Prima o poi

Ho paura che, prima o poi, qualcuno dica che siamo in guerra.

Ho paura che, prima o poi, qualcuno faccia qualcosa per convincerci che siamo in guerra.

Ho paura che, prima o poi, qualcuno faccia esplodere una bomba per convincerci che siamo in guerra.

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Un uomo solo al comando

La storia delle Nozze di Cana si può conoscere facilmente e non la spiego; a me importa una questione politica.
Quei servi, poveretti, erano tra due fuochi; vittime collaterali, avranno pensato, di una faida in cui non avevano parte: uno degli invitati voleva sicuramente sbeffeggiare gli sposi, mandando loro acqua perché non c’era più vino. Roba da finire a coltellate e loro ci sarebbero andati di mezzo, prima o dopo. Ma se si fossero rifiutati di obbedire, quel tipo strano li avrebbe fatti punire.
Era un’epoca fatta così: qualcuno comandava e qualcuno obbediva.
Ma chi comandava? Lo sposo, forse, o il padre dello sposo. La sua volontà era legge. Il maestro di tavola comandava, sì, ma su incarico.

Ricordo di essere stato a una mostra di antiche carrozze, appartenute al ricco di allora. Ci raccontarono di come il capo stalliere fosse riverito in paese, uno davanti al quale ci si toglieva il cappello.
E anche il centurione del Vangelo: “Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va…”.
E John Stuart Mill: “Il più vile malfattore ha una donna infelice, sulla quale può commettere tutte le atrocità…”.

Insomma, non c’è mai uno solo al comando. Anzi, quanto più l’autorità è nominalmente accentrata, tanto più si accresce il potere nella catena dei sottoposti. Siccome poi a chi comanda importa solo di essere obbedito, il potere al di sotto si sentirà in dovere (per paura) e in diritto (per mancanza di norme contrarie) di usare ogni coercizione, violenza, aggressione, minaccia e rappresaglia per essere obbedito a sua volta: gli stessi mezzi che teme usati su di sé. Pensa a chi torturò Giulio Regeni, o a I.C.E. di Trump, e aggiungi tutti gli sgherri che ti vengono in mente.
Se daremo un gran potere al Presidente del Consiglio, ne daremo di maggiore al nostro datore di lavoro, al vigile, al giudice, al capufficio, e via enumerando. Se anche il potere assoluto fosse nelle mani di una persona buona, il che per casualità può accadere, non sarebbero buone tutte le persone fra lei e me, sicuramente.
Immagina una qualsiasi ingiustizia di cui ci si è scandalizzati in questi ottant’anni di Repubblica. Ecco: in quel caso sarebbero la norma.
Non può esserci “un uomo solo al comando” da quando è morto Fausto Coppi. Ci sono molti servi al comando di altri servi, col capintesta che li deve premiare per non essere tradito, servo a sua volta.

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Altre pubblicità

Confessionale. Uno confessa di avere imprecato perché… gli aumenta l’assicurazione auto, al che anche il prete commenta, con sottofondo organistico. Scatta la pubblicità in cui la soluzione è data dalla voce in sottofondo e poi si vede il confessato che la mostra al prete.
In altri tempi, sarebbe stato questo che, più tranquillo e cominciando col classico “Figliuolo…” avrebbe dato l’informazione, a rimpiazzo di assoluzione e penitenza.

Maniaco degli annunci immobiliari. Sherlock Holmes e Watson, al pari di altri episodi, spiegano come trovar casa ed è Watson a farlo, con il detective che stavolta non ha nemmeno lo spazio di un commento.
In altri tempi, sarebbe stato Holmes a dare la soluzione e spiegarla anche all’amico dottore.

Un rovesciamento dei ruoli. La figura autorevole non è tale e anzi va istruita dal non più comprimario. Può andar bene che non ci si debba affidare, che non si rimanga minorenni sempre, ma il pericolo è che si rifiuti il concetto stesso di competenza.
Il parallelo fra ‘peccato’ e non conoscenza viene rapidamente dimenticato ed è una voce esterna a istruire il penitente: è alla pubblicità che ci si deve affidare; l’acume e l’esperienza investigativa sono meno risolutive di una app alla portata di chiunque: non serve un lungo tirocinio, basta la Rete.

E dal vecchio brontolone che ce l’ha coi tempi moderni, per ora è tutto.

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Permesso d’incendio

Crans-Montana. E ci siamo capiti.
Ho pensato: vorrei vedere il certificato di agibilità dei pompieri. E, già che ci siamo, quelli dell’ufficio d’igiene, del Comune…
Tutta burocrazia, quella contro cui, spesso a ragione, si indirizzano gli improperi di imprenditori, professionisti, politici.
Ecco, il discrimine è questo. Quando mio fratello geometra se la prende colle norme che impongono alle ristrutturazioni di aderire a un’autenticità tutta teorica; quando mi sento dire che l’accesso a una chiesa non può essere dotato di una rampa, perché il progetto è di un autore famoso; quando si proibisce di mettere prese di corrente a un locale medievale; quando per un ponte servono i pareri di quattro o cinque enti diversi… una domanda me la faccio.
Ma non è questa la logica per vincoli e controlli. Sicurezza, garanzie di qualità, anche pari opportunità di concorrenza: a questo si dovrebbe puntare.
Di questi tempi, prendersela con l’ente pubblico è sport diffuso, ma le cose si stanno degradando da tempo anche a causa dell’assenza di Stato. La pretesa di far come si vuole, dai discorsi di qualche affarista si sposta alle pretese di governo, così si incoraggia il lassismo.
Voglio uno Stato forte, ma non che faccia quel che gli pare. Uno che vincoli tutti, da me al Presidente del Consiglio, dal barista sotto casa al multimilionario. Che nessuno possa fare “ciò che vuole” se non coincide con “ciò che può” a garanzia di tutti.
Un ombrello, un sistema antincendio. Anche a costo di rallentare una legge o ridurre un guadagno.
Troppo altro ci sarebbe da dire; si chiama arte di governo, un’arte poco praticata da chi fa politica.

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Perplessità di stagione

Qualcuno mi spieghi la ragione per cui, sotto Natale, siamo inondati di musica americana stile anni 1950.
In un bar dalle mie parti, uno schermo scorre animazioni di AI con neve, regali, negozi illuminati, gente che passeggia in abiti d’epoca. Che AI non sappia ragionare, né si curi dei particolari, si capisce da elementi non fantasiosi ma incongrui: pacchi regalo in mezzo alla strada, scritte con caratteri casuali, movimenti non realistici, eccetera. Un particolare da fantascienza è che, in un’ambientazione che più wasp[1] non si può, una coppietta sia mista! Non mi va meglio, musicalmente, in altri locali.
Anni fa, cercai un salvaschermo natalizio; anche allora, neve e lumini. Almeno mi fu risparmiata la musica…

Ma io mi domando: forse il Natale è stato abolito e negli USA, a metà del secolo scorso, se ne è celebrato il funerale che ogni anno rimembriamo?
O cosa mai induce alla nostalgia? È vero che, da allora, non abbiamo avuto molte epoche favorevoli, fra attentati e disco music e punk, fra reaganismo e thatcherismo, fra millennium bug (l’unica evitata fra le catastrofi) e… continua tu ché io sono stanco.
Ma allora io, inveterato figlio dei fiori, preferirei una Summer of Love, anche se personalmente la passai in ospedale. Almeno con quell’illusione, e la sperata conquista dello spazio, vedevo buone prospettive.
Meglio dell’idea di stare come un bimbo scemo a fare ‘oooh’ davanti a vetrine piene di niente, mentre risuona musica che mi faceva perdere i sentimenti anche da ragazzo: l’avrei capita più tardi, ma è un altro discorso.

In realtà non so come si dovrebbe celebrare. L’originale non fu gran cosa: una stalla, qualche pastore di passaggio, coi Romani che se li guardavo storto mi impalavano e potenti di cartone a fare stragi tanto per stare sicuri. Che musica mai sarebbe adatta? Vabbé, combatto omeopaticamente e mi sciroppo un altro Sinatra, che almeno piaceva al mio babbo.

Intanto faccio auguri a tutti, ché questi non scadono.

  1. https://it.wikipedia.org/wiki/White_Anglo-Saxon_Protestant – https://www.treccani.it/enciclopedia/wasp/ ↩︎
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Pazzi guerrafondai

Putin non ha bisogno di aggredire militarmente l’Europa. Ad indebolirla basta che si veda qualche drone in giro e scatta la nevrosi. Leggo oggi che un ammiraglio parlerebbe di attacco preventivo alla Russia; non ho trovato altre conferme, ma intanto è questo che qualcuno scrive. E ci si indebolisce così, certo: un intero continente che si svena per comperare armi dagli USA, perché qui non ne fanno, a scapito della giustizia sociale e del vero benessere delle popolazioni. E poi le armi non basta comperarle, ma costano anche a mantenerle.
Diciamolo chiaro: l’Europa ha fallito. Non ha prodotto unione culturale, politica, legislativa. Si è solo premurata di favorire il commercio occupandosi di pesi e misure, e di allargarsi a sproposito per far acquisire nuovi mercati alla finanza, caricandosi di istanze e posizioni le più varie senza alcuna integrazione.
L’Europa sarebbe una forza capace di contrastare l’andamento criminale del mondo se non avesse tradito gli ideali da cui è nata. Ora si va in cerca di nemici fuori, ma non ci vuole molto a capire che le forze reazionarie presenti in ogni Stato, già ora ostili all’Unione, avvieranno contrasti fra di essi, allo scopo di costringere le libertà interne colla solita scusa dei tanti nemici.
Prepariamoci a vedere sempre più soldatini in giro, magari a spiegarci che la democrazia è un male.

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Sao ka kelle terre

Ogni tanto leggo qualcosa a proposito degli autovelox. Di solito sono articoli che: a) spiegano come contestare le multe per non pagarle; b) denunciano il fatto che i Comuni li usino per fare cassa. Mai si rileva che, se un autovelox ti fotografa, è perché andavi veloce.
È nella mentalità italiota che i governi (Stato, Regione, Provincia, Comune, Finanza, Vigilanza urbana, …) siano un nemico e che un soldo sottrattogli non sia, per esempio, frode fiscale, ma lotta all’oppressore. Sia chiaro: una lotta a proprio privato guadagno, simile alla lotta che tanti italioti conducono fra loro.
Quando l’egregio signor Giorgia berciava di “pizzo di Stato”, interpretava questa mentalità. Gli amici di evasori e fraudolenti hanno conquistato il potere, e ricambiano il favore a suon di condoni.
È dal primo testo scritto in lingua italiana che ci si presenta legati mani e piedi ai legulei; Azzeccagarbugli è nostro referente fisso, soprattutto per chi ha soldi.
Una lente deformante impedisce a molti di vedere che il “governo ladro” è espressione di un popolino (che resta “ino” anche se ricco) che combatte sé stesso a beneficio di nessuno, tranne chi lo sfrutta.
Mi sono sentito dire che il segnale di prossimo autovelox sarebbe pericoloso, perché uno rallenta di colpo. Bene, e perché stai andando troppo veloce? E perché quello che ti sta dietro non rispetta le distanze? No: la colpa è, come sempre, di qualcun altro.
A proposito dei Comuni. La mancanza di norme chiare è causata da: a) incapacità a farne; b) Azzeccagarbugli; c) interessi variopinti da soddisfare. Se non fosse così, sarebbe possibile statuire senza equivoco i limiti di velocità in ogni strada. Meno lavoro agli avvocati, meno perdite di tempo per tutti, entrate sicure nelle casse pubbliche. Invece chi governa non si cura di dare appoggio finanziario ai pubblici amministratori che, un po’ per necessità oggettiva, un po’ per partecipazione ai giochi sopra descritti, si riducono a piluccare le occasioni lasciate alla presunta loro discrezionalità.
Ah, che gran popolo saremmo, se imparassimo a essere un gran popolo!

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Silenzio!

Mi sono reso conto che la mia presunta passione per la musica era solo l’effetto di una coazione a ripetere.  Musiche adatte a soddisfare qualche impulso scaturito da un disagio. Già diversi anni fa mi ero reso conto che una canzoncina, che mi accompagnava dall’infanzia, era “la canzone della tristezza”: quando avevo una mestizia, sbucava fuori. Negli anni si è aggiunto un paio di altri pezzi “per causa specifica”, ma la ripetizione continua avveniva per ogni cosa: i motivetti pubblicitari, i pezzi che preferivo di moderna o classica.
Anni dopo avere abbandonato ogni pratica musicale, compresi di non avere mai avuto talento. Col talento, non mi sarei limitato a ripetere ad nauseam (altrui) gli stessi pur numerosi pezzi imparati a memoria; avrei spontaneamente interpretato, arrangiato, adattato, abbellito; soprattutto inventato.
L’ascolto andava conformemente. Ascolto continuo di tutto il purchessia negli anni accumulato.
Ma le reazioni a un problema, se non lo curano, diventano parte del quadro e lo confermano. Così non c’era rimedio alle mie paturnie dalle musiche adottate come reazione, anzi.
Allora, da qualche mese ho smesso di ascoltare musica. Volevo disintossicarmi, e se sfogo dovevo cercare, che fosse almeno curativo.
Fino a oggi tutto è andato bene; nessuna voglia di ascolto, e anche le canzoncine nella testa insistevano meno.
Stamattina rivedo un collegamento a un pezzo rock decisamente gradevole e mi viene voglia di ascoltarlo. Eseguo e me lo gusto come una volta.
Considero con favore l’idea di ascoltare un paio dei miei dischi.
Che dici? Mi dichiaro guarito dalla dipendenza e indulgo, come un ex alcolista che si conceda un dito di vino?

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Italia? Sì

Leggo che Bruno Vespa, fra un libro che infila surrettiziamente il Truce Buce e qualche piaggeria, ha trovato il tempo di dare del tedesco a Jannik Sinner. Costui replica dichiarandosi fiero di essere italiano, al che qualche rappresentante degli Schützen ha pensato bene di replicare. Ti pare che possa esimermi dall’intervenire?
Comincio a denunciare l’equivoco di fondo.
“Italia”, oggi, è un’istanza culturale o rimane quella “espressione geografica” vituperata nei libri di scuola. Un’istanza che va alle radici della Storia. Quando i Romani la occuparono, il termine era usato per definire un’area in cui vivevano decine di popoli diversi ma era già chiamata così. Quando l’Impero felicemente cadde (ma non fu una caduta felice per i popoli), le varietà linguistiche e culturali d’Europa evolsero loro proprie lingue e tradizioni, ma il nome rimase.
L’Italia è sempre stata luogo variopinto, contrariamente ad altri Paesi i cui dominatori riuscirono a imporre maggiore uniformità.
Quando D’Azeglio disse «Abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani», prese atto della situazione. Nonostante questa, molti combatterono per quell’unità.
Purtroppo, i tentativi di unificazione dall’alto andarono a scapito di valori locali, eccellenze e culture.
In conclusione: l’Italia si caratterizza per la varietà di luoghi, culture e colture, lingue, usanze, climi, panorami, storie, religioni. La vittoria dei popoli sulle pretese di uniformità imposte dai potenti.

In questo miscuglio, mi sta bene che un ragazzo, che mi sa parli tedesco coi suoi, si dichiari contento di essere italiano. Come spero ne siano contente le molte persone di nazionalità italiana che parlano francese, tedesco, ladino, sardo, greco, albanese, spagnolo, arabo, cinese, e scusate se ne ho dimenticato qualcuna.
Una cultura comune? Certo che deve esserci! Al di là di tipicità locali, come quelle che gli Schützen meritoriamente promuovono, alla maniera in cui lo fanno in tanti posti.
Una cultura comune, perché ci sono elementi storici che riguardano tutti i nostri antenati, vuoi direttamente, vuoi di riflesso, ma hanno portata nazionale.
Una lingua comune, certo, perché se Sinner va in vacanza a Bova Marina che fa: si parlano inglese? O in quante lingue vogliamo scrivere la Gazzetta Ufficiale?
Una comune educazione civica, per conoscere le leggi e i principi che, al di là dell’imperfetta realizzazione, parlano di uguaglianza, pace, rispetto.

Ho trovato questa citazione: «Se la maggioranza dei sudtirolesi dovesse identificarsi esclusivamente come italiana l’opera di Mussolini sarebbe compiuta». Ecco: l’equivoco sta nell’aggettivo “italiana”. Esattamente l’equivoco in cui cadeva il fascismo con le conseguenze che tutti sappiamo. Sinner non ha celebrato una cultura monolitica di cui egli, comunque, sarebbe un elemento “non allineato”, non abbastanza per il già citato Bruno. Se si forzassero i sudtirolesi a una simile, fasulla italianità, sarei concorde a dolermene.

Ma poi, non riesco a non polemizzare. Andreas Hofer non promuoveva solo l’autonomia che, data l’epoca, poteva andar bene. Ma mi risulta che promuovesse oscurantismo e radicalismo religioso, segregazione di altre minoranze e ruolo subalterno (eufemismo) delle donne. Opporsi alle vaccinazioni per spirito di patria… Suggerirei di cercarsi qualche altra figura di cui celebrare gli sforzi identitari, altrimenti si finisce per essere simili a quei delinquenti che affossarono l’Italia per vent’anni, solo con scuse diverse, i quali celebrano anch’essi “luminosi” esempi di valore militare.

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C’è uno yogurt che ti propone un modo per stare bene. Ci sono tante persone su un prato. Basta? No, certo, ma non perché non hanno il magico prodotto (non ancora). C’è una coppia in primo piano e tanti altri; per prima cosa bisogna che spariscano tutti gli altri. Poi il fiumicello, l’orchestrina, lo yogurt. Basta, adesso? No, per stare bene sparisce anche lui e allora lei è contenta. Ma è la pubblicità di uno yogurt o un inno all’asocialità?

È di moda pitturarsi i denti. O almeno è questo che ci vogliono far credere le pubblicità di dentifrici che li sbiancano. E come, se non applicandoci sopra del colore? Igiene orale ciao ciao… D’altronde, non lo fanno da decenni coi lenzuoli?

A proposito di denti. Per convincerci a comperare un altro spazzolino elettrico mettono l’attore figo e un’animazione in cui si dovrebbe vedere come lavori bene la magica testina. Si vedono i denti spaziati fra loro e le setole che ne abbracciano uno. NON È COSÌ. I denti, in genere, sono attaccati insieme e le setole non si muovono in quel modo. C’era anche un’animazione con uno spazzolino normale; mentre avveniva l’abbraccio di cui sopra, questo si limitava a passare leggermente sulle corone dentali: non è in questo modo che generazioni di dentisti hanno insegnato a usarlo. La ragione vera per usare l’elettrico non ce la danno.

E i tanti rimedi a gonfiore, meteorismo… ma andare colla pancia coperta non aiuterebbe?

Ti offrono un i-Giocattolo e ti dicono che lo puoi cambiare ogni anno. Ma PERCHÉ??? Come pensi di ridurlo, il tuo? E ti ripristinano le tue configurazioni? E ti garantiscono che dal vecchio ELIMINERANNO le tue foto, i tuoi post, i tuoi contatti? Perché, sai, non basta scegliere “cancella”.
Suppongo che ogni argomentazione sui consumi di materiali ed energia, sia indifferente ai potenziali acquirenti…

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