Rimpasti

Ho sempre avuto una passione per la fantascienza, che per me era fatta di scoperte, viaggi nello spazio o nel tempo, altri mondi e futuri interessanti.
Il cosiddetto genere catastrofico non mi ha mai interessato: il primo capitolo per escogitare un modo di sterminare molti umani, non coinvolgendo necessariamente la scienza, e il resto per descrivere un paleolitico violento di tecnologie spurie.
Neanche le approssimative panoramiche di ipotetiche sociologie mi attraevano, troppo centrate sul colpo di scena esotico per convincermi di plausibilità.

Così, non mi sarebbe mai venuta la voglia di scrivere un racconto impostato come segue, ma questo non è un racconto bensì il futuro che temo di questa Italia in disfacimento.

  • Si disfa il suolo. Hanno abbandonato le coltivazioni delle colline e queste franano; hanno costruito a ridosso dei fiumi e questi si portano via case e strade; quel che rimane è scosso dai terremoti. Si è costruito male, si è devastata la possibilità stessa di sopportare i disastri con uno sfruttamento tanto colpevole quanto voluto.
  •  Si disfa la storia. Costruzioni vecchie di secoli sembrano tutte insieme avere perso la forza che le ha fatte durare finora. Sempre meno si fa per difendere i resti, che si sgretolano sotto la pioggia di Pompei e nelle muffe degli archivi abbandonati. Quando ci chiederanno “cos’è l’Italia?” e ci guarderemo intorno, avremo qualcosa di valore da mostrare, una storia che meriti il ricordo, o avremo solo ecomostri recenti a farci vergognare? E certo non saranno in molti a saper figurare a parole quanto perduto.
  •  Si disfa la società. Non si produce, perché nessuno ha di che comprare; nessuno sa nemmeno più come si coltiva la terra perché da tre generazioni si fa sempre meno e quel che c’è nessuno lo sa cucinare; non si sa perché lavorare, perché studiare, mentre senza ragione si dimentica la storia per tenere a mente gli artificiali mostri televisivi.
    Una società degna di questo nome deve permettere ai suoi membri di fidarsi l’un l’altro e accettarsi riconoscendosi sodali. In questo ammucchiamento di egoismi, troppi sono a profittarsi degli altri senza rispetto per leggi, etica o decoro. E ci facciamo conoscere per il Paese dove si possono violare le regole.

Una torre spaccata a metà. Ancora qualche decennio e non ci sarà traccia di Italia che qualcuno sappia decifrare. L’Italia è un’istanza culturale e senza cultura non esiste. Il movimento culturale che l’ha creata, multiforme e dalle molte origini, non è stato capace di diffondersi in un popolo senza identità né slanci. Ora è troppo facile, in questa crisi, accusare la modernità nella specie di alcuni suoi aborti facendo abortire ogni speranza di cultura a venire. Col crollo della cultura l’Italia stessa verrà meno; non ci sarà, in tutto lo Stivale, un solo piatto tipico o una sola espressione linguistica che possa riunirci, tranne forse alla conoscenza di qualche archeologo del futuro che si districherà con fatica tra i resti di un’Unità in cui troppo pochi hanno creduto.

Rimangono gli abitanti di un luogo, a continuarsi vivere per inerzia biologica, ignari d’altro che un giornaliero meschino. Ma servirà a qualcuno, una massa non nazione, una gelatina di umani senza identità? Non sarebbe zavorra, liquida e inerte a spengere alchemici inneschi di nuovi e vivaci consorzi?
Estinguiamoci, dunque, come nazione, al modo in cui altri aggregati umani si sciolsero qui nel passato, dietro crolli interni e spinte da fuori; che “Italia” ricominci ad essere nient’altro che un’espressione geografica, finché dal riciclo a venire si formi qualche popolo maggiormente degno di avere una Patria.

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Uno che evidentemente ha ancora tempo libero...
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2 risposte a Rimpasti

  1. emauri1958 ha detto:

    non è importante tanto il fatto che l’italia e gli italiani si estinguano, poichè tutto ciò che ha un inizio ha di conseguenza una fine, quanto il come si estingueranno, sarebbe magnifico se lo facessero senza causare problemi al resto del mondo che già ne ha di per sè

    • ribaldi ha detto:

      Il fatto dell’estinzione, dici giustamente, non è essenziale. Ma che nell’accadere si levi qualche voce a giudizio, o per rinviarlo si esprimano idee evolutive, è un modo di sgusciare dal pantano storico.

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