventure con bandiera ONU, NATO, o di qualsiasi coalizione di “salvatori”. Sono un’altra bandiera sotto cui farsi lustro. Per così dire.

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Pensieri sparsi 3/3

Molto diverso dall’astuzia, che sfrutta ciò che conosce a proprio beneficio. E quale sarebbe la differenza? Forse nient’altro che l’atteggiamento. Lu sapiente è in un bel giardino e si diverte a scoprirne i fiori; l’egoista si domanda cosa ci può guadagnare. Lu sapiente studia e scopre bellezze e utilità però, vedendo che cogliere un mazzo di fiori può rovinare l’aiuola, se ne astiene; l’egoista no, anzi ci prova gusto. Lu sapiente cerca di essere integratu nell’insieme; l’egoista piega l’insieme a un intento interno a IO, anzi: si compiace che la conoscenza di ESSO lu conduca a poterne abusare. L’egoista è una versione minimizzata del “libero al di là”, ma non nega il funzionamento di ESSO, si limita ad approfittarne. Non è un ribelle, ma un infiltrato; non abbastanza forte, o folle, per cercare di rovesciare le cose, cerca di scalarne i meccanismi, acquisire sempre maggior controllo di una macchina meravigliosa, per il proprio interesse tutto interno.
Ma forse che lu sapiente non si compiace? Certamente, e proprio qui sta il suo pericolo: che l’entusiasmo lu induca a pensare di spingere sul lato del potere anziché su quello della conoscenza. Quanto ci si sente forti, a saper abbattere una difesa, trovare un trucco, escogitare un cavillo, sfruttare una debolezza… E quanto bene sono pagate, le persone sapienti, da chi sapiente non è ma ha i soldi!
Da sapienza ad astuzia: anche questo passo è breve.

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Ritirata

Gli Americani abbandoneranno l’Afghanistan l’11 settembre, senza aver combinato gran che, a parte spendere una barca di soldi, lasciare sul campo diversi soldati e favorire chissà quale interesse ma certo non quello dei cittadini USA.

Per me, questo 9/11 inanella un’ulteriore sconfitta, dopo Corea, Vietnam, Cuba, Somalia e, appunto, Torri Gemelle.

Hanno sbagliato i terroristi del famoso attacco alle Torri: avrebbero dovuto colpire il 30 aprile, giorno in cui fu abbandonata Saigon. Oggi avremmo una sola data per ricordare ben tre rovesci.

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Pubblicità

Una donna beve qualcosa di tonificante mentre la voce ne anticipa i benefici. La sceneggiatura permette di saperla madre, poi la vediamo, fiera, avviarsi colla sua divisa finché non è sull’aereo a dire l’ultima battuta nel suo ruolo di… co-pilota. Sarò un prevenuto femminista, ma se ci fosse stato un uomo che pubblicizzava, per esempio, un dopobarba, l’avremmo visto al posto di sinistra. E comunque mai a fare il co-pilota di una donna.

Un’altra pubblicità ci consiglia il suo prodotto per botte, tagli, escoriazioni, con fumetti in cui il maschietto ripara qualcosa, poi è una femminuccia a prendere il prodotto curativo per il bambino. Meno male che, nell’ultima versione, hanno espunto frasi tipo: “questa è la tua specialità”. Lungi da me di sminuire, direi, la propensione femminile alla cura, per cui una simile affermazione sarebbe anzi sacrosanta; è un problema di opportunità in una cultura nella quale le donne sono ancora, in molti modi, relegate.

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Pensieri sparsi 2/3

Tutto il contrario del metodo scientifico e dell’impostazione, filosofica e metafisica, che ne è alla base. Lu “sapiente” non inventa regolarità; non aspetta che l’impressione di un sogno determini la linea d’un’orbita planetaria, che il proprio stato d’animo modifichi l’esito di una concimazione e un’irrigazione, che un’impostazione estetica giustifichi lo spessore d’un muro portante. Questi sono solo una parte degli ingredienti necessari; gli altri sono dati dalla conoscenza: non si puntano telescopi per ottenere foto piacevoli; non si va ad agraria per imparare a convincere i pomodori; non si studia ingegneria per imparare a far bei disegni col CAD.
Così, bisogna acutamente mediare fra un mondo che sembra irrimediabilmente altro da sé, e un mondo di pari ma diversa estensione, apparentemente tutto contenuto nell’involucro della percezione di sé o in dimensioni più profonde.
Io lo chiamo un atto di fede, nato dall’entusiastica constatazione che ci sono regolarità, e che queste sono razionali. Chi per primo si prese la briga di misurare i punti in cui tramontava il sole, le stagioni della fioritura e dei frutti, il modo in cui gli oggetti stan su, confidava che l’esperienza di quel giorno continuasse ad avere significato il giorno dopo.
Questu sapiente non prova a sovvertire i funzionamenti appena scoperti. Una volta capito ciò che serve perché una pianta produca buon frutto, si pone una domanda nuova, non si danna per costringere la pianta a funzionare diversamente. Quando agisce per cambiare qualcosa, per esempio sperimentando un’ibridazione, lo fa in accordo con le due solite “basi di dati”: ciò che ipotizza del mondo e ciò che calcola fra sé e sé. Se voglio produrre un attrezzo di ferro, scopro il modo di produrre temperatura adeguata con la conoscenza dei materiali, calcolando quantità note, e anche sognando soluzioni originali.
Si tratta dell’integrazione profonda fra un IO che conosce e un ESSO che è conosciuto. Che si crede possa essere conosciuto perché si confida che sia ragionevole, non bari, non spinga il proprio arbitrio al punto di cambiare le regole del gioco a metà partita.
D’altronde, poiché questo IO sembra far parte di ESSO, non stupisce che si trovi compatibilità del funzionamento di questo con le idee di quello. Lej filosofej stanno continuando a domandarsi se ESSO contenga e produca IO o non sia quest’ultimo a produrre l’altro: come, è difficile da immaginare; ma mi sembra che l’idea di un’integrazione ontologica e non solo operativa (come azioni di IO su ESSO e viceversa) sia fuori discussione, nonostante il frequente caso in cui qualche IO si senta estraneo, rifiutato. Anzi, ho pure quest’impressione: che la disposizione a voler intrattenere un buon rapporto con ESSO, sia commisurato all’armonia che prevale dentro IO.
È una fiducia, in certa misura, ingenua. C’è tanto mai da scoprire… chi ci dice che, in realtà, questo ordine naturale non sia un disordine, di cui abbiamo conosciuto solo un caso particolare? Ma già il caso particolare interessa poco, è un metodo che sta sulle generali, parte dalla totalità. Lo stesso IO si disinteressa di sé, nella contemplazione: Talete che inciampa, Archimede che non risponde al soldato. Tutto sommato, l’universo appare tranquillo, se lo si guarda in generale, mentre mostra un perenne confliggere appena esaminato nei particolari. Pugna in cui ci si compiace por mente finché, appunto, se ne rimane staccati; come quando, dall’alto e al riparo, ci si bea di vedere un mare in tempesta, capace però di produrre angoscia a trovarcisi in mezzo. Combattimento cerebrale, in cui s’indaga se non sia possibile, d’un’idea, far conseguenze verificabili.
Così si rimane in bilico, fra l’osservazione a distanza e un tuffo nella confusione; l’apparente serenità del distanziarsi e il coinvolgimento adrenalinico.
Finora sembra funzionare. Anzi, poiché funziona con le cose, usiamo lo stesso metodo con le idee e anche qui si trovano conferme all’ipotesi che la fiducia sia ben riposta.

Spesso.

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Sentenza

L’enorme visibilità che le televisioni danno alle manifestazioni no-vax no-pass no-brain, fa di tutti i giornalai coinvolti, e delle loro emittenti, dei complici.

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Pensieri sparsi 1/3

Pare che, in un’intercettazione per indagini sull’inquinamento ambientale, qualcuno si sia definito “consapevolmente deliquente”, con soddisfazione.
Esempio supremo di libertà, che ne dici? Libertà dalle convenzioni, da qualsiasi morale, dalle restrizioni sociali. Libero da sensi di colpa; da norme e leggi, umane e divine.
È la Terra che si sgancia dall’orbita solare, come diceva Nietsche; è il trionfo della volontà umana. Una volta deciso che l’unica norma è interna a sé stessi, attenersi ad altra legge è pura ipocrisia. È il sogno realizzato di farsi dei, di diventare “simili a Lui”. È vero: ci era stato detto che saremmo morti e invece eccoci qui, a compiere con gusto qualunque atto: criminale, incosciente, volgare, violento…
È F.S.Fitzgerald, Charles Baudelaire, Gabriele D’Annunzio, F.T.Marinetti; è Charles Manson, sono i ragazzini delle “stese” napoletane.
Quali sono i termini di questa libertà? Ogni singolo atto va giudicato? Ciascuno deve indubbiamente discendere dalla propria scelta, e da nient’altro? La mia libertà ammette che provi compassione? Direi di no; o meglio: chi trova piacevole oggi provare compassione, può domani decider di uccidere, forse solo per svago. Anche la valutazione costi/benefici è inutile intralcio: perché farsi condizionare? È una corsa al rialzo, un continuo distruggere. Infatti, si costruisce in nome di che? Chi persegue un’attività illecita è solo un principiante: anche l’interesse personale va abolito. È una continua contro-creazione, specchio inverso e deformato dell’universo. Serve una potenza pari a quella di un dio, per poterla reggere, continuamente produrla perché sia destinata ad una violenta distruzione.
Qualcuno si accontenta, anche qui, della consuetudine; con obiettivi minimi, perverte giusto quanto fa comodo al momento. Un demone di quart’ordine, pronto all’obbedienza (perché anche l’amor proprio è un valore stucchevolmente etico), ciecamente inconsapevole di quanto pericoloso sia, anche solo attirare l’attenzione di demoni maggiori, o forse eccitato dal pericolo. Però la pulsione ad autodistruggersi, in fondo, è parte della ricetta; ennesima perversione che nega, all’esistenza, ogni diritto. Il singolo è voluttuosamente indotto a colpirsi, perennemente succube di una potenza superiore. La presunta libertà porta invece alla fine per sottomissione, nessuna speranza di venire risparmiato. È una sfida a chi si lancia per ultimo dall’auto in corsa, a farsi sempre più male. Gridare ‘ammiratemi’ nel momento in cui ci si distrugge.
Non può esserci un piano a lungo termine. Se uno sorge, insieme sorge l’impulso a cambiarlo. Stavo per scrivere: necessario, ma la necessità dev’essere negata anche alle cosiddette leggi di natura. Ci si deve poter permettere che due più due faccia cinque, oppure che sia un’espressione priva di senso. Questa forma di libertà totale non ha limiti e continuamente suggerisce nuovi modi per esprimersi.
Così, a rovescio, ci si devono porre obiettivi immensi. È il progetto di un universo intero, che si autoalimenta mediante la sua propria totale negazione. Ancora, serve la forza di una divinità per continuare a ingrandirlo. Parlerei di coerenza. È condannato a perseguire almeno questa, o sono io che non ho il vigore bastante a concepire che l’incoerenza permei ogni aspetto dell’obiettivo? Ci si può baloccare con la costruzione di un mondo ideale, pacifico, riuscendo ad inserirvi alcunché profondamente deforme, e farli convivere in perpetuo conflitto? Pervertire anche la regola all’arbitrio…
Può, un progetto simile, aspirare all’eternità? E può desiderarlo? Non si può parlare dei singoli: il loro destino è la fine. Ma se esiste quell’essere, tanto forte da sopportare la sua propria negazione, o creder di poterlo fare, allora è possibile che ci provi.

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Lavoratori seri

In mezzo a tutte le critiche per il comportamento di giocatori e pubblico inglesi: perché si sono sfilati platealmente la medaglia, per l’abbandono dello stadio, per gli insulti… e vabbe’… siccome io sono fatto così, voglio parlar bene di alcuni, non pochi inglesi.

Il commentatore allo stadio, che non ha perso il tono enfatico mentre commentava l’ultimo rigore parato, la vittoria italiana, l’entusiasmo di calciatori e pubblico.

I tecnici che hanno provveduto fino all’ultimo all’illuminazione, che hanno mandato musiche e fuochi d’artificio, insomma completato, come da programma, lo spettacolo e la premiazione.

Possiamo immaginare il loro umore e alcune delle espressioni con cui avranno commentato il tutto, possiamo anche immaginare che qualcuno avrebbe preferito sprofondare lo stadio nello stesso buio che si sentiva addosso.

Forse non perché seri e professionali, ma perché temevano il licenziamento; sta di fatto che hanno compiuto il loro lavoro (non chiamiamolo dovere) come da contratto. Io però l’ho apprezzato e perciò ringrazio tutti quei tecnici, inglesi o immigrati che siano. In questo sono risultati sportivi e, da lavoratore, lo apprezzo.

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Passatempi per il tempo che passa

Dico a tutti che ho perso l’unico hobby per cui mi pagavano.

Divertirsi al lavoro è pericoloso: si finisce per affidare a quelle ore una parte del proprio interesse per la vita e interpretare il resto della giornata, se si ha fortuna, come spazio per l’inattività beata o ridurre il cosiddetto tempo libero a una corsa dietro a doveri, invece. Se fossi un artigiano, un agricoltore, ci farebbero una puntata di Geo; invece facevo programmini al pc e suona meno romantico. Un vecchietto che fa il formaggio come lo faceva suo nonno merita una puntata; ma che io mi sia messo a scrivere quattro righe di codice per uno scopo casalingo, forte dell’esperienza maturata mentre pure mi pagavano, suona più come una deformazione. E vabbe’, è pure giusto: il mio codice non lo farò mica gustare ai vicini.

Uno se ne va da quell’ufficio e “in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni”. Si scopre che il mondo continua a girare come sempre e questo ridimensiona l’opinione di sé.

Ora il problema è un altro: ero circondato di persone con le quali scambiavo chiacchiere e opinioni, non ci occupavamo solo del lavoro ma anche lavorare insieme è un gran bell’esercizio relazionale. Se il mio nuovo passatempo è domestico, ho due impegni: il primo è di persistere con esso, per non perdermi nella pigrizia; il secondo è di proseguire o rimpiazzare le relazioni.

Non c’è che dire: per le prime due settimane di pensione è già un bell’impegno.

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Occasione perduta

Premetto che non sto per parlare di informatica…
Ieri mi è successo qualcosa su cui merita ragionare.
Avevo spostato o cancellato alcune registrazioni; faccio per aprire un file su cui sto lavorando in questi giorni e… non si trova.
Sì, non si trova in una certa cartella del pc. Cerco di andare a vedere il contenuto di quella cartella e… non si trova nemmeno quella!
Panico…
Non solo ci sto lavorando, ma in esso ripongo le speranze per l’attività che ho deciso mi impegni i prossimi anni.
Di sicuro, mi dico, l’ho spostata inavvertitamente; compio una manovra semplice che dovrebbe indicarmi la nuova posizione e… non si trova!

Hai presente quando apri il cassetto degli attrezzi e ti manca proprio quello che ti serve per non buttare via il lavoro; quando in cucina devi compiere una manovra per il piatto che stai preparando e non trovi quell’utensile; quando è tardi per andare alla cerimonia, e l’abito che avevi preparato non è al suo posto?
Ecco: io non avevo perso un attrezzo. Avevo perso l’officina intera e il lavoro che ci facevo; la cucina, i prodotti in dispensa e i libri di ricette; l’invito, l’indirizzo, l’orario della cerimonia.
In quella cartella c’erano anni di passatempo, con risvolti personali.

Il panico, però, non aumenta.

Spengo il pc, lo dico a Lucia e cerco di ragionare.
Cosa avrebbe detto Diogene, come avrebbe reagito Epicuro, cosa mi avrebbe insegnato Buddha, ma soprattutto: cosa raccontare a Gesù?
Dando per scontata la perdita, e troppo stupito per avere le normali mie reazioni di brontolii e accidenti; rendendomi conto che si trattava di questione tanto grossa da implicare un radicale intervento sul mio modo di ragionare, sono restato qualche minuto a cercar di digerire la novità.

Ci sono perdite peggiori, lo sappiamo tutti, ma la peggiore è sempre quella che patisci tu.
E, in definitiva, io sto cercando di diventare un filosofo.
Un’occasione d’oro!
Un’idea, una ricerca leggermente diversa e, mentre il risultato favorevole compariva, la chiamata ad un amico esperto, giusto in tempo per festeggiare: problema superato.
Sento la voce di miliardi di esperti informatici di ieri, oggi e domani gridarmi: il backup!

Vabbe’; ormai rinunciato a essere un serio utilizzatore di pc, quasi mi spiace essermi lasciato sfuggire l’occasione di diventare almeno un saggio.

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